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Il lungo tunnel. E’ passato meno di un anno da quando il nuovo
presidente burundese Pierre Nkurunziza promise di farla finita con la guerra.
Da
allora, il piccolo Paese dei Grandi Laghi ha fatto passi da giganti verso la
pace, grazie anche alla maturità che hanno mostrato le parti. Gli abitanti del
distretto di Bujumbura Rural, feudo delle Fnl,
che da anni continuano a vivere sulla propria pelle gli attacchi dei ribelli e
le controffensive dell’esercito, possono finalmente tirare un sospiro di
sollievo. Le prossime due settimane potrebbero essere le ultime di un calvario
cominciato 13 anni fa, con l’uccisione del presidente Melchior Ndadaye da parte
dei vertici militari Tutsi e lo scoppio della guerra civile. Un calvario che ha
portato alla morte di più di 300 mila persone e a una spaccatura interna alla
società difficilmente sanabile. Stavolta, però, le parti sembrano seriamente
intenzionate a farla finita con la guerra.
Nodi da sciogliere. Per i due principali mediatori, il presidente
sudafricano Thabo Mbeki e il suo omologo tanzaniano Jakaya Kikwete, il
risultato di domenica è più che lusinghiero. Pochi si sarebbero aspettati la
firma di un accordo durante il primo, vero incontro tra ribelli e governo
burundese, a meno di un mese dai primi abboccamenti tra le parti. Nonostante le
divergenze sullo spinoso problema della composizione dell’esercito, ha prevalso
il buon senso. Ma ci sono ancora nodi da sciogliere a livello pratico prima di
poter cantare vittoria: le Fnl
insistono sul completo scioglimento dell’esercito, responsabile a detta loro
della politica di segregazione razziale nei confronti della maggioranza Hutu
che portò allo scoppio della guerra civile. Una proposta inaccettabile per il
presidente (ed ex-leader ribelle delle Forces
Democratiques de Defence, uno dei principali gruppi armati burundesi)
Pierre Nkurunziza, che è disposto a integrare le Forze Armate con circa 3 mila
uomini provenienti dalle Fnl.
L’ultimo
passo. La soluzione del problema è stata saggiamente
demandata ai prossimi incontri, ma a Dar es Salaam le parti si sono accordate
su molti altri punti: dall’immunità concessa ai membri delle Fnl non appena verrà firmata la tregua,
al rilascio dei prigionieri politici e di guerra, fino al ritorno dei profughi
dai Paesi vicini. Anche se la cautela è d’obbligo, i passi avanti fatti
registrare negli ultimi mesi non lasciano spazio a dubbi: i tempi sono maturi
per porre fine alla guerra. I ribelli hanno riconosciuto pubblicamente
l’inutilità di proseguire la lotta armata, ora che, dopo la firma degli accordi
di pace nel 2000 e la deposizione delle armi da parte degli altri sei gruppi
ribelli, le istituzioni sono in mano agli Hutu. Per il Burundi, la fine del
tunnel potrebbe veramente essere a un passo. Matteo Fagotto