scritto per noi da
Emilio Manfredi
“La situazione a Jowhar
ora è calma, ma la gente è spaventata dai combattimenti di ieri e rimane in
casa”, racconta Mohamed Ibrahim Mualimu, giornalista di HornAfrik che si trova sul posto.
Dopo la caduta di
Mogadiscio, la settimana scorsa, da due giorni anche Jowhar è nelle mani delle
Corti
islamiche, che avanzano veloci e rabbiose. Jowhar è una località
strategicamente vitale, 90 chilometri a nord della capitale somala, dove tra l’altro
si
erano rifugiati molti dei signori della guerra in fuga da Mogadiscio. Le
milizie islamiche fedeli all’Unione delle Corti islamiche hanno attaccato in
forze la città da due fronti, entrando da nord e da sud. Due ore di
combattimenti, come raccontano molti residenti, hanno permesso agli islamisti
di vincere la resistenza dei miliziani legati al principale signore della
guerra locale, Mohamed Dhere. Ora i signori della guerra, facenti parte
dell’Alleanza contro il terrorismo supportata dalla Cia, sono in fuga verso
nord, e nella notte hanno raggiunto la città di El Bur, nel distretto di
Galgudud, nella Somalia centrale.
Resterà da vedere se ci
sarà la capacità politico-militare, da parte dei signori della guerra, di tentare
una controffensiva. Intanto, il capo delle Corti islamiche, Sharif Sheikh
Ahmed, ha annunciato che a Jowhar entrerà in vigore un coprifuoco notturno. Ahmed
ha peraltro invitato gli anziani dei clan della città a riunirsi per formare
una nuova amministrazione locale che collabori con le Corti islamiche, incaricate
di gestire giustizia e sicurezza. “Da subito la milizia islamica ha iniziato a
pattugliare la città, mentre in città la popolazione vive un misto di attesa e
di paura”, ha raccontato a Peacereporter una
fonte locale, a cui è stato garantito l’anonimato. “Molta gente abbandona la
città, soprattutto donne e bambini, mentre altri non si sono ancora azzardati
a
uscire di casa. Tutti temono un contrattacco dei miliziani di Dhere, nonostante
gli islamici abbiano assicurato di avere il pieno controllo della città”, ha
dichiarato la fonte.

Sinora, le Corti islamiche stanno dimostrando di avere forza sufficiente per
prendere il controllo di parti importanti del Paese, e di godere del sostegno
della
popolazione, tanto da indurre il ministro degli Esteri keniota, Raphael Tuju,
a
definire la vittoria islamista “frutto di una sollevazione popolare”. La
situazione in Somalia rimane però molto delicata. Coinvolge gli attori locali:
gli
islamisti
in primis, in quanto
attuali vincitori militari, poi i signori della guerra, ora in fuga, ma di
certo desiderosi di riprendere il controllo dei propri territori e soprattutto
dei propri affari. Mentre il governo di transizione, che controlla una
piccolissima parte del territorio dal suo eremo di Baidoa, cittadina periferica
a 250 chilometri da Mogadiscio, pare in balia degli eventi. Ieri
il Parlamento ha approvato il dispiegamento di una forza di
peacekeepers africani, provenienti dai
Paesi limitrofi. Ma le Corti hanno rifiutato l’idea, sostenendo di poter
garantire autonomamente la sicurezza del Paese.
La partita ora si sposta sul piano della diplomazia
internazionale. Gli
Usa, dopo aver armato e sostenuto i signori della guerra, si trovano
spiazzati. Intanto continuano gli incontri internazionali sulla
Somalia. Ad Addis Abeba, ieri, si è riunita l’Unione Africana, mentre a
New York la
vice-segretaria di Stato americana per gli Affari africani, Jenday
Frazer,
presiede un “gruppo di contatto” per discutere il da farsi a cui
partecipano diplomatici dell’Unione Europea, Gran Bretagna, Svezia,
Norvegia, Italia, Tanzania e Nazioni Unite. Il futuro della Somalia si
gioca
sempre su tavoli lontani dalla sabbia e dalle rovine dell’ex-colonia
italiana.
Mentre la gente locale, spaventata e stanca da 15 anni di guerra, spera
solo di
smettere di morire di stenti.