scritto per noi da
Amalicea Colombi*
Mentre a Monaco di Baviera si inaugurava Germania 2006, il 9
giugno l’Arena di Milano è stata il pittoresco palcoscenico della finale degli
Altrimondiali 2006 torneo di calcio a 11 giunto alla terza edizione.
I vincitori. “Campione
dell’Altromondo Possibile” la squadra keniota
Amani Yassets Sport, associazione di calcio fondata dal missionario
comboniano padre Kizito Renato Sesana a Kivuli, una baraccopoli vicino a
Nairobi. Oltre alla
Free Palestine,
squadra mista dei campi profughi palestinesi di Gaza e Cisgiordania, hanno
partecipato: i
Leoni Rossoneri, i
Non violenti per passione, (squadra di
Rom residenti a Milano), e la selezione rappresentativa del Sud America
Cobra.
“La differenza fondamentale tra noi e i professionisti è che,
oltre a giocare, noi lavoriamo, mentre loro giocano per lavoro” ci dice Jompie,
ventitreenne di Nairobi. Fa il meccanico e, nel tempo libero, è allenatore in
seconda della squadra
Amani Yasset Junior
(10-15 anni).“Noi interpretiamo lo sport come uno strumento anzitutto educativo
contro il razzismo, ma una volta in campo devi giocare per vincere. Dopo il
fischio finale la tensione svanisce”, spiega Bernard, suo compagno di squadra.
Attraverso l’attività sportiva, l’associazione fondata da padre Kizzito mobilita
circa 200 giovani di diverse età, che crescono insieme giocando a pallone. Il
calcio diventa così mezzo di aggregazione, ma anche punto di partenza verso
nuovi orizzonti: “sono tutti ragazzi di strada che attraverso la partecipazione
alle attività sportive vengono anche coinvolti in progetti socialmente utili o
volti a renderli autosufficienti”, sottolinea Charles, l’allenatore. Non c’è una
squadra nazionale ufficiale in Palestina: i
problemi sono altri a Gaza e “se mancano le strutture adeguate e si vive sotto
l’assedio, non hai né tempo né voglia di pensarci”, sottolinea Isham,
quarantunenne coordinatore di alcuni progetti sportivi a Nazareth, sua città
natale, che ricorda il cratere al centro dello stadio di Gaza provocato da un
missile israeliano lo scorso aprile.
Altri
Mondi. Sulla stessa linea i kenioti, che ricordano come
ai ragazzini di Nairobi basti un pallone per improvvisare partite per strada o
su terreni quasi impraticabili. Isham sottolinea lo spirito amichevole di una
competizione in cui l’importante è davvero partecipare: “Alcuni allenatori sono
soliti affermare che quando entri in campo l’unico obiettivo è vincere”,
spiega, “noi quando entriamo in campo
abbiamo già vinto”. A differenza della
squadra keniota, caratterizzata dall’omogeneità del gruppo, quella palestinese
si compone di diverse anime: “Prima d’ora non avevo mai avuto modo di
incontrare qualcuno di Gaza, a causa delle restrizioni israeliane alla libertà
di movimento nei Territori Occupati, e non sapevo come sarebbe stato perché,
pur essendo tutti palestinesi, siamo cresciuti in contesti diversi ”, racconta
Abo Samra, giovane palestinese dallo sguardo di ghiaccio, “Ora è come se avessi
acquisito dieci fratelli in più”. Sabato mattina la cerimonia di premiazione è
turbata dalla cronaca: un’intera famiglia composta da genitori e cinque figli
sterminata da un missile israeliano lanciato sulla spiaggia di Gaza proprio
mentre la
Free Palestine, la sera
prima, si preparava ignara a scendere in campo per la finale del terzo e quarto
posto. “Altrimondiali oggi è in lutto”, dichiara Michele Papagna, coordinatore
dell’iniziativa alla fine della premiazione, sottolineando la necessità di
“continuare la lotta”.