03/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Aspre critiche al processo di pace del presidente Uribe
paramilitari colombianiNove morti e otto feriti. Questo il bilancio dell’ultima settimana in Colombia. La guerra civile, dunque, continua nonostante gli strali di pacificazione del presidente Uribe, una pacificazione improntata sulla politica di sicurezza e sulla cosiddetta smobilitazione dei paramilitari. Negli ultimi giorni sono stati 452 gli uomini delle Autodifese unite della Colombia (Auc) che hanno ufficialmente abbandonato la lotta armata, consegnando le armi alle autorità. Il tutto durante una cerimonia con tutti i crismi, a cui hanno assistito l’alto commissario per la pace, Luis Carlos Restrepo, il capo della missione di verifica dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa), Sergio Caramagna e i due comandanti dei paramilitari Salvatore Mancuro ed Ernesto Baez.
Si tratta degli effettivi del Bloque Bananero, della regione di Urabà, dipartimento di Antioquia, perlopiù di origine contadina.
 
Processo di pace, vero o falso? Le opinioni sul Processo di pace sono contrastanti. Da più parti arrivano dure critiche al governo, specialmente per bocca dei difensori dei diritti umani. “Il dialogo con i paramilitari è molto strano”, ha spiegato alla bbc, Javier Giraldo, sacerdote gesuita che da 25 anni si occupa di diritti umani in Colombia, essendo uno dei fondatori della commissione Giustizia e Pace, che presta aiuti umanitari e legali ai colombiani nelle zone di intenso conflitto. “I paramilitari non sono una controparte rispetto allo Stato, non sono propriamente di opposizione, bensì sono da sempre molto legati al governo, all’esercito. Da una parte, infatti, si assiste alla smobilitazione e dall’altra si sta verificando un netto rafforzamento del loro potere in molte zone del paese. Io sono convinto che i paras non siano una cosa altra dallo stato. Ne sono dipendenti. Ho seguito molto la loro formazione, come sono strutturati, come agiscono – ha precisato il gesuita – e sono sempre arrivato alla conclusione che non sono indipendenti. E’ una forza che funziona con lo Stato, da cui riceve copertura, protezione. Può darsi che ci siano alcune cellule paramilitari più indipendenti, ma in linea di massima siamo di fronte a un fenomeno globale totalmente colluso con il potere statale”. Javier Giraldo è dunque convinto, in base all’esperienza e allo studio di documenti e fascicoli sul tema, che in Colombia non sia in atto nessun processo di pace: “Un processo di pace avviene rapportandosi con i nemici, non con gli amici e i collaboratori”.  
 
L’origine dei paramilitari “E’molto diffusa l’idea che il paramilitarismo sia nato negli anni Ottanta, finanziato da settori ricchi, come reazione alla guerriglia – spiega il gesuita – ma indagando meglio si evince che il paramilitarismo è stato creato come strategia di stato prima degli anni Sessanta. Ci sono documenti che dimostrano che in quell’anno una missione militare degli Usa impose al governo colombiano la paramilitari colombianiformazione di squadre paramilitari con l’obiettivo di distruggere i simpatizzanti del comunismo”. Javier Giraldo continua raccontando come, in quel periodo, furono arbitrariamente identificati come comunisti sindacati, marce contadine e in certi casi perfino la teologia della liberazione e i gruppi difensori dei diritti umani”. Della stessa opinione Max Lioce, dell’associazione nazionale Nuova Colombia, che sottolinea: “Vanno chiarite alcune questioni sulle quali la stampa internazionale ha seminato non poche menzogne e cortine fumogene. In prima battuta, è bene sottolineare che i gruppi paramilitari non sono nati, come l’oligarchia cerca di far credere, quali risposta ‘agli abusi ed alle violenze del movimento guerrigliero’; i paras esistevano già negli anni ’50, quando queste bande (chiamati pajaros o chulavitas) vennero implementate sulla scia della dottrina della “Sicurezza Nazionale” e del “nemico interno”, esportata dagli USA in tutta l’America Latina. Da sempre organizzati, diretti e controllati dalla Forze Armate ufficiali, sono stati al contempo una politica ed uno strumento del terrorismo di Stato contro la popolazione civile, soprattutto in quelle aree in cui l’imposizione di megaprogetti e grandi interessi economici dell’oligarchia latifondista e delle multinazionali passava (e passa) per lo sfollamento forzato delle popolazioni locali. Inoltre, i paramilitari sono stati il paravento dell’Esercito per quel che concerne la guerra sporca, praticata dallo Stato contro il movimento democratico e che ha sterminato decine di migliaia di sindacalisti, dirigenti popolari, leader contadini, studenteschi ed indigeni, giornalisti indipendenti e candidati alla presidenza, parlamentari, senatori e rappresentanti locali dell’opposizione sociale e politica al regime bipartitico di liberali e conservatori”.
 
Lioce precisa che come documentato ampiamente da Joseph Contreras, giornalista del News Week, Uribe Vélez, negli anni in cui fu governatore del dipartimento di Antioquia, promosse la legalizzazione dei gruppi paramilitari organizzati in “cooperative” di sicurezza privata, le “Convivir”, sancita da una legge ad hoc. “Di conseguenza – conclude Lioce - il “processo di pace” non è un dialogo bensì un monologo, un assolo di due corde dello stesso mandolino che strimpella da decenni la colonna sonora del circo politicante colombiano. Un circo in cui i domatori di Washington, gli acrobati delle grandi confederazioni economiche, i giocolieri dei media di regime e i clown del Congresso hanno tutto l’interesse ad inglobare ufficialmente nelle Forze Armate i paramilitari 'smobilitati’, processando alcuni dei loro capi per il delitto di narcotraffico (onde evitargli i capi d’imputazione legati ai crimini di guerra e di lesa umanità), in modo da dare un contentino agli osservatori ed alla comunità internazionali, salvo poi ricollocare sull’altare dell’ingiustizia cronica l’impunità totale di questi assassini mediante la legge di alternatividad pena”, che garantirebbe la riconversione delle pene in non meglio definiti affidamenti sociali”. 
 
Emergenza umanitaria E intanto le emergenze si moltiplicano. “Nel dipartimento nordoccidentale del Chocò esistono molte probabilità sia di un nuovo e massiccio Alvaro Uribe, presidente della Colombiaspostamento forzato della popolazione che abita le zone più isolate e sia che i civili restino intrappolati nel fuoco incrociato”. A lanciare l’allarme è Ginevra Ron Redmond, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur). La situazione sembrerebbe grave in particolare a Bojayà, già teatro di una violenta strage nel maggio 2002, quando un ordigno lanciato contro una chiesa uccise 119 persone, per lo più bambini. Recentemente, proprio questa zona è tornata a essere teatro di scontri durissimi. Venerdì scorso, da uno scontro fra paras e guerriglieri sono rimaste uccise quattordici persone e tre sono state sequestrate. L’esercito ha lanciato un’offensiva per recuperare il controllo della regione, mandando rinforzi. “Le condizioni di vita della popolazione sono sempre più precarie – ha aggiunto la responsabile della missione dell’Acnur, di rientro da una visita sul luogo – e la paura di nuovi scontri tra guerriglieri e paramilitari aumenta persino nei centri abitati”. I gruppi armati hanno rafforzato i posti di blocco lungo le principali strade della regione per impedire che gli avversari ricevano rifornimenti di generi di prima necessità. A soffrirne sono tutti gli abitanti di queste zone, perlopiù comunità afro-colombiane e indigene, che vivono lungo i fiumi di Bojayà e Opogado. Ogni giorno è sempre più difficile. “Gli indios Embera – ha concluso Ron Redmond – stanno disperatamente cercando di raccogliere un po’ di cibo. Ma è diventato estremamente rischioso perfino andare a pescare”.
 
Stella Spinelli
Categoria: Guerra
Luogo: Colombia
Pubblicità