Scritto per noi da
Mafille Coquelicot
Per gli indigeni dell’Amazzonia il nuovo anno inizia quando appaiono le Pleiadi
nella costellazione del Toro, a metà giugno. In questo periodo, a pioggie finite,
si può iniziare a seminare. Azzurra Carpo, italiana non ancora trentenne, ha percorso
queste latitudini frondose sin da ragazzina seguendo i genitori ed è cresciuta
nel mondo scavalcando le frontiere. Nel ’97 sente parlare per la prima volta della
carretera interoceanica una strada che “parte dalle coste dell’Oceano Atlantico, attraversa tutto il
Brasile e solca l’ultima foresta primaria dell’Amazzonia peruviana, per poi innestarsi
sulle grandi arterie andine e raggiungere l’Oceano Pacifico e i mercati dell’Oriente”.
Cinque anni dopo, come rapita dall’avvertimento che la vista del raggio verde
infonde, secondo una credenza indigena, a colui che lo scorge, Azzurra accoglie
la sfida dell’ignoto e intraprende il viaggio lungo la carretera, chiedendosi se questa riuscirà a congiungere il “progresso” con la dignità dei
popoli e della natura.
Parte da Xapurì, città di Chico Mendes, il sindacalista e ecologista brasiliano
ucciso nell’88, e arriva da noi con questo libro, “In Amazzonia”, pubblicato dalla
Feltrinelli. Con la sua scrittura incisiva, immaginativa, debordante di pathos
e rigore, Azzurra compone un testo che è un saggio, un romanzo, una narrazione
a più livelli, uno scorrere violento e coinvolgente di poesia. Ascolta, osserva,
incontra e condivide, dà la parola ai veri protagonisti del viaggio. La sua voce
è ironica, sensuale, mai banale, ci trascina in una storia di cui i più conoscono
poco e ci scaraventa con stupore davanti a mostruose sorprese. Per anni, per secoli,
c’è stato l’invito sancito da governi, missionari, mercenari e commercianti a
colonizzare l’Amazzonia, in quanto terra feconda, in quanto priva di persone.
Le città di Manaus, in Brasile, di due milioni di abitanti, e quella di Belèm,
in Perù, senza rete fognaria adeguata coincidono con l’idea di paradiso terrestre?
Dai campesinos che scappavano dal deserto e dalla fame del Nord-Est del Brasile, ai seringueros partiti a migliaia nel secolo scorso per la borracha, dai mineros cercatori d’oro che inquinano i fiumi e raccolgono miseria, ai cocaleros andini dei traffici internazionali e a tutti i peones sfruttati in una guerra fra poveri, passando dai predicatori di ogni cristianesimo
e dai movimenti politici di liberazione omicida, ai nuovi Fitzcarrald del petrolio e della biogenetica, tutti, tutti sono venuti e vogliono emigrare
in Amazzonia.
Cosa nascerà all’alba del terzo millenio dalla terra rossa della foresta, territorio
immenso che abbraccia nove stati, un’iride di popoli e culture, biodiversità e
conoscenze, terra madre sempre più violentata dalla spregiudicatezza degli uomini,
dall’efferatezza del mercato e dall’unilateralità del potere? Quali sono le strade
da tracciare por todos os povos da floresta, per tutti i popoli della foresta,
indigeni e non, invertendo lo scenario di usurpazione e pulizia etnica per imboccare
controcorrente il fiume della globalizzazione? Azzurra ci presenta gli uomini
e le donne del cambiamento sostenibile in Amazzonia. La sopravvivenza dipende
solo da loro, da loro indigeni organizzati, che fondano associazioni, reti alternative
autogestite da dirigenti bilingui, con studi superiori e esperienza all’estero,
che talvolta vestono coi jeans e partecipano attivamente ai fori internazionali
vincendo cause e diritti, che creano fabbriche e posti di lavoro ecosolidali promuovendo
i “frutti” della foresta, quelli di sopra e quelli di sotto, nel rispetto delle
regole, che quando sono donne devono impegnarsi su più fronti combattendo il machismo
e sciogliendo l’ottusità e la rabbia, che soprattutto imparano nuovi linguaggi
inventando nuovi ponti e intuendo che le parole portano più lontano che certe
strade.