Sogni di bambini di mezza estate. Un reportage dalla Cisgiordania
L’immagine della guerra è oggi
cambiata. Molti degli interventi del seminario “Fare news fra guerra e pace”
(svoltosi a Bologna tra febbraio e marzo), tra cui quello di Stefano Silvestri
(Istituto Affari Istituzionali) e Lorenzo Bianco (Nuovo Quotidiano), del Prof.
Roberto Grandi (Università di Bologna), hanno chiarito sia i passaggi storici
di tale mutamento nello scenario culturale collettivo, sia l’entrata in scena
dei media e il loro sviluppo nel contesto delle guerre, con la consapevolezza
fortemente radicata del potere e dell’enorme capacità d’impatto che hanno sulle
masse popolari. L’immagine classica della guerra tra stati è stata spazzata via
dalle guerre moderne, basate sulla necessità di avere “sicurezza”, di costruire
cioè, sistemi di stabilità sociale (la stessa carta delle Nazioni Unite
legittima la guerra per salvaguardare la sicurezza internazionale). In questo
senso i media servono a incentivare un tipo di percezione sociale che promuova
quell’insicurezza di cui i governi abbisognano al giorno d’oggi per dichiarare
le guerre. Nascono allora le campagne pubblicitarie: strategie di marketing
e advertising sulla vita e la morte della gente che costruiscono a
tavolino i conflitti, per secretare i veri target. Esiste però un altro
tipo di rappresentazione del conflitto, fa parte di un altro regime
dell’immagine, non meno informativo del primo, anzi, visto il livello di
adulterazione che le comunicazioni di massa possono raggiungere, è senz’altro
un punto di vista doloroso ma privilegiato in cui mettersi a guardare un conflitto se si vuole tentare di
risolverlo. Appartiene ai bambini, è il
disegno.
Storie
di villaggio, storie di bambini.
Arab Ramadin. Ore 21.00, quattordicesimo giorno. Voce di Salam, dieci anni,
comincia un gioco, simula suoni d’interferenze: «zzzz…
Al Jazeera…pronto
pronto…mi sentite?...zzzzzzz», ancora interferenze, poi tace, cade a terra,
colpito dalla violenza per dovere di professione, ride. Salam è un ragazzino
sveglio, da grande ha un sogno: fare il giornalista. Salam la sera guarda
Al
Jazeera, non è l’unico. Non è unico neanche a riprodurre scenari di
conflitto sulla carta, attraverso uno stile spoglio che punta al dato di fatto.
Ha la stoffa dell’inviato di guerra Salam, i suoi disegni sembrano fotografie
scattate in prima linea. Siamo in mezzo allo scontro, sopra, attorno, gli
israeliani mettono in campo tutta la loro potenza militare. I palestinesi,
accerchiati, tentano di rispondere al fuoco ma vengono abbattuti. Quelli ancora
vivi, ai margini, cadono nel sangue di altri, colpiti poco prima. Nel villaggio
di
Arab Ramadin, alle porte del deserto del
Negev, una zona
desertica a sud-ovest della Cisgiordania, non c’è nulla. Un nulla raggiunto dai
media e dal mercato dove a volte in povere case, persino prive di finestre, si trovano vecchie tv usate per
illuminare, per distrarre dalle fatiche, per sapere. Dove nel piccolo market
c’è un tesoro, l’acqua dai costi improponibili per gli abitanti del villaggio,
imbottigliata in Israele con il marchio della Coca-Cola. Per capire questi
paradossi economico-mediatici, vere e proprie spaccature nella realtà in grado
di produrre deformate stereotipie sociali, c’è bisogno di osservare il
contesto, la sua geografia territoriale e culturale. Il villaggio è
praticamente stretto in una morsa. Adiacente ai confini segnati dalla
green-line
verso Israele mentre il lato interno,
che porta in Cisgiordania, è un territorio frastagliato dall’alternarsi
di insediamenti israeliani e di villaggi palestinesi, con il muro in
costruzione e la
By-Pass Road, una strada agibile solo dagli israeliani,
che tagliano fuori il villaggio dai territori palestinesi.
Carenze. La comunità locale non ha una rete idrica e
dipende dai pozzi collocati nelle terre confiscate dalla costruzione del muro.
L’unico modo di accedere all’acqua è scavare profondi pozzi di raccolta
nell’area del villaggio. Per evitare che possano essere distrutti per mancanza
di permessi si costruiscono pozzi in un terreno argilloso che spesso provoca la
formazione di veri e propri tappi di terra, con il bisogno di essere ripuliti
di frequente a mano, calandosi dentro, riempiendo secchi di fango fino a
svuotarli per far tornare l’acqua a un livello accettabile e usufruirne
nuovamente. I più fortunati hanno contenitori di raccolta sui tetti, una
visione tipica di molti altri villaggi e città palestinesi che hanno lo stesso
problema, mentre negli insediamenti israeliani l’acqua corrente non manca, così
come non mancano gli annaffiatoi per irrigare i giardini. Manca la rete
stradale, fognaria, elettrica. La maggior parte delle strade che portano o
permettono l’uscita dal villaggio sono state fatte saltare in più punti, con
crateri profondi due o tre metri. Quelle ancora praticabili, sono sterrate e a
tratti accidentate ai limiti della percorribilità. I controlli quotidiani
dell’esercito israeliano si aggiungono a questo tipo di viabilità comportando
spesso l’impossibilità che arrivino i camion per svuotare le cloache, oppure
che si vada a lavorare (il lavoro lo si trova solo se le autorità israeliane
concedono i permessi), o peggio, che arrivi un’ambulanza[1]. Un gruppo di
manovali provenienti da
Hebron, per poter essere lì a guadagnare lo
stretto necessario per vivere, doveva rimanere a dormire nelle fondamenta della
scuola che stavano costruendo con i fondi delle Nazioni Unite (il programma
UNRWA), nel silenzio, «immersi nel buio dopo il tramonto» raccontano, «per
evitare che un controllo militare, nel migliore dei casi, trovandoci ci
rispedisca a casa». Può voler dire non far più ritorno sul posto di lavoro,
negarsi la sopravvivenza. Ad
Arab
Ramadin è il ritmo solare che scandisce la giornata. «Quando è buio non è
permesso più niente» dicono, «ma di giorno, non è che cambi molto, prendere una
macchina è andare a
Dahriya, una cittadina distante soli dodici
chilometri, magari per trovare la farmacia che qui non esiste, è impossibile,
i
controlli militari sono snervanti e soprattutto rischiosi».
Flying checkpoint. Ne ricordo uno in particolar modo. Siamo in
cinque, tre adulti italiani, l’autista palestinese e il figlio, quattro anni.
Ci mettiamo in coda alla fila, sono soprattutto mezzi pesanti. Spegniamo la
macchina, si deve aspettare. Il bambino tace, solo pochi istanti prima allegro,
giocava scambiando sorrisi e il suo sguardo vispo con noi. Dopo mezz’ora
l’autista decide di superare almeno qualche camion, così, «quando sarà il
momento di ripartire per la strada sterrata e stretta, saremo davanti e potremo
recuperare un po’ del tempo perduto» ci dice. I militari strillano l’alt, uno
continua a gridare e punta il mitra. Ci fermiamo ancora, spegniamo la macchina.
Un militare continua, gioca con la prepotenza, ripete divertito un numero col
mitra: lo alza sulla testa, lo porta lentamente braccia al petto, ce lo mostra,
lo punta veloce sul bersaglio…noi. Il bambino oltre che taciturno è ora
immobile, osserva, ipnotizzato dal comportamento. Tento di distrarlo con
qualche diversivo ludico, non serve, è troppo concentrato su ciò che succede
attorno. Il papà, alla guida, con la sua aria scoraggiata confessa, «ho
imparato a tenere tutto, a non far vedere nulla a mio figlio, le emozioni che
ti maturano qui te le devi tenere dentro». Passa ancora tempo, troppo.
L’autista ci chiede di dire che siamo italiani, magari ci fanno passare prima,
ma non si può, non si riesce neppure a parlare, a spiegare, dobbiamo restare
lì, immobili. È un pomeriggio d’agosto e ci sono quarantaquattro gradi.
Ripartiamo dopo un paio d’ore, forse più, in mezzo a quel nulla riempito di violenza gratuita abbiamo perso
il senso della misura. Finalmente siamo al villaggio, il sole è all’imbrunire,
tutti ci accolgono preoccupati, chiedono i motivi del ritardo, spieghiamo e nei
loro volti si legge la rassegnazione, la rabbia. Quando è buio ogni famiglia
del villaggio accende il suo generatore di elettricità a benzina. Sa, da quel
momento, che ha a disposizione circa tre ore di luce. Gayad, 50 anni, spiega,
«il livello di benzina è collaudato, oltre questo consumo sarebbe impossibile,
visti i costi». Parla di come la piccola economia del villaggio sin dal 1948
sia dipendente dal regime di occupazione che continuamente ha effettuato
confische di terre per la pastorizia, demolizioni di case e di pozzi d’acqua
che rappresentano per la comunità l’unica fonte d’approvvigionamento.
Tempo
libero. In questo contesto di forte
disagio sociale, di controllo psicologico e territoriale, ci sono i bambini,
prigionieri del loro villaggio. Quando non sono a scuola gironzolano, fanno
giochi riciclando come possono quel poco che gli adulti buttano via. Così,
vecchie ruote di bicicletta o più spesso la compagnia degli animali utilizzati
per lavoro si trasformano in antichi divertimenti. Questi bambini aiutano, si
prodigano riempiendo l’acqua dai pozzi, scavandoli, svuotandoli, consapevoli
che ognuno di loro è importante nelle scarse economie familiari. Arafat, 12
anni, racconta la sua giornata. Sveglia
alle 6, una colazione semplice, pane arabo bagnato nell’olio con del tè, e poi
col suo asino raggiunge il papà, porta fuori dal recinto il gregge e dopo
un’ora circa va a scuola, fino alle 13.30. Parla della sua quotidianità,
«aiutare la mia famiglia dopo la scuola è l’unico modo che conosco di far
passare la giornata a Ramadin». E allora eccolo diventare commerciante nel
piccolo market di un cugino, oppure trasformarsi in pastore per pesare e segnare le pecore d’uno zio. I bambini sono
immersi in un ambiente fortemente limitato dalle scelte conflittuali degli
adulti di entrambe le parti, disegnano e offrono dettagliate fotografie della
realtà che vivono. Occuparsene significa documentare l’assenza di tranquillità,
l’idea che si fanno del nemico e purtroppo anche come si preparino le guerre
future. [2]
Rappresentare
la realtà.
Nel disegno di Salam, così come in quelli di altri bambini, l’immagine del
nemico è angosciante. Gli omini non rappresentano più uno dei semplici elementi
che appartengono al disegno dell’infanzia, ma spietati combattenti. L’intera
superficie del foglio è coperta dalle forze israeliane, i palestinesi che sono
riusciti a penetrare verso il centro del foglio sono stati abbattuti. Quelli
che sono ai margini vengono freddati sebbene fra loro ci siano gia morti e i
vivi tengano alzate le mani come per arrendersi (particolare questo,
agghiacciante, che non lascia speranze). I loro mezzi, in quel centro
impenetrabile dove non è permesso entrarci, bruciano. Il nemico è ben
inquadrato. Attraverso un grafismo spoglio si rappresentano i morti con
un’obiettività sconcertante e l’immagine del nemico come insieme di uomini che
non si ferma nemmeno davanti alla resa. Salam forse realizzerà quel sogno di
vedersi giornalista. È un bambino come tanti, ascolta, guarda, e talvolta
disegna ciò che dalla realtà ha imparato, il nemico uccide, non permette nulla,
si deve uccidere il nemico. Al di là di
ogni presa di posizione politica Salam e altri bambini danno modo di vedere
l’immagine che di questo insieme producono. Poi cresceranno, bypassati dal
divertimento, dalla creatività che proietta l’infanzia nella ricerca di soluzioni
positive, dall’idea di avere un’altra possibilità per il loro futuro.
Diventeranno adulti, le idee cementeranno e con esse, le rispettive posizioni
politiche (come finora è stato).
Andrea Spartaco