stampa
invia
Mansour bin Ahmed al-Bahlouli è stato giustiziato il 29 novembre in Arabia Saudita,
nella cittadina di Gedda, sul Mar Rosso, per la precisione. Le accuse contro di
lui: rapimento di un numero indefinito di donne che poi violentava e filmava durante
lo stupro. Inoltre al-Bahlouli, al momento dell'arresto è stato trovato in possesso
di armi e droga. La pena è stata eseguita con una tecnica sperimentata ormai alla
perfezione: la decapitazione pubblica mediante uno spadone che viene calato sul
collo del condannato con un fendente che non lascia scampo.
Rispetto all'utilizzo della spada è prevista una forma di clemenza per le donne condannate a morte. Possono scegliere la fucilazione, ma non perchè la decapitazione sia considerata troppo violenta. La donna giustiziata in pubblico, se venisse decapitata, dovrebbe scoprire il collo. E questo sarebbe sconveniente. Un altra eccezione è l'eventualità che, per reati violenti e particolarmente gravi, ad alcuni condannati possa essere inflitta la morte attraverso la crocefissione. Infine, ultima variante, la lapidazione per casi di adulterio.
I reati - La pena di morte viene inflitta per tutti i reati che portano la “corruzione
sulla Terra”. Una definizione che lascia aperte infinite possibilità e che permette,
a totale discrezione dei giudici, di far rientrare in questa categoria praticamente
tutti i reati che un essere umano possa commettere.Il sistema giudiziario - I condannati a morte, secondo le denuncie delle organizzazioni internazionali che si battono per l'abolizione della pena di morte, spesso ignorano fino al giorno dell'esecuzione il fatto che è stata comminata loro la pena capitale. Lo stesso discorso vale per le famiglie dei condannati, anche se questi non hanno cittadinanza saudita, visto che la legge del Paese proibisce il rimpatrio delle salme dei condannati a morte.
Dalle carceri dell'Arabia Saudita si esce quindi solo per essere giustiziati,
se riconosciuti colpevoli dei reati dei quali si viene accusati. Il processo non
rispetta nessun criterio del diritto alla difesa del detenuto. Le udienze si tengono
a porte chiuse e senza una giuria popolare, sia nel caso di un omicida seriale
e psicopatico sia nel caso di un detenuto politico. Amnesty International ha più
volte denunciato gli arresti arbitrari, le torture e gli abusi subiti dai dissidenti
politici nelle carceri del regime della famiglia Saud, puntando l'indice contro
i vertici del Mubahathat, la polizia politica segreta.
Nei processi il fattore determinante è quello delle testimonianze giurate e quella di un uomo vale quanto quella di due donne. Se l'imputato è uno straniero (sono molti i lavoratori dell'Estremo Oriente che lavorano in Arabia Saudita), non ha diritto all'assistenza consolare o dell'ambasciata.Le possibilità di appello si esauriscono in una richiesta di clemenza al ministero della Giustiza e al Re.
Questa riservatezza procedurale permette situazioni come quella di un'intera famiglia di lavoratori filippini arrestati nel gennaio 2000 mentre, in casa, celebravano una messa cattolica. Tutti, compresi tre donne e 10 bambini, sono stati tenuti in isolamento per diversi mesi. Nel 1999, due insegnanti colpevoli di aver preso parte a manifestazioni della minoranza sciita, hanno ricevuto 1500 frustate a testa sulla pubblica piazza, davanti a tutti i loro studenti. Il professor Sai'd bin Zuar ha trascorso in carcere il periodo dal 1995 al 2000, tutto per non aver firmato l'impegno a non svolgere mai più attività politica. All'egiziano Abdel Mo'ti Abdel Rahman Mohammed è stato cavato un occhio nel 1999 per aver gettato sul viso di una sua connazionale dell'acido. La ragazza aveva perso un occhio.
Tutto questo nonostante l'Arabia Saudita nel 2000, sotto la pressione degli Stati Uniti, suo principale alleato dell'epoca e primo partner commerciale, ha solennemente sottoscritto un documento votato dalla sessione aprile/maggio 2000 della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che riconosce l'universalità e l'indivisibilità dei diritti umani.Nel settembre dello stesso anno accettava e sottoscriveva la Convenzione sulle Donne, ma fatti salvi i limiti imposti dalla sharia.
Christian Elia