04/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono 23 le condanne a morte eseguite quest'anno in Arabia Saudita
fotogramma di un'esecuzione pubblica in arabia sauditaMansour bin Ahmed al-Bahlouli è stato giustiziato il 29 novembre in Arabia Saudita, nella cittadina di Gedda, sul Mar Rosso, per la precisione. Le accuse contro di lui: rapimento di un numero indefinito di donne che poi violentava e filmava durante lo stupro. Inoltre al-Bahlouli, al momento dell'arresto è stato trovato in possesso di armi e droga. La pena è stata eseguita con una tecnica sperimentata ormai alla perfezione: la decapitazione pubblica mediante uno spadone che viene calato sul collo del condannato con un fendente che non lascia scampo.
 
I dati della pena di morte. Il ministro degli Interni saudita ha comunicato ai mezzi d'informazione la sentenza di morte era stata eseguita senza difficoltà, portando così a 23 il numero dei giustiziati in Arabia Saudita nel 2004. L'anno non è ancora finito, ma sembra che il numero delle sentenze sia in calo rispetto alle 52 pene capitali eseguite nel 2003 e alle 45 del 2002. Il dato saudita è in media con altri paesi che applicano la pena di morte e che godono di una stampa decisamente più favorevole dell'Arabia Saudita, come gli Stati Uniti o la Cina.
Le condanne a morte hanno subito un rallentamento negli ultimi anni, rispetto alla media del passato. Sono state 1163 le teste cadute dal 1980 al 1999, con un ritmo di 60 pene capitali di media comminate all'anno. La peculiarità dell'Arabia Saudita rispetto alla pena di morte, a parte l'utilizzo della spada, è l'ampiezza del numero delle tipologie di reati che prevedono la pena capitale.

Rispetto all'utilizzo della spada è prevista una forma di clemenza per le donne condannate a morte. Possono scegliere la fucilazione, ma non perchè la decapitazione sia considerata troppo violenta. La donna giustiziata in pubblico, se venisse decapitata, dovrebbe scoprire il collo. E questo sarebbe sconveniente. Un altra eccezione è l'eventualità che, per reati violenti e particolarmente gravi, ad alcuni condannati possa essere inflitta la morte attraverso la crocefissione. Infine, ultima variante, la lapidazione per casi di adulterio.


donne saudite in un centro commerciale di riyadhI reati - La pena di morte viene inflitta per tutti i reati che portano la “corruzione sulla Terra”. Una definizione che lascia aperte infinite possibilità e che permette, a totale discrezione dei giudici, di far rientrare in questa categoria praticamente tutti i reati che un essere umano possa commettere.
 
Tutto si fonda sulla sharia (la legge coranica), che viene applicata secondo la versione della giurisprudenza della scuola sunnita hanbali. In questo senso viene respinta la teoria che interpreta le pene da comminare attravero il Corano basandosi sull'analogia, ma vige l'interpretazione rigida e testuale delle sacre scritture. I giudici (qadi) sono tutti religiosi.
Provando a stilare un elenco, rientrano nei reati che comportano la pena capitale, sicuramente il possesso, il consumo e il commercio di droghe. Leggere e pesanti. Comportano la decapitazione anche tutti i comportamenti sessuali che vengono considerati devianti: sodomia, rapporti omosessuali e rapporti orali. Si viene condannati a morte anche per apostasia, cioè l'abbandono della religione islamica per convertirsi ad altre confessioni o per ateismo. Il tutto è equiparato alle accuse di pratica di scienze magiche.

Il sistema giudiziario - I condannati a morte, secondo le denuncie delle organizzazioni internazionali che si battono per l'abolizione della pena di morte, spesso ignorano fino al giorno dell'esecuzione il fatto che è stata comminata loro la pena capitale. Lo stesso discorso vale per le famiglie dei condannati, anche se questi non hanno cittadinanza saudita, visto che la legge del Paese proibisce il rimpatrio delle salme dei condannati a morte.

detenuti stranieri nel carcere di geddaDalle carceri dell'Arabia Saudita si esce quindi solo per essere giustiziati, se riconosciuti colpevoli dei reati dei quali si viene accusati. Il processo non rispetta nessun criterio del diritto alla difesa del detenuto. Le udienze si tengono a porte chiuse e senza una giuria popolare, sia nel caso di un omicida seriale e psicopatico sia nel caso di un detenuto politico. Amnesty International ha più volte denunciato gli arresti arbitrari, le torture e gli abusi subiti dai dissidenti politici nelle carceri del regime della famiglia Saud, puntando l'indice contro i vertici del Mubahathat, la polizia politica segreta.

Nei processi il fattore determinante è quello delle testimonianze giurate e quella di un uomo vale quanto quella di due donne. Se l'imputato è uno straniero (sono molti i lavoratori dell'Estremo Oriente che lavorano in Arabia Saudita), non ha diritto all'assistenza consolare o dell'ambasciata.Le possibilità di appello si esauriscono in una richiesta di clemenza al ministero della Giustiza e al Re.

Questa riservatezza procedurale permette situazioni come quella di un'intera famiglia di lavoratori filippini arrestati nel gennaio 2000 mentre, in casa, celebravano una messa cattolica. Tutti, compresi tre donne e 10 bambini, sono stati tenuti in isolamento per diversi mesi. Nel 1999, due insegnanti colpevoli di aver preso parte a manifestazioni della minoranza sciita, hanno ricevuto 1500 frustate a testa sulla pubblica piazza, davanti a tutti i loro studenti. Il professor Sai'd bin Zuar ha trascorso in carcere il periodo dal 1995 al 2000, tutto per non aver firmato l'impegno a non svolgere mai più attività politica. All'egiziano Abdel Mo'ti Abdel Rahman Mohammed è stato cavato un occhio nel 1999 per aver gettato sul viso di una sua connazionale dell'acido. La ragazza aveva perso un occhio.

Tutto questo nonostante l'Arabia Saudita nel 2000, sotto la pressione degli Stati Uniti, suo principale alleato dell'epoca e primo partner commerciale, ha solennemente sottoscritto un documento votato dalla sessione aprile/maggio 2000 della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che riconosce l'universalità e l'indivisibilità dei diritti umani.Nel settembre dello stesso anno accettava e sottoscriveva la Convenzione sulle Donne, ma fatti salvi i limiti imposti dalla sharia.

Christian Elia

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