10/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il tempo concesso da Mazen è scaduto: o accordo o referendum
Il sangue è tornato a scorrere in Terra Santa. Un'incursione dell'esercito israeliano nella Striscia di Gaza provoca la morte di 11 persone e 50 feriti. Tra loro anche tre bambini che giocavano su una spiaggia dove è caduto un missile sparato da un'unità navale israeliana.
 
un momento degli scontri tra milizie di hamas e del fatahIl ritorno della violenza.  Tutta la settimana appena trascorsa ha segnato un ritorno dello scontro a un’intensità che non si vedeva da tempo. La notte tra lunedì e martedì scorsi, sette palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano: quattro a Gaza e tre in Cisgiordania. Nella Striscia di Gaza i militari israeliani sono rientrati a quasi un anno dal disimpegno dalle 21 colonie e dalle postazioni militari, avvenuto nell’agosto del 2005. Sembra che anche il dialogo tra le due parti sia rimasto bloccato a quel tempo, visto che il nodo del riconoscimento dello stato ebraico da parte del governo palestinese guidato da Hamas non è stato superato. L’unica ipotesi sul tavolo, mentre la parola sembra tornata alle armi, proviene da dietro le sbarre, con la proposta del pluri-ergastolano Marwan Barghouti, leader del Fatah in Cisgiordania. La proposta prevede uno stato palestinese con capitale Gerusalemme, all’interno dei confini del 1967, con l’impegno dei gruppi armati a non portare più attacchi contro il territorio israeliano e a unirsi sotto un’unica sigla, che dovrebbe chiamarsi Fronte della Resistenza Palestinese. L’accordo prevede la formazione di un governo di unità nazionale con esponenti di tutte le fazioni. I firmatari della lettera hanno proposto anche una conferenza di unità nazionale, tra Fatah e Hamas, dove potrebbero presenziare anche i leader in esilio. Abu Mazen rimarrebbe il solo a condurre le trattative con Israele. La proposta, sottoscritta assieme a Abdel Khaleq al Natsh, di Hamas, Abdel Rahim, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e Bassam al Saadi, della Jihad Islamica, tutti reclusi nel carcere israeliano di Hadarim. Ma sembra l’unico posto dove vanno d’accordo.
 
una bimba palestinese manifesta contro il taglio degli aiuti umanitariL’accordo scottante. La proposta dei detenuti ha trovato una tiepida accoglienza tra le fila di Hamas, e Abu Mazen, forte dell’appoggio che gli giunge inaspettato dai leader detenuti e di quello della comunità internazionale, ha espresso la volontà di parlare con Hamas, ma fino a un certo punto. Se la trattativa non si sblocca e non si concretizza il piano dei carcerati, Mazen indirà un referendum popolare sull’accettazione o meno del piano. Questo è un elemento nuovo nella scena politica palestinese, dove non si è mai tenuto un referendum, che non avrebbe valore legale, ma assesterebbe un duro colpo ad Hamas. Mazen ha fissato un termine, prorogato di un paio di giorni, che scade oggi. O Hamas accetta il piano o è referendum. Hamas guarda con sospetto al voto popolare, perché teme che la gente per uscire dall’impasse possa appoggiare un piano che ridurrebbe l’oggettivo vantaggio di Hamas rispetto a tutti gli altri. Ma la situazione dei palestinesi è molto grave e non c’è più tempo per le chiacchiere politiche. Il 4 giugno scorso, dopo un’attesa durata 4 mesi, sono stati pagati i primi salari ai dipendenti pubblici palestinesi. I loro problemi sono questi, e la fame è uno spettro che rischia di concretizzarsi a Gaza. Il 9 giugno scorso, la prestigiosa rivista medica The Lancet, ha pubblicato un articolo molto duro che sottolinea la drammatica situazione sanitaria nei Territori occupati e a Gaza in particolare. Il taglio deciso dagli Stati Uniti agli aiuti umanitari alla Palestina si è rivelato pericoloso per la scarsità di medicine.
La situazione sembra più o meno delineata: la popolazione civile è stanca dello stillicidio continuo di scontri tra le fazioni palestinesi, della scarsità alimentare e della situazione sanitaria. Il referendum avrebbe un effetto piuttosto scontato e Hamas si troverebbe ridimensionata. Ma se non accetta il referendum, rischia di perdere l’appoggio popolare che l’ha portata alla vittoria.  

Christian Elia

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità