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Il ritorno della violenza. Tutta la settimana appena trascorsa ha segnato un ritorno dello
scontro a un’intensità che non si vedeva da tempo. La notte tra lunedì e
martedì scorsi, sette palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano:
quattro a Gaza e tre in Cisgiordania. Nella Striscia di Gaza i militari
israeliani sono rientrati a quasi un anno dal disimpegno dalle 21 colonie e
dalle postazioni militari, avvenuto nell’agosto del 2005. Sembra che anche il
dialogo tra le due parti sia rimasto bloccato a quel tempo, visto che il nodo
del riconoscimento dello stato ebraico da parte del governo palestinese guidato
da Hamas non è stato superato. L’unica ipotesi sul tavolo, mentre la parola
sembra tornata alle armi, proviene da dietro le sbarre, con la proposta del
pluri-ergastolano Marwan Barghouti, leader del Fatah in Cisgiordania. La
proposta prevede uno stato palestinese con capitale Gerusalemme, all’interno
dei confini del 1967, con l’impegno dei gruppi armati a non portare più
attacchi contro il territorio israeliano e a unirsi sotto un’unica sigla, che
dovrebbe chiamarsi Fronte della Resistenza Palestinese. L’accordo prevede la
formazione di un governo di unità nazionale con esponenti di tutte le fazioni.
I firmatari della lettera hanno proposto anche una conferenza di unità
nazionale, tra Fatah e Hamas, dove potrebbero presenziare anche i leader in
esilio. Abu Mazen rimarrebbe il solo a condurre le trattative con Israele. La
proposta, sottoscritta assieme a Abdel Khaleq al Natsh, di Hamas, Abdel Rahim,
del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e Bassam al Saadi, della
Jihad Islamica, tutti reclusi nel carcere israeliano di Hadarim. Ma sembra
l’unico posto dove vanno d’accordo.
L’accordo scottante. La proposta dei detenuti ha
trovato una tiepida accoglienza tra le fila di Hamas, e Abu Mazen, forte
dell’appoggio che gli giunge inaspettato dai leader detenuti e di quello della
comunità internazionale, ha espresso la volontà di parlare con Hamas, ma fino
a
un certo punto. Se la trattativa non si sblocca e non si concretizza il piano
dei carcerati, Mazen indirà un referendum popolare sull’accettazione o meno del
piano. Questo è un elemento nuovo nella scena politica palestinese, dove non si
è mai tenuto un referendum, che non avrebbe valore legale, ma assesterebbe un
duro colpo ad Hamas. Mazen ha fissato un termine, prorogato di un paio di
giorni, che scade oggi. O Hamas accetta il piano o è referendum. Hamas guarda
con sospetto al voto popolare, perché teme che la gente per uscire dall’impasse
possa appoggiare un piano che ridurrebbe l’oggettivo vantaggio di Hamas rispetto
a tutti gli altri. Ma la situazione dei palestinesi è molto grave e non c’è più
tempo per le chiacchiere politiche. Il 4 giugno scorso, dopo un’attesa durata
4
mesi, sono stati pagati i primi salari ai dipendenti pubblici palestinesi. I
loro problemi sono questi, e la fame è uno spettro che rischia di
concretizzarsi a Gaza. Il 9 giugno scorso, la prestigiosa rivista medica The
Lancet, ha pubblicato un articolo molto duro che sottolinea la drammatica
situazione sanitaria nei Territori occupati e a Gaza in particolare. Il taglio
deciso dagli Stati Uniti agli aiuti umanitari alla Palestina si è rivelato
pericoloso per la scarsità di medicine. Christian Elia