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Nessuna
paura. A Wuerzburg come ad Accra, la
capitale ghanese a migliaia di km di distanza, la parola d’ordine è solo una:
battere l’Italia per poter sperare nella qualificazione al turno successivo.
“Gli Azzurri sono fortissimi, ma non abbiamo paura”, continua serio Jerome.
“Con Essien, Muntari e Appiah, possiamo battere chiunque”. Il Ghana è una delle
quattro squadre sub-sahariane a essersi qualificata per la prima volta alla
coppa del mondo (l’unica squadra africana “veterana” della competizione è la Tunisia),
e come ad Abidjan, Luanda e Lomé, anche ad Accra il clima di festa che si
respira alla vigilia dell’esordio è straordinario. L’impresa compiuta dai
ragazzi di coach Dujkovic non riuscì neanche al Ghana dei sogni, quello degli
anni ’90, che schierava nelle proprie fila campioni del calibro di Yeboah e
Abedì Pelè.
Alti e
bassi. La qualificazione è stata una
cavalcata trionfale: con una sola sconfitta in dieci partite, i ragazzi ghanesi
si sono anche permessi il lusso di battere i quotati bafana-bafana sudafricani, sia in casa che in trasferta. La
vittoria per 4 a 0 a Capo Verde, nell’ultima partita, ha scatenato la gioia per
le strade di Accra e nel resto del Paese, anche se da quel giorno molto è
cambiato. Le Black Stars hanno
cambiato allenatore, hanno subìto una cocente eliminazione al primo turno della
Coppa d’Africa in Egitto (con una sconfitta ad opera dello Zimbabwe che in
patria non è stata ancora digerita) e non hanno convinto nelle prime amichevoli
di preparazione al mondiale. “Ma in Egitto ci mancavano Essien, Asamoah e
Muntari, ora che siamo tornati al completo saranno guai per tutti”, continua
fiducioso Jerome.
Esempio
africano. Uno dei primi stati a ottenere l’indipendenza nel
dopoguerra, il Ghana è diventato in breve tempo un esempio per il resto
dell’Africa. Circondato da vicini irrequieti, come il Togo e la Costa d’Avorio,
il Paese è riuscito a rimanere un’oasi di tranquillità, con una democrazia
ormai radicata nonostante l’instabilità vissuta negli anni ’70. Nessuna
rivincita da prendere dopo un passato sanguinoso come l’Angola, nessuna
necessità di cementare una società distrutta dalla guerra come in Costa
d’Avorio. Solo un sogno da vivere al meglio, con l’orgoglio di essere diventati
una nazione di riferimento anche nello sport più seguito al mondo. “Non
giochiamo solo per noi, ma per tutta l’Africa”, conclude entusiasmato Jerome.
“Vogliamo vedere le Black Stars sul
tetto del mondo. E l’Italia non ci fermerà”.
Matteo Fagotto