03/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il racconto del medico che, ancora oggi, cura le vittime della strage
“Molte persone vengono qui ogni giorno, dalle 120 alle 150. La clinica è piccola, siamo solo cinque dottori e spesso dobbiamo mandare indietro i malati. Non riusciamo a curarli tutti. Gli abitanti dell’ex area foto di Raghu Raiindustriale hanno molti problemi: del respiro, della vista, irregolarità del ciclo mestruale, inappetenza, dolori alle articolazioni, disfunzioni ai reni, difficoltà di concentrazione, attacchi di panico, depressione e insonnia. Accogliamo anche la seconda generazione di Bhopal, ovvero i figli di coloro che furono esposti alla fuoriuscita di gas. Molti bambini hanno ritardi nella crescita e sono sempre di più le persone colpite dal cancro”.
A parlare è Sathyu Sarangi, fondatore della clinica Sambhavna, nell’ex sito della fabbrica di pesticidi della compagnia Usa Union Carbide. Con voce sommessa riferisce della più grave tragedia della storia industriale, quando nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, un’immane perdita di gas dallo stabilimento statunitense intossicò e uccise migliaia di abitanti di Bhopal, antica città nel cuore dell’India. Nei tre giorni successivi al disastro morirono oltre 8mila persone, ma altre 12 mila hanno perso la vita da allora. A Bhopal, oggi, si continua a morire.
 
Carcasse di barili pieni di rifiuti tossici giacciono ancora nell’area, esposte a ogni genere di intemperie. Altri secchi di veleno sono rimasti accatastati nelle baracche dell’ex fabbrica. L’aria è irrespirabile. E solo ieri il governo indiano ha commissionato la bonifica del sito. Vittoria Polidori, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace, denuncia: “La situazione a Bhopal è allarmante. La Union Carbide abbandonò il sito senza effettuare alcuna opera di risanamento ambientale. Sia il suolo sia le risorse idriche della zona sono altamente inquinate. Gli operatori di Greenpeace hanno rilevato composti organici del cloro (solventi), metalli pesanti (tra cui mercurio e cromo) e il pesticida Savin allora prodotto”. La Union Carbide – acquisita nel 2001 dalla Dow Chemicals, la più grande compagnia foto di Raghu Raichimica del mondo – produsse l’insetticida Savin dal 1977 al 1984 a partire dall’Isocianato di metile (Mic), una molecola altamente instabile. Quella notte di dicembre entrò dell’acqua nel serbatoio contenente Mic attraverso valvole difettose. La reazione che ne seguì fu così devastante da rilasciare una colonna di quaranta tonnellate di gas letali. “L’incidente – continua Vittoria Polidori - bruciò subito i tessuti dei polmoni e degli occhi. Tuttora 500mila persone risentono dei danni provocati dalla nube tossica e 120 mila di questi sono malati cronici. Stanno aumentando, tra l’altro, i casi di tubercolosi. Ci sono due tipi di malati: i sopravvissuti al disastro e coloro che sono venuti a contatto in seguito con l’area contaminata”.
 
Oggi intorno all’ex sito industriale vivono ancora 20mila persone. “Sono molto poveri”, dichiara il medico indiano. “Non possono comprare le medicine e se si rivolgono agli ospedali statali, non ricevono le cure appropriate. Qui infatti vengono sottoposti solo a trattamenti sintomatici che tolgono il dolore, ma non vanno a fondo del problema. Moltissimi sono disabili: più del 70 per cento delle persone che furono esposte non possono più lavorare. La nostra è la sola clinica non governativa che si occupa di loro. Utilizziamo sia la medicina moderna (allopatica) sia quella ayurvedica e lo yoga. Quest’ultimo è ottimo per migliorare la respirazione e guarire le irregolarità del ciclo mestruale”. Ed è proprio l’estrema miseria che costringe queste persone a continuare a vivere in un luogo malsano e a bere l’acqua contaminata.
 
Nel 1989 un accordo extragiudiziale tra l’ Union Carbide e il governo stabilì 470 milioni di dollari di foto di Raghu Rairisarcimento per le vittime. Una cifra irrisoria - erano stati chiesti 3 miliardi - che rimase fino al luglio scorso nelle casse dello Stato. “E’ una quota effimera indirizzata solo alle persone esposte direttamente al gas”, aggiunge Polidori di Green Peace. “Non tiene conto degli orfani, dei disabili, della cosiddetta seconda generazione”. La Dow Chemicals, del resto, ha sempre declinato ogni responsabilità per i fatti avvenuti prima dell’acquisizione. La fuoriuscita fu dovuta ai bassissimi standard di sicurezza e alla cattiva manutenzione.
“Eppure – continua Sathyu Sarangi - tutti devono comprendere che se non viene fatta giustizia a Bhopal, è anche il resto del mondo ad essere in pericolo. Quella per Bhopal è una battaglia che riguarda tutti. Nessuno deve dimenticare”. Sfrangi arrivò sul luogo del disastro dopo due giorni. “Non posso cancellare dalla mia mente ciò che vidi. Non ero preparato ad assistere a tanto dolore. La cosa sorprendente è che giunsero migliaia e migliaia di persone per portare soccorso. Per giorni, senza sosta, fecero tutto quello che potevano. E oggi alcuni di quei volontari hanno deciso di restare a Bhopal”.
 

Francesca Lancini

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