“Molte persone vengono qui ogni giorno, dalle 120 alle 150. La clinica è piccola,
siamo solo cinque dottori e spesso dobbiamo mandare indietro i malati. Non riusciamo
a curarli tutti. Gli abitanti dell’ex area

industriale hanno molti problemi: del respiro, della vista, irregolarità del
ciclo mestruale, inappetenza, dolori alle articolazioni, disfunzioni ai reni,
difficoltà di concentrazione, attacchi di panico, depressione e insonnia. Accogliamo
anche la seconda generazione di Bhopal, ovvero i figli di coloro che furono esposti
alla fuoriuscita di gas. Molti bambini hanno ritardi nella crescita e sono sempre
di più le persone colpite dal cancro”.
A parlare è Sathyu Sarangi, fondatore della clinica
Sambhavna, nell’ex sito della fabbrica di pesticidi della compagnia Usa
Union Carbide. Con voce sommessa riferisce della più grave tragedia della storia industriale,
quando nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, un’immane perdita di gas dallo
stabilimento statunitense intossicò e uccise migliaia di abitanti di Bhopal, antica
città nel cuore dell’India. Nei tre giorni successivi al disastro morirono oltre
8mila persone, ma altre 12 mila hanno perso la vita da allora. A Bhopal, oggi,
si continua a morire.
Carcasse di barili pieni di rifiuti tossici giacciono ancora
nell’area, esposte a ogni genere di intemperie. Altri secchi di veleno
sono rimasti accatastati nelle baracche dell’ex fabbrica. L’aria è
irrespirabile. E solo ieri il governo indiano ha commissionato la
bonifica del sito. Vittoria Polidori, responsabile della campagna
inquinamento di
Greenpeace, denuncia: “La situazione a Bhopal è allarmante. La
Union Carbide abbandonò il sito senza effettuare alcuna opera di risanamento ambientale. Sia
il suolo sia le risorse idriche della zona sono altamente inquinate. Gli operatori
di
Greenpeace hanno rilevato composti organici del cloro (solventi), metalli pesanti (tra
cui mercurio e cromo) e il pesticida
Savin allora prodotto”. La
Union Carbide – acquisita nel 2001 dalla
Dow Chemicals, la più grande compagnia

chimica del mondo – produsse l’insetticida
Savin dal 1977 al 1984 a partire dall’Isocianato di metile (Mic), una molecola altamente
instabile. Quella notte di dicembre entrò dell’acqua nel serbatoio contenente
Mic attraverso valvole difettose. La reazione che ne seguì fu così devastante
da rilasciare una colonna di quaranta tonnellate di gas letali. “L’incidente –
continua Vittoria Polidori - bruciò subito i tessuti dei polmoni e degli occhi.
Tuttora 500mila persone risentono dei danni provocati dalla nube tossica e 120
mila di questi sono malati cronici. Stanno aumentando, tra l’altro, i casi di
tubercolosi. Ci sono due tipi di malati: i sopravvissuti al disastro e coloro
che sono venuti a contatto in seguito con l’area contaminata”.
Oggi intorno all’ex sito industriale vivono ancora 20mila persone. “Sono molto
poveri”, dichiara il medico indiano. “Non possono comprare le medicine e se si
rivolgono agli ospedali statali, non ricevono le cure appropriate. Qui infatti
vengono sottoposti solo a trattamenti sintomatici che tolgono il dolore, ma non
vanno a fondo del problema. Moltissimi sono disabili: più del 70 per cento delle
persone che furono esposte non possono più lavorare. La nostra è la sola clinica
non governativa che si occupa di loro. Utilizziamo sia la medicina moderna (allopatica)
sia quella ayurvedica e lo yoga. Quest’ultimo è ottimo per migliorare la respirazione
e guarire le irregolarità del ciclo mestruale”. Ed è proprio l’estrema miseria
che costringe queste persone a continuare a vivere in un luogo malsano e a bere
l’acqua contaminata.
Nel 1989 un accordo extragiudiziale tra l’
Union Carbide e il governo stabilì 470 milioni di dollari di

risarcimento per le vittime. Una cifra irrisoria - erano stati chiesti 3 miliardi
- che rimase fino al luglio scorso nelle casse dello Stato. “E’ una quota effimera
indirizzata solo alle persone esposte direttamente al gas”, aggiunge Polidori
di
Green Peace. “Non tiene conto degli orfani, dei disabili, della cosiddetta seconda generazione”.
La
Dow Chemicals, del resto, ha sempre declinato ogni responsabilità per i fatti avvenuti prima
dell’acquisizione. La fuoriuscita fu dovuta ai bassissimi standard di sicurezza
e alla cattiva manutenzione.
“Eppure – continua Sathyu Sarangi - tutti devono comprendere che se non viene
fatta giustizia a Bhopal, è anche il resto del mondo ad essere in pericolo. Quella
per Bhopal è una battaglia che riguarda tutti. Nessuno deve dimenticare”. Sfrangi
arrivò sul luogo del disastro dopo due giorni. “Non posso cancellare dalla mia
mente ciò che vidi. Non ero preparato ad assistere a tanto dolore. La cosa sorprendente
è che giunsero migliaia e migliaia di persone per portare soccorso. Per giorni,
senza sosta, fecero tutto quello che potevano. E oggi alcuni di quei volontari
hanno deciso di restare a Bhopal”.