Condanna nera. L'Ecuador è il quarto esportatore di petrolio di tutta l'America Latina e il
sesto al mondo. Eppure gli ecuadoriani non se la passano poi così bene:
la disoccupazione colpisce 61 ecuatoriani su 100.
6 ecuatoriani su 10 guadagnano meno di due dollari al giorno. Qualcosa sembra
non funzionare.
L'Amazzonia Ecuatoriana ospita circa 25.000 specie di piante conosciute, grazie
a un ecosistema millenario.
Ma le attività di estrazione del petrolio sono una continua minaccia di morte
e distruzione. Flora e fauna periscono e con essi le popolazioni indigene che
ci vivono da sempre proprio grazie al fatto di essere perfettamente inserite in
questo ecosistema. E' dal lontano 1941, da quando arrivò la Shell a Pastaza, che
le popolazioni indigene sono aggredite in nome dagli interessi finanziari delle
imprese di turno: Shell, ARCO, Tri-Petrol, CGC, AGIP, ENI.
L’estrazione del petrolio porta con sé anche le mine. Il territorio indigeno
Sarayaku, situato nel cuore della foresta amazzonica, è disseminato di esplosivo.
Si tratta della dinamite lasciata dalla Compagnia generale dei combustibili argentina
(Cgc), che ha occupato parte del territorio ancestrale indios per crivellarlo
ed estrarne l’oro nero. Dopo aver ignorato per anni la strenua opposizione delle
popolazioni che vivono quest’area e che da millenni rispettano la terra con la
stessa sacralità con la quale trattano ogni vita umana, la Cgc ha dovuto cedere
e se n’è andata. Ma ha lasciato, qua e là, mucchi di trappole mortali, pronte
a esplodere. Non sono bastati gli appelli della Corte Interamericana dei diritti
umani che, nel condannare la violazione dei diritti del popolo indigeno e nell’ordinare
allo Stato ecuadoriano di proteggerne “la vita, l’intergità personale e la libera
circolazione”, aveva imposto l’immediato ritiro del materiale esplosivo sistemato
per le esplorazioni geologiche. I 1.433 chili sono ancora lì, pronti a esplodere.
E quando il ministero ha chiesto di presentare una mappa del tracciato delle linee
esplosive, la Cgc si è rifiutata. I Sarayaku hanno alle spalle una lunga storia
di lotta e opposizione contro lo sfruttamento petrolifero e il grave impatto ambientale
e sociale che sempre ne consegue. I Sarayaku vogliono poter percorrere i sentieri
della selva amazzonica senza paura di saltare in aria. Per questo chiedono la
formazione di un gruppo tecnico specializzato, supervisionato da una Commissione
di organizzazioni per i diritti umani e da rappresentanti delle Nazioni Unite.
Musica, canti e balli. La gioia di vivere degli Ecuadoriani ha tinto con colori sgargianti la fredda
Bad Kissingen, cittadina tedesca che ospita la nazionale. Durante gli allenamenti,
la Tricolor, come viene chiamata dai suoi tifosi, o più semplicemente Tri, è stata
festeggiata a suon di musica, con donne in abiti tradizionali e uomini dagli strumenti
più impensati. Una festa per la vista e per l’animo. Il capitano, Ivan Hurtado,
e l’allenatore, il colombiano Luis Suarez, hanno passato un’intera ora firmando
autografi.
Luis Suarez, però, non è ‘inseguito’ solo dagli ecuadoriani. Essendo l’unico
colombiano ancora in corsa per i Mondiali, i tifosi della Colombia, delusi per
l’eliminazione, cercano di superare la frustrazione tifando per lui. E per i vicini
di casa ecuadoriani, dunque.
Per la Tri, però, già i primi problemi. Il freddo trovato in Germania, inaspettato
per questa stagione, ha messo ko 4 giocatori, che stanno recuperando a stento:
Edwin Tenorio, Edison Mendez, Jose Luis Perlata e Patricio Urrutia. L’allenatore
si è detto molto preoccupato.
Turismo alternativo.Nella zona più remota e impervia del Paese è nato un progetto per aprire le porte
della selva amazzonica a un turismo ecologico e responsabile. Con una guida molto
particolare.
Vicino alla frontiera con il Perù, in una regione dell’Ecuador dove la selva
amazzonica la fa da padrona, i turisti, se "consapevoli", sono i benvenuti. A
guidarli un gruppo di indigeni Achuar, capeggiati da Ruben, convinto di dover condividere le sue conoscenze e le sue
esperienze con gli stranieri per avviarli ai segreti e alle meraviglie della selva.
Il resort, se così lo possiamo definire, si trova a poco meno di un’ora di volo
dalla capitale dell’Ecuador, Quito. Qui, il popolo Achuar vive da secoli in simbiosi
con la natura e con le tradizioni. “La selva per noi è come un grande supermercato,
possiamo cacciare e pescare, provvede a fornirci tutto, anche i medicinali”.
Cercare di fare avvicinare i turisti al loro mondo è un tentativo di salvarlo
quel mondo. Anche sotto i loro piedi, infatti, giace per ora indisturbato un giacimento
di petrolio grande e grosso. E la paura di venir assaltati dalle compagnie petrolifere
è tanta. “Potrebbero arrivare fino a qui, costruire strade, riempirci di cemento.
Per noi sarebbe la morte”. Chissà dunque se la via del turismo non sia l’unica
salvezza?
Curiosità inquietante
Il ct dell’Ecuador, il colombiano Luis Fernando Suarez, nella sua
strategia di gioco, ha detto di ispirarsi al generale che guidò la
prima Guerra del Golfo. Lo ha ammesso pubblicamente, dicendo anche che
i libri di Colin Powell, ex comandante in capo delle truppe Usa e
segretario di stato, lo influenzano profondamente.
`Tra una partita e l`altra - ha detto il coach - mi piace leggere libri
di grandi leader. Ora sto studiando quello di Powell, che spiega come
guidare le proprie truppe.
Anche i diplomatici…
Alan Wagner, peruviano, segretario generale della Comunità andina delle
nazioni (Can), che comprende Ecuador, Colombia, Perù, Bolivia e
Venezuela, durante l'incontro dei capi di stato a Quito, ha fatto i
suoi migliori auguri alla Tri: "Tutti gli andini stiamo facendo il tifo
per l'Ecuador, che ci rappresenta tutti".
La squadra dell'Ecuador è l'unica squadra dell'area andina a essersi qualificato
alle fasi finale di Germania 2006.
Per sostenerla si è persino mossa l'ambasciata statunitense a Quito,
che ha messo un telo gigante sulla facciata dell'ambasciata con su
scritto: “MUCHA SUERTE alla nazionale dell'Ecuador”. Gesto alquanto
inusuale nel mondo diplomatico.
Sfruttamento minorile
Quasi un quarto dei bambini e degli adolescenti dell’Ecuador lavorano e
l’80 percento lo fanno in condizioni preoccupanti. In occasione della
giornata mondiale contro il lavoro minorile, è stata resa pubblica una
statistica commissionata dal Programma internazionale di sradicamento
del lavoro infantile (Ipec) e dall’Organizzazione internazionale del
lavoro (Oit). Eppure la legge fissa a 15 anni l’età minima per
lavorare, mentre l’età media effettiva è risultata 13. Non solo: 8 su
10 sono impiegati in condizioni lavorative di rischio, come mine o
cantieri, e in periodi della giornata inumani per la giovane età, come
la notte. La maggioranza vive in zone rurali ed è di sesso maschile.
L’intento dello studio era capire il fenomeno per arrivare quanto meno
a controllarlo. Secondo l’Oit, è impossibile arrivare a sradicarlo,
senza coinvolgere i principali soggetti: lavoratori, governo e datori
di lavoro. E questo vale per tutti i paesi del Mondo, dove i bambini
che lavorano ammontano a 218milioni.