02/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Storia di Haile, che dall'Etiopia sogna la sua Eritrea libera
Scritto per noi da
Emilio Manfredi

 
 
Addis Abeba - Un'immagine di Addis AbebaL'appuntamento è al Ghion Hotel, un grande albergo nel centro di Addis Abeba, a poche centinaia di metri da Meskel Square, la vecchia Piazza della Rivoluzione.
Una gigantografia di Haile Gebreselassie, il più famoso corridore etiope, campeggia da un muro di un palazzo, proprio di fianco all'ingresso del parco dell'hotel.
Petros, l’autista, si destreggia nel traffico usuale nella capitale guidando verso la zona nord della città, oltre Mexico Square.
 
Un colpo di clacson e un grosso cancello di ferro si apre. All’interno di un edificio ci sono esponenti noti della diaspora eritrea. "Sedete, vi prego", dice sorridente Haile. La luce elettrica ci restituisce un uomo stempiato, i capelli ed i baffi bianchi, i modi gentili. Haile è etiope, racconta in un buon inglese, ma è nato ad Asmara, quando ancora Etiopia ed Eritrea erano un unico Paese. Lì è cresciuto ed ha studiato.

Una vita di lotte - "Sono scappato dal carcere nel 1977 –  racconta –  e mi sono unito subito al EPLF, il Fronte Popolare di Liberazione Eritreo, ho combattuto per diciotto anni e poi sono diventato uno dei responsabili dell'Ufficio Stampa. Ho lottato per l'indipendenza dell'Eritrea e sento di appartenere a quella terra."
Ma non è della lotta per la liberazione dell'Eritrea che Haile ci vuole parlare, quest'oggi.
Haile è stato esiliato in Etiopia pochi mesi fa, esattamente il 27 agosto di quest'anno. Era in carcere dal 14 novembre del 1999. Era stato arrestato durante la guerra tra Etiopia ed Eritrea del 1998-2000. Gli accordi di pace che la conclusero non definivano esattamente la linea di confine, e sono ancora oggi motivo di tensione.

"Sono stato arrestato a causa del conflitto, perché ho detto che il villaggio conteso sul confine, Badme, non era un problema fondamentale. Poteva essere risolto senza spargimento di sangue. Ma c'era un'altra motivazione alla base di quella guerra, non posso rivelarla, altrimenti sono morto".
 
"Quel 14 novembre è fisso nella mia mente. Sono stato arrestato dalla polizia del CID, il Central Investigation Department. La vita nella prigione dove ero rinchiuso era durissima. Non c'era nessuna comunicazione con la famiglia, nessuna comunicazione con gli altri prigionieri. Se ti scambiavi dei messaggi e ti scoprivano, ti mandavano nella dark room, in catene. Per settimane.
Avevamo qualcosa da mangiare tutti i giorni, ma era pessimo. All'inizio, quando sono arrivato in quella prigione, avevamo la radio, ogni tanto qualche giornale straniero. Ma dopo che il Preside dell'Università, Semer Kassete, è riuscito a scappare dalla prigione ci è stato tolto tutto.Niente più radio, niente più notizie. Semer è fuggito nell'agosto 2003. Da quel momento gli unici giornali che ci davano erano quelli del regime. Inutile anche leggerli."
 
Ricordi da dietro le sbarre
Gli occhi piccoli si muovono rapidi, passano dagli interlocutori alla stanza, alla penna che Haile tiene in mano e che muove, con gesti rapidi e fermi, ad accompagnare le sue parole. Quasi a dar loro il giusto accento.
"Poi c'erano i lavori forzati. Ti mandavano a scavare, a lavorare i campi della prigione o a costruire delle case all'interno del compound."

Quando pronunciamo la parola avvocato, inizia a ridere rumorosamente.
"Ma non c'è mai stato nessun processo! La maggior parte di noi ha passato cinque, sei anni in carcere senza vedere un avvocato, un giudice, un processo, una corte. Per me è durata cinque anni, finchè non mi hanno espulso, il 27 agosto 2004. Mi hanno portato in un posto di transito, chiamato Sembel Training Camp.
Ora sono libero solo perché, essendo di nazionalità etiope, avevano un altro Stato in cui mandarmi in esilio. Se fossi eritreo, sarei ancora in carcere.
Penso ad esempio – continua Haile –  a Bitweded Abraha, un militare molto preparato, il generale a capo della divisione 492, prima dell'indipendenza. Era un  patriota, un eroe. E' ancora nelle prigioni del  CID. Sono passati dodici anni, non ha mai parlato con un avvocato, con un familiare, nessuno sa nulla delle sue condizioni fisiche e di detenzione. E' vivo, questo si sa, ma nessuno può vederlo...oppure mi viene in mente Dawit Isak, giornalista e scrittore. Era uno del gruppo dei quindici, i famosi G-15. Sul suo giornale ha esposto le proprie idee, quelle del G-15, ma anche quelle del governo, perchè voleva che si aprisse un dibattito, che si giungesse ad un accordo. E' finito in galera nel 2001, ed è ancora lì. Quando l'ho lasciato era chiuso nella Camera 10."
 
Una grande prigione - "Quando ripenso all'Eritrea mi viene una tristezza incredibile", dice Haile. "Vedete, purtroppo oggi l'Eritrea è distrutta. E' distrutta non solo economicamente, a dispetto di ciò di cui parla il regime di Isaias Afeworki. L'Eritrea è un paese in ginocchio a livello popolare, la gente non riesce più a viverci, davvero. Quando si  va al mercato, tutto è troppo caro, anche i generi alimentari piu' basilari come le cipolle, le patate, i pomodori. Ciò vuol dire che c'è qualcosa che non va, in un paese così povero.
E' veramente difficile sopravvivere, gli affitti sono troppo cari, le persone comuni sono sul lastrico."
Ma questo, insiste Haile, è solo una parte del problema Eritrea. "A livello politico, dire la verità in Eritrea vuol dire finire in galera. Questo vale per chiunque, sia che tu abbia combattuto per anni per rendere il paese indipendente, sia che tu sia un intellettuale. Ma ciò che è più grave, la repressione del dissenso vale anche per le persone illetterate, per la povera gente. Nessuno può permettersi di dire la verità, o  semplicemente di esprimere il proprio parere,oggi. Quando il Presidente Isaias convoca delle riunioni, ciò vuol dire solo che i suoi collaboratori possono ascoltare. Ascoltare ed annuire.
Se provano a dare una propria opinione, un suggerimento, il giorno dopo sono destinati alla galera. Anche se fino al giorno prima avevano combattuto ed avuto ruoli di potere. Questo perché il governo eritreo è una monarchia, una dittatura."
 
"Nessuno può sopravvivere in Asmara, Asmara è come una prigione. Tutta l'Eritrea è una grande prigione.
Tutto il  Paese è sotto controllo e amministrazione militare. Mi spiego meglio: l'Eritrea è divisa in cinque "Operazioni Militari",  chiamate Operazione 1, Operazione 2, 3, 4, e 5. La cinque è quella che riguarda Asmara. L'Operazione 5 è gestita da una squadra segreta chiamata Squad 32. Hanno una loro prigione, si chiama Mai Temenay Prison. Qui finiscono coloro che nella zona di Asmara rifiutano il servizio militare, molti etiopi accusati di fare affari illegalmente, e molti leader militari e politici che vengono rinchiusi con l'accusa di corruzione.
C'è gente che vive chiusa nelle ville, e da lì non può uscire. Si tratta di persone importanti, avevano ruoli nel governo, nella cultura, nella società in generale."
Adesso sono costrette a degli arresti domiciliari dorati. Haile fa molti nomi, a noi non dicono nulla, ma lui insiste.
"Si tratta di personaggi veramente importanti, è come fare a pezzi le alte sfere di una società, solo perchè ti dice che stai sbagliando strada.
Ad esempio il signor Sunabara, un importante uomo d'affari, uno dei membri più influenti della etnia Saho. Ha chiesto ad Afeworki di giungere ad un compromesso con l'opposizione interna, di accordarsi con il G-15.
La risposta è stata due anni di galera, e poi l'esilio, che dura tutt’ora."
Categoria: Diritti
Luogo: Etiopia