La comunità greco cipriota presenta il celebre dolce come prodotto nazionale greco. Insorge l’opinione pubblica turca
Per chi volesse raccontare dei problematici e controversi
rapporti che intercorrono tra greci e turchi la cronaca anche recente non fa
certo mancare gli spunti necessari. Drammatici come la recente collisione tra
due caccia F16 nei cieli di Rodi oppure tragicomici come l’allarme lanciato da
alcune televisioni greche per il fermo di una presunta spia turca, rivelatasi
poi un innocuo turista con l’hobby della fotografia. Per una volta forse vale
la pena affrontare la questione da una prospettiva per così dire più leggera,
o
meglio, più dolce.

L’occasione l’ha fornita una notizia che recentemente ha
fatto non poco rumore in Turchia. Nel corso delle celebrazioni di una
“Giornata
Europea” i greco ciprioti hanno presentato il baklava, millefoglie
farcito di
noci o pistacchi ed imbevuta di sciroppo, come dolce nazionale greco.
Di più,
in una pubblicazione distribuita nell’occasione il dolce è stato
affiancato
alla bandiera greca. La reazione turca non ha certo tardato a farsi
sentire. Mehmet Yildirim, presidente dell’Associazione dei produttori
di dolci e baklava (BAKTAD), in una conferenza stampa organizzata
appositamente
ha voluto rispondere per le rime e, dopo aver ricordato come il baklava
sia “il
sultano dei dolci, il dolce dei sultani”, ha chiuso definitivamente la
questione: “Il baklava è un dolce turco, il più grande dono fatto dai
turchi
all’umanità”. Per Yildirim, i tentativi greci di rivendicare la
paternità della
delizia dolciaria “non si fondano su alcuna prova concreta”. Tra greci
e
greco-ciprioti non esisterebbe una cultura del baklava, “sarebbe quindi
inutile
sfidarli su questo terreno, non hanno maestri nel baklava. In ogni
caso, se ce
ne sono, che si facciano avanti!”. Reazioni indignate sono arrivate
anche dalla Turchia
sud-orientale e precisamente dalla città di Gaziantep. La città viene
considerata una delle capitali gastronomiche della Turchia e
soprattutto il suo
nome, per ogni turco, è rigorosamente associato a quello del baklava ai
pistacchi. Il dolce è assurto ormai a simbolo della città oltre che
rappresentare uno dei motori dell’economia cittadina. Decine le
pasticcerie che
punteggiano il centro di Gaziantep, da dove ogni anno tonnellate del
prezioso
dolce vengono spedite ai quattro angoli del paese oppure destinate a
consolare
i milioni di turchi che vivono in Europa.

L’importanza del baklava per la città di Gaziantep è
confermata dalle parole di Burhan Cagdas, gestore del ristorante di famiglia
fondato nel 1887, che l’anno scorso mi raccontava come “nonostante le
innovazioni intervenute nella produzione di baklava una cosa non è mai
cambiata: il valore di un chilo di baklava corrisponde sempre a quello di un
grammo d’oro”. Il baklava prodotto a Gaziantep vanta almeno due
peculiarità: la prima è l’uso abbondante di un prodotto tipico della regione,
i
pistacchi, la cui qualità già nota fin dall’epoca ottomana ne ha fatto un
prodotto esportato in tutto il mondo. La seconda è che, a differenza di quanto
accade nel resto del paese, dove il baklava di produzione casalinga è un
elemento immancabile nelle festività religiose, a Gaziantep la preparazione del
baklava è da sempre affare per professionisti. Come ricorda Ayfer Unsal,
autrice del libro “Mangiare e bere a Gaziantep”, in città nessuna massaia
prepara baklava in casa, lo si può trovare solamente nelle pasticcerie. Il signor
Gullu, attualmente proprietario di una celebre
catena di baklavaci (pasticcerie specializzate in baklava) diffusa su tutto il
territorio nazionale, racconta come il suo antenato Gullu Celebi avesse
cominciato a produrre baklava nella sua pasticceria a fine ‘800, curiosamente
dopo averne imparato i segreti in un’altra città, Aleppo, all’epoca compresa
entro i confini dell’Impero Ottomano ed ora siriana. Proprio il signor Gullu,
sostenuto dalla locale Associazione degli industriali, si è fatto portavoce dell’indignazione
cittadina: “Credo si debba ridere ad una notizia del genere, il baklava è dei
turchi”. Gullu ha tenuto poi a rassicurare i suoi concittadini: “I turchi non
si preoccupino, non perderemo il baklava!”. La disputa sulle origini del baklava,
seguendo la sorte di
molti altri contenziosi in Turchia, ha finito per lambire anche l’Unione
Europea. Alcuni giornalisti hanno voluto conoscere l’opinione di Hansjorg
Kretschmer, capo della rappresentanza della UE in Turchia, nel corso di una sua
visita alla Camera di Commercio di Ankara. Kretschmer, ricordando come sono
numerose le contese simili in nome della difesa delle specificità culturali
nazionali, ha suggerito ai turchi di rivolgersi alla Corte Europea di Giustizia
per risolvere la controversia.

La diatriba turco-greca intorno al croccante millefoglie non
è però una novità di questi ultimi giorni. Ne è convinto anche Charles Perry,
giornalista del Los Angeles Times ed esperto culinario, al quale in questi
giorni ha fatto ampiamente riferimento la stampa turca, perchè alcuni anni fa
nel corso di un convegno ha sostenuto la tesi dell’origine turca del baklava.
In un suo articolo, contenuto nel volume Culinary cultures of Middle East,
pubblicato a cura della prestigiosa School of Oriental and African Studies di
Londra, Perry cerca di mettere fine all’annosa polemica. Lo fa in primo luogo
attaccando alle fondamenta la tesi della paternità greca. Un libro dello
storico Speros Vryonis, The Decline of Medieval Hellenism in Asia Minor, in cui
si sostiene che il baklava altro non sarebbe che il dolce bizantino kopte o
koptoplakous, costituisce il principale riferimento per i sostenitori
dell’origine greca del dolce. Perry mette in discussione l’interpretazione data
da Vryonis delle due fonti storiche utilizzate per sostenere la sua tesi. La
prima di queste fonti, uno scritto del II secolo d.C., contiene effettivamente
riferimenti ad un dolce fatto a strati e farcito di noci e miele. Secondo Perry
però Vryonis sorvola sul fatto che questi strati non sarebbero formati da
sottili fogli di pasta, ma da sesamo tritato. Anche nel citare la seconda
fonte, un libro del prof. Koukoules, Vryonis secondo Perry commetterebbe la
stessa svista, evitando di precisare che mancano riferimenti espliciti a strati
fatti di pasta.
A detta di Perry, la presenza di sottili strati di pasta
sarebbe invece la prova inconfutabile della paternità turca del dolce. La
preparazione di sottilissimi strati di pasta è infatti una caratteristica delle
popolazioni nomadi turche, derivata dall’impossibilità di cuocere la pasta in
un forno tradizionale e costrette a farlo sopra una piastra, piatta o
leggermente convessa. L’uso dei sottili fogli, yufka o katmer in turco, oltre
che
continuare ad occupare un posto centrale, per preparazioni dolci o salate,
nella cucina in Turchia, si ritrova anche in tutto il mondo turcofono,
dall’Uzbekistan all’Azerbaijan, tra i tartari delle steppe russe e tra i turchi
uiguri del Sinkiang cinese. Il baklava che abbiamo oggi la fortuna di gustare
sarebbe, sempre secondo Perry, il frutto della convergenza di questa tradizione
della yufka con le migliorie tecniche e l’introduzione di nuovi ingredienti
apportate nelle cucine imperiali del palazzo ottomano.

In realtà l’interpretazione di Perry è convincente quando
sottopone a critica le prove a favore di un origine greca del dolce. Lo è molto
meno quando deduce l’origine turca del baklava dal fatto che la tradizione di
preparare sottili fogli di pasta sarebbe ampiamente diffusa nel mondo culturale
turco. In realtà rimangono molti punti poco chiari intorno alle origini del
baklava. Nemmeno l’etimologia ci viene in aiuto. Il nome infatti contiene la
parola araba baqla che significa pianta, vegetale, e che nel turco moderno ha
assunto il significato di fava, forse un richiamo alla particolare forma in cui
viene tagliato il dolce. Senza contare poi le numerosi tesi che sostengono che
alla originale versione bizantina i greci avrebbero aggiunto l’uso della pasta
sfoglia, phyllo; oppure il fatto che i maestri pasticceri di Gaziantep
avrebbero imparato le tecniche del baklava dai colleghi di Aleppo, città
politicamente ottomana ma culturalmente legata al mondo arabo. In attesa di
prove definitive, se mai ce ne saranno, forse sarebbe più sensato pensare al
baklava come ad un tangibile frutto della sovrapposizione di culture e civiltà
che si sono succedute nell’area mediorientale-anatolica, se è vero che
l’archeologia mostra prove dell’esistenza di un dolce simile al kopte bizantino
fin dall’epoca assira.
All’impero ottomano andrebbe il merito, da una parte con le
cucine di corte, di aver raffinato il baklava fino alla versione che conosciamo
oggi, e dall’altra di averne favorito la diffusione in tutti i territori
sottoposti alla sua autorità politica ed alla sua influenza culturale. Sarebbe
facile liquidare tutta quanta la disputa intorno
all’origine del baklava con un sorriso, oppure giudicarla un’ennesima
dimostrazione della vitalità dello sciovinismo greco o turco. In realtà, la
posta in gioco in una contesa di questo genere va ben al di là dei rapporti
turco-greci. “I nostri antenati non hanno lasciato al mondo opere fondamentali
nella storia del pensiero o della filosofia ma avevano una forte
predisposizione per i piaceri del palato, lasciateci almeno quelli!”,
commentava ironicamente un giornalista del quotidiano Radikal. Come spesso
accade però, dietro questioni apparentemente futili, si nascondono ragioni
estremamente serie. In questo caso il problema del mancato riconoscimento
dell’eredità culturale turco-ottomana in Europa.

Rimaniamo ancora in campo gastronomico e prendiamo ad
esempio un prodotto ormai molto popolare in tutta Europa, lo yogurt. Se
chiediamo ad un qualsiasi cittadino europeo dell’origine dello yogurt molto
probabilmente ci sentiremmo rispondere la Grecia oppure la Bulgaria. Ed invece
sembrerebbe non esserci niente di più turco dello yogurt. A cominciare proprio
dal nome che contiene la radice yog, che in turco significa denso, solido,
all’origine anche del verbo yogurmak, addensare. Oppure il caso di un altro dolce,
il lokum, cubetto gommoso farcito di frutta secca o crema. Recentemente quello
preparato nella Cipro greca, dal peso record di una tonnellata e mezzo, è
entrato nel Guinnes dei primati come dolce greco. Le cronache storiche ci
raccontano del lokum come di una invenzione, nel 1777, di un geniale pasticcere
della regione del Mar Nero che con essa fece fortuna alla corte imperiale. Il
nome originale poi, rahat lokum (bocconcino facile) è composto da due parole
turco-ottomane entrambe di origine araba.
Centinaia di anni di presenza ottomana nei paesi balcanici
nonchè di intensi scambi, non solo commerciali, con il resto d’Europa, hanno
lasciato numerose tracce della cultura turco-ottomana. Con la dissoluzione
dell’Impero, la nascita degli stati nazionali balcanici ed il ripiegare del
presenza turca nello spazio anatolico, in un spazio completamente Altro,
l’Oriente, la memoria di questi contributi è andata perduta. Oppure di questa
memoria si sono impossessate le nuove realtà politiche nate sulle ceneri dell’Impero,
in qualche modo “nazionalizzando” gli elementi culturali portati dai turchi.
Dal canto suo poi la moderna repubblica turca nulla ha fatto per promuovere la
conoscenza del suo patrimonio culturale e del suo posto nella cultura europea.
In questo senso, rappresenta un interessante segnale la
notizia secondo cui il governo turco in questi giorni avrebbe completato un
disegno di legge per la costituzione di centri culturali, dedicati alla figura
del poeta mistico Yunus Emre, destinati a far conoscere la cultura turca nel
mondo. Un passo incoraggiante nella direzione di cercare di riannodare la densa
trama di fili che per secoli si è intrecciata tra le due rive del Mediterraneo.
Fabio Salomoni