Nell'Ulster in estate va in scena l'orgoglio protestante: è il periodo più a rischio di violenze

La stagione calda in Irlanda del Nord arriva a giugno e termina a fine luglio,
ma non è la temperatura che sale. E’ il livello delle tensioni tra la comunità
protestante e quella cattolica, che ogni anno in questo periodo si guardano più
in cagnesco del solito. Seguendo un copione incredibilmente ripetitivo e prevedibile,
quello della
marching season, delle parate protestanti in ricordo di episodi storici visti come gloriosi
dagli uni e umilianti dagli altri. E che nelle prossime settimane, nello stallo
politico che caratterizza in questo momento la regione, potrebbe facilmente surriscaldare
gli animi delle frange più esagitate e portare a nuovi disordini.
La posta in gioco nella stagione delle marce, in questo spicchio di Irlanda che
appartiene al Regno Unito, è sempre la stessa: i membri delle logge orangiste
– le associazioni nate nell’Ottocento, custodi inflessibili delle tradizioni protestanti
e della mitologia del movimento unionista –pretendono di sfilare lungo percorsi
prestabiliti, che spesso attraversano quartieri abitati in prevalenza – spesso
unicamente – dalla minoranza cattolica. Da una parte c’è la legittima aspirazione
a esercitare un diritto, oltre al desiderio neanche tanto nascosto di mostrare
ancora una volta chi è che comanda nell’Ulster. Dall’altra c’è la sensazione di
essere vittime di un’imposizione, reiterata ogni anno.

Di parate protestanti ce ne sono centinaia, tra giugno e luglio. In tutte le
città dell’Irlanda del Nord, le logge orangiste locali hanno qualche data da commemorare,
e per molte famiglie della comunità protestante il giorno della marcia è vissuto
come un giorno di festa, una grande sagra paesana: si mangia all’aperto e ci si
sbronza in allegria. La gran parte di queste parate si svolge pacificamente, ma
per alcune tra le maggiori la polizia tiene d’occhio in forze lo svolgimento della
marcia, e negli ultimi anni è stata istituita un’apposita Commissione Parate,
che ha il potere di vietare un certo percorso ai manifestanti se considerato foriero
di disordini.
La parata per eccellenza è quella del 12 luglio, the glorious Twelfth come lo chiamano i protestanti. E’ il giorno in cui, nel 1690, il re protestante
Guglielmo III d’Orange sconfisse il re cattolico Giacomo II nella battaglia del
fiume Boyne, sancendo così il predominio nei secoli a venire dei coloni scozzesi
e inglesi (protestanti) sugli irlandesi (cattolici). L’evento è atteso come nessun
altro dalla comunità protestante nordirlandese: fin dalla mattina, lungo il percorso
della parata, intere famiglie prendono posto per far sentire il loro sostegno
alle migliaia di orangisti che partecipano alla marcia, vestiti con le tradizionali
fasce e bombette e accompagnati dal cupo suono dei tamburi Lambeg.
Nel 2003 la marching season è stata straordinariamente calma. Una decisa inversione di tendenza rispetto
a quanto era successo negli anni precedenti, quando per qualche giorno l’intera
regione veniva messa a ferro e a fuoco dai paramilitari lealisti, i gruppi armati
protestanti ossessivamente fedeli alla Corona britannica e disposti a battersi
pur di mantenere il legame con Londra. Non successe praticamente niente, a parte
qualche scaramuccia da mettere ampiamente in conto. E l’Irlanda del Nord, come
sempre accade quando le cose rimangono tranquille, è caduta di nuovo nel dimenticatoio.
Ma i rischi di un ritorno alla violenza, seppur contenuta rispetto agli apici
raggiunti alla fine degli anni Novanta, esistono. Nell’indifferenza del resto
del mondo, le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea nordirlandese – sospesa da
Londra nell’ottobre 2002 – e le ultime Europee hanno portato a una rivoluzione
nella situazione politica della regione.

Tra i quattro maggiori partiti, con la distribuzione dei voti che rispecchia
inevitabilmente la divisione tra le due comunità, il peso dei moderati è nettamente
calato a favore dei più oltranzisti. Nelle fila dei protestanti, il Democratic
Unionist Party (Dup) del reverendo Ian Paisley – uno che disprezza apertamente
i cattolici e considera il Papa come l’Anticristo – è diventato il primo partito
(alle Europee si è accaparrato un astronomico 32 per cento dei voti), ribaltando
i rapporti di forza con l’Ulster Unionist Party di John Trimble, uno degli artefici
degli accordi di pace del 1998. E lo stesso è accaduto nel campo nazionalista
(come vengono identificati in politica i cattolici), dove lo Sinn Fein – storicamente
il braccio politico dell’Irish Republican Army (Ira) – ha sopravanzato l’altro
partito che ha fortemente voluto l’Accordo del Venerdì Santo, i moderati del Social
Democratic Labour Party (Sdlp).
Il trionfo degli oltranzisti ha un motivo ben preciso: i nordirlandesi hanno
perso fiducia dopo gli interminabili tira e molla dei partiti per mettere in pratica
le disposizioni di quegli accordi. L’Assemblea di Stormont, che con la devolution concessa da Londra dopo 25 anni di direct rule aveva ampi poteri di autogoverno, funzionava a singhiozzo. La diffidenza tra
i partiti unionisti e nazionalisti era all’ordine del giorno, con l’Uup che accusava
costantemente lo Sinn Fein (e non a torto) di non aver rescisso i legami con l’Ira
neanche dopo il cessate il fuoco proclamato nel 1994. Stufa di questa paralisi,
Londra sospese l’Assemblea.

Un anno e mezzo dopo, il futuro dell’organo di autogoverno dell’Irlanda del Nord
è in alto mare: quelli del Dup – ai quali la
direct rule non dispiace affatto – si rifiutano di stringere la mano agli esponenti dello
Sinn Fein, figurarsi di dover dividere il potere esecutivo con loro. Lo Sinn Fein
si guarda bene dal tagliare il cordone ombelicale che lo lega all’Ira, per non
mettersi in posizione di debolezza.
In attesa di un accordo che chissà quando verrà, sono in corso da tempo dei negoziati
a cui partecipano anche il primo ministro britannico Tony Blair e il premier irlandese
Bertie Ahern. “Un’intesa tra Dup e Sinn Fein potrebbe non è impossibile come si
pensa – dice William Graham, analista politica del quotidiano Irish News –. Il
Dup vuole la devolution, ma vuole arrivarci a modo suo e ha interesse a tirare le cose per le lunghe,
anche fino alle prossime elezioni britanniche, per negoziare da una posizione
ancora più forte. Ma pure lo Sinn Fein non vuole rinunciare alle sue pretese”.
In questo clima di stallo, il timore è che alle frange più estremiste di entrambe
le parti torni la voglia di violenza, e le marce degli orangisti possono essere
un facile pretesto. I protestanti se la prendono con la polizia se la Commissione
Parate impedisce loro un certo percorso (per una marcia lungo la cattolicissima
Springfield Road di Belfast, prevista per questo sabato, il divieto è già scattato),
i cattolici si infuriano se gli orangisti sfilano attraversando i loro quartieri,
e basta una zuffa notturna nei punti di contatto tra i ghetti delle due comunità
per scatenare la violenza. I nordirlandesi stufi di questo andazzo, e sono tanti,
sanno come funziona. Non a caso, intorno al glorious Twelfth Belfast si svuota. Vanno tutti in vacanza per passare almeno qualche giorno
serenamente, lasciando i professionisti degli scontri al loro destino.