23/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Nell'Ulster in estate va in scena l'orgoglio protestante: è il periodo più a rischio di violenze
Una marcia orangistaLa stagione calda in Irlanda del Nord arriva a giugno e termina a fine luglio, ma non è la temperatura che sale. E’ il livello delle tensioni tra la comunità protestante e quella cattolica, che ogni anno in questo periodo si guardano più in cagnesco del solito. Seguendo un copione incredibilmente ripetitivo e prevedibile, quello della marching season, delle parate protestanti in ricordo di episodi storici visti come gloriosi dagli uni e umilianti dagli altri. E che nelle prossime settimane, nello stallo politico che caratterizza in questo momento la regione, potrebbe facilmente surriscaldare gli animi delle frange più esagitate e portare a nuovi disordini.
 
La posta in gioco nella stagione delle marce, in questo spicchio di Irlanda che appartiene al Regno Unito, è sempre la stessa: i membri delle logge orangiste – le associazioni nate nell’Ottocento, custodi inflessibili delle tradizioni protestanti e della mitologia del movimento unionista –pretendono di sfilare lungo percorsi prestabiliti, che spesso attraversano quartieri abitati in prevalenza – spesso unicamente – dalla minoranza cattolica. Da una parte c’è la legittima aspirazione a esercitare un diritto, oltre al desiderio neanche tanto nascosto di mostrare ancora una volta chi è che comanda nell’Ulster. Dall’altra c’è la sensazione di essere vittime di un’imposizione, reiterata ogni anno.
 
L'Irlanda del NordDi parate protestanti ce ne sono centinaia, tra giugno e luglio. In tutte le città dell’Irlanda del Nord, le logge orangiste locali hanno qualche data da commemorare, e per molte famiglie della comunità protestante il giorno della marcia è vissuto come un giorno di festa, una grande sagra paesana: si mangia all’aperto e ci si sbronza in allegria. La gran parte di queste parate si svolge pacificamente, ma per alcune tra le maggiori la polizia tiene d’occhio in forze lo svolgimento della marcia, e negli ultimi anni è stata istituita un’apposita Commissione Parate, che ha il potere di vietare un certo percorso ai manifestanti se considerato foriero di disordini.
 
La parata per eccellenza è quella del 12 luglio, the glorious Twelfth come lo chiamano i protestanti. E’ il giorno in cui, nel 1690, il re protestante Guglielmo III d’Orange sconfisse il re cattolico Giacomo II nella battaglia del fiume Boyne, sancendo così il predominio nei secoli a venire dei coloni scozzesi e inglesi (protestanti) sugli irlandesi (cattolici). L’evento è atteso come nessun altro dalla comunità protestante nordirlandese: fin dalla mattina, lungo il percorso della parata, intere famiglie prendono posto per far sentire il loro sostegno alle migliaia di orangisti che partecipano alla marcia, vestiti con le tradizionali fasce e bombette e accompagnati dal cupo suono dei tamburi Lambeg.
 
Nel 2003 la marching season è stata straordinariamente calma. Una decisa inversione di tendenza rispetto a quanto era successo negli anni precedenti, quando per qualche giorno l’intera regione veniva messa a ferro e a fuoco dai paramilitari lealisti, i gruppi armati protestanti ossessivamente fedeli alla Corona britannica e disposti a battersi pur di mantenere il legame con Londra. Non successe praticamente niente, a parte qualche scaramuccia da mettere ampiamente in conto. E l’Irlanda del Nord, come sempre accade quando le cose rimangono tranquille, è caduta di nuovo nel dimenticatoio. Ma i rischi di un ritorno alla violenza, seppur contenuta rispetto agli apici raggiunti alla fine degli anni Novanta, esistono. Nell’indifferenza del resto del mondo, le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea nordirlandese – sospesa da Londra nell’ottobre 2002 – e le ultime Europee hanno portato a una rivoluzione nella situazione politica della regione.
 
Un paramilitare festeggia nella Bonfire NightTra i quattro maggiori partiti, con la distribuzione dei voti che rispecchia inevitabilmente la divisione tra le due comunità, il peso dei moderati è nettamente calato a favore dei più oltranzisti. Nelle fila dei protestanti, il Democratic Unionist Party (Dup) del reverendo Ian Paisley – uno che disprezza apertamente i cattolici e considera il Papa come l’Anticristo – è diventato il primo partito (alle Europee si è accaparrato un astronomico 32 per cento dei voti), ribaltando i rapporti di forza con l’Ulster Unionist Party di John Trimble, uno degli artefici degli accordi di pace del 1998. E lo stesso è accaduto nel campo nazionalista (come vengono identificati in politica i cattolici), dove lo Sinn Fein – storicamente il braccio politico dell’Irish Republican Army (Ira) – ha sopravanzato l’altro partito che ha fortemente voluto l’Accordo del Venerdì Santo, i moderati del Social Democratic Labour Party (Sdlp).
 
Il trionfo degli oltranzisti ha un motivo ben preciso: i nordirlandesi hanno perso fiducia dopo gli interminabili tira e molla dei partiti per mettere in pratica le disposizioni di quegli accordi. L’Assemblea di Stormont, che con la devolution concessa da Londra dopo 25 anni di direct rule aveva ampi poteri di autogoverno, funzionava a singhiozzo. La diffidenza tra i partiti unionisti e nazionalisti era all’ordine del giorno, con l’Uup che accusava costantemente lo Sinn Fein (e non a torto) di non aver rescisso i legami con l’Ira neanche dopo il cessate il fuoco proclamato nel 1994. Stufa di questa paralisi, Londra sospese l’Assemblea.
 
La parata della loggia di Portadown a Drumcree, una delle marce più a rischio di tafferugliUn anno e mezzo dopo, il futuro dell’organo di autogoverno dell’Irlanda del Nord è in alto mare: quelli del Dup – ai quali la direct rule non dispiace affatto – si rifiutano di stringere la mano agli esponenti dello Sinn Fein, figurarsi di dover dividere il potere esecutivo con loro. Lo Sinn Fein si guarda bene dal tagliare il cordone ombelicale che lo lega all’Ira, per non mettersi in posizione di debolezza.
 
In attesa di un accordo che chissà quando verrà, sono in corso da tempo dei negoziati a cui partecipano anche il primo ministro britannico Tony Blair e il premier irlandese Bertie Ahern. “Un’intesa tra Dup e Sinn Fein potrebbe non è impossibile come si pensa – dice William Graham, analista politica del quotidiano Irish News –. Il Dup vuole la devolution, ma vuole arrivarci a modo suo e ha interesse a tirare le cose per le lunghe, anche fino alle prossime elezioni britanniche, per negoziare da una posizione ancora più forte. Ma pure lo Sinn Fein non vuole rinunciare alle sue pretese”.
 
In questo clima di stallo, il timore è che alle frange più estremiste di entrambe le parti torni la voglia di violenza, e le marce degli orangisti possono essere un facile pretesto. I protestanti se la prendono con la polizia se la Commissione Parate impedisce loro un certo percorso (per una marcia lungo la cattolicissima Springfield Road di Belfast, prevista per questo sabato, il divieto è già scattato), i cattolici si infuriano se gli orangisti sfilano attraversando i loro quartieri, e basta una zuffa notturna nei punti di contatto tra i ghetti delle due comunità per scatenare la violenza. I nordirlandesi stufi di questo andazzo, e sono tanti, sanno come funziona. Non a caso, intorno al glorious Twelfth Belfast si svuota. Vanno tutti in vacanza per passare almeno qualche giorno serenamente, lasciando i professionisti degli scontri al loro destino.

Alessandro Ursic

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