A meno di un mese dalla data delle prossime elezioni presidenziali (2 luglio),
i candidati alla presidenza messicana si sono dati battaglia, rivolgendosi anche
pesanti accuse, sui principali problemi del Paese.
Gli sfidanti. Sono cinque gli aspiranti alla poltrona più importante delle istituzioni messicane:
Roberto Mandrazo, candidato del Pri e dei Verdi, Patricia Marcado, candidata socialdemocratica,
Robero Campa, fuoriuscito dal Pri, Manuel Lopez Obrador candidato del Prd (del
Partido Revolucionario Demócrata), e Felipe Calderon, candidato del Pan (Partido
Acción Nacional).
Solo due di loro, però, si daranno battaglia fino all’ultimo voto. Si tratta
di Amlo (nomignolo affibbiato a Obrador) e Calderon. Entrambi attestati dai sondaggi
intorno al 35 per cento delle preferenze, sono stati protagonisti di un dibattito
feroce, senza esclusione di colpi.
Per tutti i candidati, quest'ultimo confronto televisivo pre-elettorale sarebbe
dovuto servire per cercare di catturare i voti di quella parte di popolazione
che a tutt’oggi si trova ancora indecisa su chi votare.
“E’ un pericolo per la stabilità del Messico” ha detto Calderon riferendosi a
Lopez Obrador aggiungendo che durante il suo mandato come sindaco della capitale,
Città del Messico, Obrador, non avrebbe mantenuto gli impegni, indebitando pesantemente
il Distretto Federale.
Calderon ha fatto anche riferimento alle presunte ‘pericolose’ amicizie di Obrador:
Marcos e gli aderenti alla Otra Campana. Il momento per ‘Amlo’ non è certo dei
più tranquilli. La sua popolarità è in calo, e la minaccia della moglie di un
imprenditore (condannato per truffa) di diffondere un video con immagini di ‘Obrador
corrotto’ hanno lanciato benzina sul fuoco nel dibattito pubblico.
La risposta dell’ex sindaco di Città del Messico non si è fatta certo attendere.
L’accusa principale rivolta all’avversario Calderon è stata quella di aver abusato
del suo potere quando era ministro dell’Energia, firmando importanti contratti
a favore di suo cognato, consentendogli anche l’evasione fiscale.
Intanto dalla piazza principale della capitale messicana, quasi tutta schierata
dalla parte di Obrador, migliaia di cittadini hanno guardato il dibattito trasmesso
sui maxischermi, applaudendo Amlo e fischiando quando parlava Calderon.
I temi affrontati. Molti sono stati i temi discussi nel corso della serata. La sicurezza pubblica,
il federalismo e lo sviluppo regionale, la riforma dello Stato e la politica estera,
soprattutto in tema di immigrazione.
Da parte sua, Obrador ha dimostrato che, durante il suo mandato di sindaco di
Città del Messico, ha abbassato in modo evidente i reati minori (come furti e
spaccio). Non solo. Obrador ha fatto sapere che convocherà i rappresentanti delle
chiese, le associazioni di imprenditori e quelle della società civile per costruire
insieme un nuovo “patto sociale” e far avanzare l’economia messicana. “Con noi
i delinquenti non giocano” ha fatto sapere Calderon, mentre spiegava il suo progetto
per colpire duramente la delinquenza. E non si è fermato a questo. Supportato
dal candidato del Pri Mandrazo, Calderon, ha proposto il carcere a vita per le
persone che si macchino del reato di sequestro di persona.
Astensione o non partecipazione. Immigrati messicani negli Usa e aderenti alla Otra Campagna (l’altra campagna
elettorale lanciata dagli zapatisti), potrebbero essere definite due cellule impazzite
di questa tornata elettorale.
Il rifiuto per la politica ‘vecchia’ di ogni candidato alle presidenziali ha
messo in luce il movimento del Sub Comandante Marcos, che ha invitato tutti a
non appoggiare nessun candidato, nemmeno Obrador, quello della sinistra, lasciando
comunque libertà agli elettori. Quanto ai cittadini messicani che si trovano a
lavorare negli Usa e che hanno diritto al voto sono più o meno 35mila. Ma sono
milioni quelli che vivono negli Stati Uniti, molti di loro senza documenti. Al
momento non sono decisivi, ma i candidati alla poltrona presidenziale non si dovranno
dimenticare di loro perché in futuro potranno esserlo.