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Polizia compromessa. Lunedì un commando di uomini
armati in uniformi della polizia è giunto nel centro di Baghdad e ha
sequestrato cinquanta persone che si trovavano in alcune agenzie di viaggi.
“Prendevano gente a caso” ha dichiarato un testimone, “Se avessero agito per conto
del governo avrebbero almeno chiesto i nomi delle persone che stavano portando
via ” ha aggiunto un altro. Invece di quelle 50 persone si sono perse le tracce.
Rashid Fulayah, comandante delle forze di sicurezza a Baghdad, sostiene che il
ministero dell’Interno non ha nulla a che fare con questi arresti. Sempre
lunedì, a sud di Baghdad, un autobus con undici studenti a bordo è stato
fermato da uomini armati che l’hanno crivellato di colpi, uccidendo gli
occupanti. Sono ormai migliaia le vicende di questo tipo che, a stento, trovano
spazio sulle cronache. Alle volte le persone vengono sequestrate per chiedere
un riscatto, ma nella maggioranza dei casi vengono torturate, giustiziate e i
loro corpi gettati in qualche anfratto, nelle fogne, nelle fondamenta di case
distrutte o nelle acque del Tigri. I loro familiari non tentano nemmeno di
chiedere aiuto alla polizia: la sola cosa che possono fare le migliaia di
iracheni che hanno perduto un parente, un amico, un figlio o una moglie, è
recarsi all’obitorio e aspettare. Il problema delle squadre della morte
infiltrate nella polizia irachena è noto da mesi. Elementi delle milizie
islamiche sciite si sono infiltrati nei corpi della Guardia Nazionale grazie
alla complicità dei politici sciiti al governo, e oggi, le autorità non sono
più in grado di gestire il fenomeno. La polizia è nominalmente sotto il
controllo del ministero dell’Interno, ma spesso, agisce per conto di Moqtada
Sadr e dell’Iran.
Stallo politico e ritorsioni. Il nuovo premier Al
Maliki, uno sciita, ha tentato di fermare questa compromissione tra polizia e
gangs rimuovendo il ministro dell’Interno del precedente governo, Bayan Jabr,
uomo legato alle milizie sciite filoiraniane del Badr. Ma non è stato in grado
di trovare un nome che potesse sostituirlo, qualcuno che desse garanzie alla
minoranza sunnita e ai curdi. Al Maliki aveva promesso che domenica avrebbe
annunciato i nomi dei ministri di Interno e Difesa, due dicasteri chiave, non
a
caso rimasti scoperti, ma l’accordo sperato non si è trovato e l’assemblea che
avrebbe dovuto votarli non è stata nemmeno riunita. Ora il rischio è che il
fallimento politico porti a una recrudescenza delle violenze tra iracheni, in
particolare da parte dei gruppi sunniti, sempre più marginali nella politica
del Paese. Lunedì mattina la polizia irachena ha scoperto i corpi di undici
persone, nei dintorni di Baghdad e nel Tigri. Uno di loro apparteneva a un alto
esponente delle brigate sciite del Badr. E sabato scorso, nei pressi di Baquba,
uomini armati hanno allestito un finto check point, hanno fermato due minibus
e
hanno ucciso tutti i 24 occupanti, ad eccezione di quattro, che si sono
dichiarati sunniti e sono stati rilasciati. Questi due episodi sono chiaramente
opera di milizie sunnite, una conferma del fatto che il metodo delle squadre
della morte, anziché ridimensionarsi, ha fatto proseliti. I civili,
particolarmente nelle aree miste, sono sempre più in mezzo a questa spirale di
violenze settarie e vendette. Dopo l’episodio del finto check point a Baquba,
nella stessa zona otto teste mozzate sono state scoperte in una cassetta della
frutta nel mercato di Hadid. Sette appartenevano a cugini dell’imam sunnita
locale. E martedì l’episodio si è ripetuto con le stesse modalità, ma con una
testa in più.Naoki Tomasini