
“L’Unione delle Corti islamiche,
in seguito alla vittoria del popolo con il supporto di Allah, dichiara di non
volere proseguire le ostilità. Da ora implementeremo pace e sicurezza a
Mogadiscio”. Con questa dichiarazione, diffusa dalle radio locali della capitale
della Somalia, il leader delle Corti islamiche, Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, ha
affermato di avere pieno controllo di Mogadiscio dopo aver conquistato tutte le
postazioni precedentemente controllate dai signori della guerra, riuniti nell’Alleanza
per la restaurazione della pace e contro il terrorismo. Se l’annunciata
vittoria delle Corti islamiche dovesse confermarsi sul campo, sarebbero
terminati gli scontri più gravi dell’ultimo decennio tra le rovine della
capitale somala, che hanno visto morire oltre trecento persone nell’ultimo
mese. Sheikh Sharif, in una dichiarazione resa all’Afp, ha affermato: “Siamo di
fronte a una nuova era per Mogadiscio”, che negli ultimi 15 anni è stata
controllata dai signori della guerra che avevano rovesciato l’ultimo governo
legittimo, quello di Siad Barre.

La lotta per il dominio
delle strade polverose e semidistrutte di Mogadiscio era iniziata diversi mesi
fa, quando un gruppo di signori della guerra si era unito a formare l’Alleanza
anti-terrorismo per fronteggiare la crescente influenza, in alcuni settori
della capitale, delle Corti islamiche, accusate di essere finanziate da
al-Qaeda e di dare rifugio a integralisti islamici provenienti da altri Paesi.
Di rimando, le Corti islamiche, così come molti analisti internazionali,
sostengono che l’Alleanza anti-terrorismo non sia altro che una creazione degli
Stati Uniti, che finanzierebbero e armerebbero i signori della guerra in
funzione anti-islamica, nell’ambito della cosiddetta “guerra al terrorismo”. Di
certo, come affermato
dal capo del servizio in lingua somala della Bbc, l’ascesa e la vittoria delle
Corti ha i contorni di un’insurrezione popolare. La popolazione di Mogadiscio,
infatti, esasperata da 15 anni vissuti senza alcuna autorità pubblica, è
desiderosa di vedere ritornare legge e ordine nelle strade. E dunque ha
appoggiato, a prescindere da chi lo finanzi, il movimento islamico, creato da
uomini d’affari della città con l’intento dichiarato di restaurare in città un
sistema di governo basato sulla Sharia, la legge islamica.

Se non ci sarà una
controffensiva dell’Alleanza anti-terrorismo, la vittoria degli islamisti apre
nuovi scenari e richiede nuove letture della situazione somala. Infatti, il governo
di
transizione - insediato nella lontana cittadina di Baidoa, 250 chilometri a nord
di Mogadiscio - presieduto da Abdullahi
Yusuf, ex-signore della guerra, e guidato dal Primo Ministro ad interim Ali
Mohammed Ghedi, un altro figuro dal losco passato, ha dichiarato di volere
aprire il dialogo con le Corti. Il primo passo è stata la revoca dell’incarico
di ministri ai quattro potenti signori della guerra di Mogadiscio sconfitti, in
fuga dalla capitale in direzione di Jowhar. Tra essi, due uomini di assoluto
rilievo negli equilibri politico-militari di Mogadiscio: il ministro della
sicurezza Mohammed Qanyare Afrah, e il ministro del commercio, Muse Sudi
Yalahow. Entrambi hanno perso il controllo delle proprie roccaforti durante i
sanguinosi
scontri dello scorso fine settimana.

In uno Stato senza governo ormai da troppo tempo, continuano ad affluire
ingenti carichi di armi. Qualche
mese fa, un rapporto dell’Onu chiedeva di rendere più rigido l’embargo sulle,
ma
fu respinto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In questo rapporto
si sosteneva che un Paese “non nominato” stava deliberatamente aggirando
l’embargo per rifornire di armi i gruppi locali che combattevano gli islamisti,
che l’Etiopia stava rifornendo di armi il governo di Yusuf e l’Eritrea stava
armando le Corti islamiche. Bisognerà ora vedere quale saranno le prossime
mosse dei nuovi padroni di Mogadiscio, e che posizione prenderà il debolissimo
governo di transizione, per capire quali nuovi scenari si apriranno nel Corno
d’Africa. Soprattutto, bisognera’ osservare le prossime mosse di Washington
(che ha già fatto sapere di essere “preoccupata” per la vittoria delle Corti a
Mogadiscio) e dei suoi soldati di stanza a
Camp
Lemonier,
a Gibuti. Il futuro della
Somalia resta nebuloso. Una chiave di lettura però la offre Abid
Mustafa,
commentatore politico di Al-Jazeerah: “i recenti scontri tra fazioni in
Somalia
sono un esempio tipico delle guerre combattute in tutto il continente
africano,
in cui i reali beneficiari sono solo le potenze straniere. La Somalia è
stretta in una lotta tra poteri forti, in competizione per garantirsi
il controllo del Corno d’Africa.” Della sua posizione strategica e
delle sue
risorse. Una lotta di cui non si vede la fine.