07/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Quella in Afghanistan non è più una missione di pace. L’Italia è in guerra senza averlo scelto
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Truppe Nato britanniche in AfghanistanUn editoriale apparso sul Washington Post del 24 maggio, affrontava la questione afgana con una certa dose di onestà, o semplicemente di realismo: “I pesanti combattimenti degli ultimi giorni in Afghanistan,che hanno causato la morte di centinaia di persone, possono sembrare un’esplosione di violenza imprevista agli occhi degli americani, che tendono ad assumere che laggiù la guerra sia finita. Ma il conflitto in Afghanistan sta crescendo da tempo. (…) Durante il passato inverno i combattenti talebani si sono raggruppati in massa nelle province afgane meridionali, in vista  del dispiegamento in quella regione di nuove forze Nato che avranno il compito di estendere a quell’area il controllo del governo Karzai e di rimpiazzare le operazioni di controinsurrezione condotte sinora dagli Stati Uniti. Ne deriverà una battaglia per il controllo del sud, cruciale per l’Afghanistan e per la Nato”.
 
Soldati Nato francesi in AfghanistanIn Italia e in Europa, politici e mass-media cercano da tempo di archiviare la guerra in Afghanistan come “cosa fatta” per nascondere un’imbarazzante verità. L’intervento della Nato in Afghanistan è frutto di un calcolo diplomatico che si è rivelato sbagliato: mostrare solidarietà agli Usa in un teatro d’operazioni che si pensava tranquillo e ormai pacificato. Invece la Nato, impreparata  e con forze esigue, si è ritrovata coinvolta in una guerra guerreggiata che ha cercato di nascondere dietro la retorica della “missione di pace” e de “la guerra afgana è finita”. Una propaganda alla quale hanno finito per credere gli stessi politici che l’hanno promossa. Ma questo errore di calcolo sta per scoppiare in faccia a tutti, alle opinioni pubbliche e ai governanti. Il progressivo intensificarsi del conflitto afgano farà saltare ben presto i distinguo che ancora si fanno in Italia tra la “missione di guerra” in Iraq e la “missione di pace” in Afghanistan. Oramai si combatte in Afghanistan come si combatte in Iraq: la semantica non lo può più nascondere.
 
Il Gen. Usa James L. JonesPrima ancora che una questione di pacifismo, il ritiro dalla missione Isaf-Nato in Afghanistan è una questione di costituzionalità e democrazia. Il 26 maggio ho assistito qui a Washington a una conferenza stampa del Generale dei Marine James L. Jones, comandante supremo della Nato in Europa (Saceur) e comandante delle forze Usa in Europa. Il titolo era “Nato: nuove capacità per le emergenti sfide globali”. Nonostante il Trattato Nord Atlantico su cui si basa la Nato parli di una struttura di difesa collettiva delimitata territorialmente al teatro europeo e nord-atlantico, il generale ricorda che gli Usa considerano la Nato come un’estensione dei loro bisogni extra-europei capace di intervenire anche a “migliaia di miglia dall’Europa” per “missioni di prevenzione dei conflitti”, che tradotto significa attacchi preventivi. “Dobbiamo far capire ai nostri alleati – ordina il generale Jones – che la Nato non deve più essere un’alleanza statica, reattiva e difensiva, ma una struttura flessibile e in grado di prendere l’iniziativa”.

Il discorso del generale Jones si inserisce nel tentativo statunitense, in corso da anni, di riorientare l’alleanza tramite cambi di dottrina strategica, senza rivederne le basi legali, facendo prevalere la prassi sulla legalità. E compiendo così un strappo alla regola democratica dei processi costituzionali di controllo e ratifica dei trattati internazionali da parte dei parlamenti nazionali. Questo e’ avvenuto in collusione con i ministri di competenza degli alleati, che forse hanno creduto di poter annuire senza disturbare il sonno delle rispettive opinioni pubbliche, e fidando della possibilita’ di chiamarsi fuori da questa o quell’operazione militare, o di porter partecipare modulandone la natura.
 
Soldati Nato italiani in AfghanistanTuttavia, con una Nato trasformata, di fatto anche se non di diritto, in un nuovo tipo di organizzazione, ancillare alle missioni Usa e pertanto cobelligerante, l’Italia, partecipando a una missione Nato in una paese dove gli Usa sono in guerra, diventa automaticamente partecipe di un conflitto. Anche quando i nostri comandi scelgano profili defilati, zone operative relativamente tranquille e regole d'ingaggio più restrittive di altri contingenti Nato, i nostri soldati saranno comunque considerati estensioni di un apparato di guerra offensiva e per questo esposti ad attacchi nemici. Un dato di fatto che rende assurdi i tentativi di definire la nostra partecipazione alla missione Nato in Afghanistan come una “missione di pace.”   
Scegliere la guerra per inerzia, facendo finta di non scegliere, appellandosi a trattati e obblighi internazionali sovvertiti dai loro stessi custodi, è la massima forma di tradimento democratico. E’ nei diritti di un paese democratico anche la scelta della guerra, ma per scelte cosi’ cruciali esistono precise prassi costituzionali e democratiche, e l’obbligo di un dibattito pubblico che investa gli aspetti morali, legali e strategici. Ognuno di questi elementi è stato, e rimane, evaso.
 
Categoria: Guerra, Pace, Politica
Luogo: Stati Uniti
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