Quella in Afghanistan non è più una missione di pace. L’Italia è in guerra senza averlo scelto
scritto per noi da
Matteo Colombi
Un
editoriale apparso sul Washington Post del 24 maggio, affrontava la
questione afgana con una certa dose di onestà, o semplicemente di
realismo: “I pesanti combattimenti degli ultimi giorni in
Afghanistan,che hanno causato la morte di centinaia di persone, possono
sembrare un’esplosione di violenza imprevista agli occhi degli
americani, che tendono ad assumere che laggiù la guerra sia finita. Ma
il conflitto in Afghanistan sta crescendo da tempo. (…) Durante il
passato inverno i combattenti talebani si sono raggruppati in massa
nelle province afgane meridionali, in vista del dispiegamento in
quella regione di nuove forze Nato che avranno il compito di estendere
a quell’area il controllo del governo Karzai e di rimpiazzare le
operazioni di controinsurrezione condotte sinora dagli Stati Uniti. Ne
deriverà una battaglia per il controllo del sud, cruciale per
l’Afghanistan e per la Nato”.

In
Italia e in Europa, politici e mass-media cercano da tempo di
archiviare la guerra in Afghanistan come “cosa fatta” per nascondere
un’imbarazzante verità. L’intervento della Nato in Afghanistan è frutto
di un calcolo diplomatico che si è rivelato sbagliato: mostrare
solidarietà agli Usa in un teatro d’operazioni che si pensava
tranquillo e ormai pacificato. Invece la Nato, impreparata e con
forze esigue, si è ritrovata coinvolta in una guerra guerreggiata che
ha cercato di nascondere dietro la retorica della “missione di pace” e
de “la guerra afgana è finita”. Una propaganda alla quale hanno finito
per credere gli stessi politici che l’hanno promossa. Ma questo errore
di calcolo sta per scoppiare in faccia a tutti, alle opinioni pubbliche
e ai governanti. Il progressivo intensificarsi del conflitto afgano
farà saltare ben presto i distinguo che ancora si fanno in Italia tra
la “missione di guerra” in Iraq e la “missione di pace” in Afghanistan.
Oramai si combatte in Afghanistan come si combatte in Iraq: la
semantica non lo può più nascondere.

Prima
ancora che una questione di pacifismo, il ritiro dalla missione
Isaf-Nato in Afghanistan è una questione di costituzionalità e
democrazia. Il 26 maggio ho assistito qui a Washington a una conferenza
stampa del Generale dei Marine James L. Jones, comandante supremo della
Nato in Europa (Saceur) e comandante delle forze Usa in Europa. Il
titolo era “Nato: nuove capacità per le emergenti sfide globali”.
Nonostante il Trattato Nord Atlantico su cui si basa la Nato parli di
una struttura di difesa collettiva delimitata territorialmente al
teatro europeo e nord-atlantico, il generale ricorda che gli Usa
considerano la Nato come un’estensione dei loro bisogni extra-europei
capace di intervenire anche a “migliaia di miglia dall’Europa” per
“missioni di prevenzione dei conflitti”, che tradotto significa
attacchi preventivi. “Dobbiamo far capire ai nostri alleati – ordina il
generale Jones – che la Nato non deve più essere un’alleanza statica,
reattiva e difensiva, ma una struttura flessibile e in grado di
prendere l’iniziativa”.
Il discorso del generale Jones si inserisce nel tentativo statunitense,
in corso da anni, di riorientare l’alleanza tramite cambi di dottrina
strategica, senza rivederne le basi legali, facendo prevalere la prassi
sulla legalità. E compiendo così un strappo alla regola democratica dei
processi costituzionali di controllo e ratifica dei trattati
internazionali da parte dei parlamenti nazionali. Questo e’ avvenuto in
collusione con i ministri di competenza degli alleati, che forse hanno
creduto di poter annuire senza disturbare il sonno delle rispettive
opinioni pubbliche, e fidando della possibilita’ di chiamarsi fuori da
questa o quell’operazione militare, o di porter partecipare modulandone
la natura.

Tuttavia,
con una Nato trasformata, di fatto anche se non di diritto, in un nuovo
tipo di organizzazione, ancillare alle missioni Usa e pertanto
cobelligerante, l’Italia, partecipando a una missione Nato in una paese
dove gli Usa sono in guerra, diventa automaticamente partecipe di un
conflitto. Anche quando i nostri comandi scelgano profili defilati,
zone operative relativamente tranquille e regole d'ingaggio più
restrittive di altri contingenti Nato, i nostri soldati saranno
comunque considerati estensioni di un apparato di guerra offensiva e
per questo esposti ad attacchi nemici. Un dato di fatto che rende
assurdi i tentativi di definire la nostra partecipazione alla missione
Nato in Afghanistan come una “missione di pace.”
Scegliere la guerra per inerzia, facendo finta di non scegliere,
appellandosi a trattati e obblighi internazionali sovvertiti dai loro
stessi custodi, è la massima forma di tradimento democratico. E’ nei
diritti di un paese democratico anche la scelta della guerra, ma per
scelte cosi’ cruciali esistono precise prassi costituzionali e
democratiche, e l’obbligo di un dibattito pubblico che investa gli
aspetti morali, legali e strategici. Ognuno di questi elementi è stato,
e rimane, evaso.