05/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Le corti islamiche conquistano la capitale somala, dopo un mese di scontri
Dopo un mese di scontri e più di 300 morti, la battaglia di Mogadiscio sembra conclusa: le milizie vicine alle corti islamiche dichiarano di essere in pieno controllo della città, e di stare trattando la resa degli ultimi uomini fedeli ai signori della guerra in fuga dalla capitale. La parola passa ora alle autorità somale, aspettando la possibile reazione degli Usa.
 
Un miliziano sostenitore delle corti islamiche a MogadiscioIl bilancio. Non c’è l’ha fatta la Alliance for the Restoration of Peace and Counter-Terrorism, che raggruppava i principali signori della guerra presenti a Mogadiscio, a mantenere il controllo della città. Le corti islamiche, già presenti a Mogadiscio da parecchi anni, hanno ora la strada spianata per estendere la sharia a tutta la capitale, con grave preoccupazione per chi porta avanti la guerra al terrorismo. Per gli Stati Uniti in primis, finanziatori e principali sponsor dell’alleanza dei signori della guerra, nata ad hoc per impedire che la Somalia potesse diventare un paradiso per terroristi. Le corti islamiche però respingono con forza le accuse, sostenendo che il loro operato ha solo rimesso ordine in una città sconvolta da quindici anni di guerra civile e dall’assenza di autorità pubbliche riconosciute. La vittoria delle corti è stata “ufficializzata” anche dal primo ministro Mohammed Ghedi, che sabato scorso aveva scaricato dal proprio governo quattro dei principali signori della guerra di Mogadiscio e che ha fatto sapere di voler intavolare trattative con le corti.
 
Miliziani facenti capo all'alleanza dei signori della guerraIncognite. Paradossalmente, infatti, la sconfitta dei signori della guerra potrebbe favorire le istituzioni somale, ancora di stanza a Baidoa, a 250 km da Mogadiscio. Impossibilitati finora a raggiungere la capitale per motivi di sicurezza, governo e parlamento potrebbero finalmente entrare in città. Prima, però, bisognerà prendere accordi con le corti, il che significherà presumibilmente accettare l’imposizione della sharia. Anche perché, in questo momento, il governo somalo non ha la forza né i mezzi per opporsi a chi ha dimostrato di poter controllare Mogadiscio sia con le armi che con il diritto. Occhi puntati anche al di là del confine, precisamente a Gibuti, dove la Combined Joint Task Force americana, sospettata di aver sostenuto a livello logistico i signori della guerra durante la battaglia, potrebbe decidere di intervenire in maniera più “decisa” negli equilibri interni alla Somalia. Con buona pace di chi, a Mogadiscio, da quindici anni è solo carne da macello.

Matteo Fagotto

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