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Contro Chavez. “Conformi al nostro
compromesso democratico – ha dichiarato Humala - vogliamo dire
pubblicamente
che riconosciamo i risultati emessi dall’Officina nazionale dei
processi
elettorali e salutiamo le forze avversarie, rappresentate dal signor
Alan
Garcia”. Il quale ha immediatamente rilanciato le sue promesse
elettorali.
Chiedendo perdono ai peruviani, ha promesso che non mancherà questa
“seconda
opportunità”, né li deluderà, anche se “dovessi morire in questo
impegno”. Poi
ha aggiunto di aver vinto perché i peruviani hanno respinto “in modo
schiacciante” il tentativo di “penetrazione e dominazione” messo in
atto dal
venezuelano Hugo Chavez, appoggiando Ollanta Humala. Aspri erano stati
gli
scambi di accuse fra Garcia e Chavez, il quale si era apertamente
schierato
contro il presidente appena rieletto, sottolineando la catastrofica
prova durante
il quinquennio in cui governò il paese. Ma Garcia ha convinto i
peruviani che
le parole di Chavez sottintendessero l’intento di manovrare
il Perù a scapito dei peruviani. Ed è riuscito a insinuare questo
spauracchio nella testa degli
elettori. Il suo è, comunque, tutt'altro che un trionfo. E' stato
votato come il male minore per le sorti del Paese e da ora in poi avrà
gli
occhi puntati addosso. Garcia, più di prima, dovrà rendere conto al
popolo, capace di scendere in piazza e bloccare paese e
governabilità.
Partita persa nel conteggio finale. “Nonostante tutto il mio
progetto politico andrà avanti”. Non si sente un perdente Humala, anzi.
"I nazionalisti devono sentirsi vincitori", ha ripetuto dati alla mano.
In 15 dei 24
dipartimenti del Paese, infatti, ha battuto il suo antagonista, ma dato
che i più popolosi erano quelli a favore di Garcia, ha perso nel
conteggio finale. “Abbiamo raggiunto una grande fetta della società e
da oggi rinnoviamo il
nostro compromesso per il paese, in difesa della nazione e delle
risorse
naturali”. La sua ascesa di consensi l’ha definita una svolta storica,
una
vittoria sociale e politica, nella quale “la speranza si è imposta alla
paura”. Ha
insistito molto nel dire che questo è solo l’inizio di un Perù diverso,
trainato da forze nazionaliste democratiche e popolari, unite a quelle
forze di
sinistra e delle organizzazioni sociali che vogliono un
cambiamento reale, sulla scia di quanto sta avvenendo in America del
Sud.
Troppe incertezze. Ma per tanti, troppi,
Humala rimane una figura dai contorni ancora foschi. In troppi hanno
dubitato del suo passato
militare, che tuttora incombe come un macigno e accomuna l’intera
famiglia Humala. Era il 2000 quando si mise a capo di una
rivolta militare contro l’allora presidente Alberto Fujimori. In
sei anni, poi, ha cercato di reinserirsi sulla retta via e per farsi
perdonare dal Congresso ha accettato un incarico
all’ambasciata di Seul, nella Corea del Sud, dov’è rimasto fino al
dicembre
2004. Ma alla fine non gli è rimasto che ritirarsi dalla carriera
militare e tuffarsi in politica. Dove a
spianargli la strada ci aveva già pensato il padre. Isaac Humala Nuñez,
ideologo e fondatore del così detto etnocacerismo, una dottrina
nazionalista
che rivalorizza la storia inca, ha passato la sua creazione
direttamente nelle mani del figlio, che è dunque diventato il leader del
nazionalismo peruviano. Ma ancora un’ombra, la più pesante, ne ha
inquinato gesti e parole. Fra il 1992 e il 1993 capeggiò una base
militare nella selva, dove
combatté contro i guerriglieri maoisti del Sendero Luminoso. Qualcuno
lo ha
accusato di aver commesso, dietro la bandiera della lotta alla
guerriglia, una
serie di gravi abusi contro la popolazione civile. Stella Spinelli