08/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Oltre 40mila infettati, 1.500 morti. Ma i media continuano a tacere
Scritto per noi da
Sergio Cecchini*
 
Porto Pesquero è una piccola comunita' di pescatori che sorge all'interno di Boa Vista, una delle più grandi bidonville di Luanda. La spiaggia è completamente coperta da rifiuti ed escrementi. Due piccoli canali fognari la attraversano ai lati. E’ da qui che è partita l’epidemia di colera che ha già colpito più di 40.000 persone e uccise più di 1.500. Circa 32.000 persone vivono in quest’area, priva di acqua corrente, latrine e coperta dai rifiuti.

Colera in Angola-Msf. Copyright Paco ArevaloIl primo caso. Gioca insieme ad altri bambini. Ha appena nove anni e già un triste primato: è il primo caso di colera ufficialmente riconosciuto, il numero uno di questa epidemia. Miguel Domingos, il direttore della piccola clinica di Porto Pesquero, spiega come dal primo caso si sia passati rapidamente al secondo, il fratellino, al terzo e di come la malattia poi si sia propagata ad altri quartieri. “I quartieri poveri non hanno accesso all’acqua potabile, quella che beviamo non è ben trattata, non ci sono latrine e le persone sono costrette a defecare dove possono”, racconta Domingos. Il piccolo malato è stato fortunato, perché proprio lì vicino Medici senza frontiere, attiva per quest’emergenza con più di 15 centri per il colera, ne aveva aperto uno per la cura di questa infezione.

La più grave in cinque anni. La popolazione di Luanda è più che raddoppiata negli ultimi 10 anni e la maggior parte di questa crescita si è registrata nei quartieri più poveri. Oggi, pur non essendo disponibile un censimento aggiornato, alcune organizzazioni stimano che il numero di abitanti sia tra i 4,5 e i 6 milioni. Con la fine di una guerra civile, durata 27 anni e conclusasi nel 2002, tutti i centri abitati sono stati presi d’assalto da quelle migliaia di persone che erano state isolate dal conflitto. L’epidemia di colera che da febbraio sta imperversando in molte province dell’Angola è la più grave che abbia colpito un Paese africano negli ultimi cinque anni. Il colera può essere tranquillamente definito come la malattia della povertà: assenza di condizioni igieniche accettabili, mancanza di acqua potabile e di un sistema fognario capace di impedire la contaminazione del suolo, sono i principali fattori che possono far esplodere questa malattia. Ma la malattia della povertà ha colpito uno dei paesi più ricchi dell’Africa (enormi giacimenti di petrolio e miniere diamantifere).

Colera in Angola-Msf. Copyright Paco ArevaloDiminuzione per storia naturale. Sebbene oggi il numero di nuovi casi stia diminuendo ciò non è certo grazie all’impegno della comunità internazionale o del governo angolano, che poco hanno fatto e tardi, bensì al naturale decorso dell’epidemia. Il colera non è una malattia sexy, non suscita ondate emotive di solidarietà, non richiama l’attenzione della galassia umanitaria. Feci e vomito, scusate i termini, tengono poi distanti le telecamere. Eppure, solo un anno fa, un’altra epidemia, sempre in Angola, aveva ottenuto titoli sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. La febbre emorragica di Marburg, una malattia mortale nel 98 percento dei casi, aveva ucciso poco più di 350 persone. L’epidemia di colera di quest’anno più del quadruplo, ben 1.500. Ma tra Marburg e colera c’è una grossa differenza, quella che passa tra una malattia mortale quasi al 100 percento e che non lascia molte vie di scampo e una malattia che può arrivare a una mortalità del 50 percento, ma solo se non curata.

Nessuna scusa. Il colera non è una malattia complicata né costosa. Non è l’Aids che richiede farmaci cari e non è la tubercolosi che richiede un follow up complesso. Il colera uccide perché l’individuo inizia a perdere liquidi molto rapidamente, fino a 15 litri al giorno, e a precipitare in uno stato di disidratazione talmente grave da far collassare tutte le funzioni vitali. La cura del colera è molto semplice e consiste nel reidratare l’individuo con una soluzione di acqua, zucchero e sali. Il paziente, anche quello in gravi condizioni, generalmente guarisce nell’arco di 48 ore.  Per il colera non serve altro. Non servono medicine costose, protette da brevetto, non servono cure complesse in centri specialistici. Basta dell’acqua, del sale e dello zucchero per salvare una vita. Non ci sono scuse per non intervenire in un’emergenza colera.

Colera in Angola-Msf. Copyright Susan Sandar La rapidità salva la vita.
Ma il colera può uccidere da un momento all’altro, all’improvviso. Un piccolo di sette anni è arrivato al centro in gravi condizioni, ma piangeva, era cosciente. Non è stato facile per le infermiere trovare le vene, ormai collassate per la perdita di liquidi, ma alla fine ce l’avevano fatta. E’ stato necessario mettergli due flebo: una sul piccolo piede e l’altra sull’avambraccio. Stava meglio, il respiro era diventato regolare e aveva smesso di piangere, ma era gravemente disidratato. A quel punto, il padre, più tranquillo vedendo il figlio meno sofferente, è uscito per andare a comprare un lenzuolo per coprire il figlio e dei biscotti. Passano pochi minuti e il bambino sbarra gli occhi verso l’alto, irrigidendo il collo. Un’infermiera lo vede e si precipita su di lui. Gli prende il polso e pochi secondi dopo inizia a spingergli il petto per un massaggio cardiaco, a chiamare aiuto. Quando il padre è tornato, il volto del figlio era coperto da un lenzuolo bianco. Per questi due bambini la differenza l’ha fatta il tempo, la rapidità con cui hanno potuto ricevere le prime cure, la presenza di attori che potessero curare la malattia. Probabilmente nelle prossime settimane sentirete parlare dell’Angola non per questa drammatica emergenza, ma per la sua partecipazione storica ai campionati del mondo di calcio in Germania. 

 
Categoria: Bambini, Diritti, Salute
Luogo: africa