Oltre 40mila infettati, 1.500 morti. Ma i media continuano a tacere
Scritto per noi da
Sergio Cecchini*
Porto Pesquero è una piccola comunita' di pescatori che sorge
all'interno di Boa Vista, una delle più grandi bidonville di Luanda. La
spiaggia è completamente coperta da rifiuti ed escrementi. Due piccoli
canali fognari la attraversano ai lati. E’ da qui che è partita
l’epidemia di colera che ha già colpito più di 40.000 persone e uccise
più di 1.500. Circa 32.000 persone vivono in quest’area, priva di acqua
corrente, latrine e coperta dai rifiuti.
Il primo caso. Gioca insieme ad altri bambini. Ha appena nove anni e già un triste
primato: è il primo caso di colera ufficialmente riconosciuto, il
numero uno di questa epidemia. Miguel Domingos, il direttore della
piccola clinica di Porto Pesquero, spiega come dal primo caso si sia
passati rapidamente al secondo, il fratellino, al terzo e di come la
malattia poi si sia propagata ad altri quartieri. “I quartieri poveri
non hanno accesso all’acqua potabile, quella che beviamo non è ben
trattata, non ci sono latrine e le persone sono costrette a defecare
dove possono”, racconta Domingos. Il piccolo malato è stato fortunato,
perché proprio lì vicino Medici senza frontiere, attiva per
quest’emergenza con più di 15 centri per il colera, ne aveva aperto uno
per la cura di questa infezione.
La più grave in cinque anni. La popolazione di Luanda è più che raddoppiata negli ultimi 10 anni e
la maggior parte di questa crescita si è registrata nei quartieri più
poveri. Oggi, pur non essendo disponibile un censimento aggiornato,
alcune organizzazioni stimano che il numero di abitanti sia tra i 4,5 e
i 6 milioni. Con la fine di una guerra civile, durata 27 anni e
conclusasi nel 2002, tutti i centri abitati sono stati presi d’assalto
da quelle migliaia di persone che erano state isolate dal conflitto.
L’epidemia di colera che da febbraio sta imperversando in molte
province dell’Angola è la più grave che abbia colpito un Paese africano
negli ultimi cinque anni. Il colera può essere tranquillamente definito
come la malattia della povertà: assenza di condizioni igieniche
accettabili, mancanza di acqua potabile e di un sistema fognario capace
di impedire la contaminazione del suolo, sono i principali fattori che
possono far esplodere questa malattia. Ma la malattia della povertà ha
colpito uno dei paesi più ricchi dell’Africa (enormi giacimenti di
petrolio e miniere diamantifere).
Diminuzione per storia naturale. Sebbene oggi il numero di nuovi casi stia diminuendo ciò non è certo
grazie all’impegno della comunità internazionale o del governo
angolano, che poco hanno fatto e tardi, bensì al naturale decorso
dell’epidemia. Il colera non è una malattia sexy, non suscita ondate
emotive di solidarietà, non richiama l’attenzione della galassia
umanitaria. Feci e vomito, scusate i termini, tengono poi distanti le
telecamere. Eppure, solo un anno fa, un’altra epidemia, sempre in
Angola, aveva ottenuto titoli sulle prime pagine dei giornali di tutto
il mondo. La febbre emorragica di Marburg, una malattia mortale nel 98
percento dei casi, aveva ucciso poco più di 350 persone. L’epidemia di
colera di quest’anno più del quadruplo, ben 1.500. Ma tra Marburg e
colera c’è una grossa differenza, quella che passa tra una malattia
mortale quasi al 100 percento e che non lascia molte vie di scampo e
una malattia che può arrivare a una mortalità del 50 percento, ma solo
se non curata.
Nessuna scusa. Il colera non è una malattia complicata né costosa. Non è l’Aids che
richiede farmaci cari e non è la tubercolosi che richiede un follow up
complesso. Il colera uccide perché l’individuo inizia a perdere liquidi
molto rapidamente, fino a 15 litri al giorno, e a precipitare in uno
stato di disidratazione talmente grave da far collassare tutte le
funzioni vitali. La cura del colera è molto semplice e consiste nel
reidratare l’individuo con una soluzione di acqua, zucchero e sali. Il
paziente, anche quello in gravi condizioni, generalmente guarisce
nell’arco di 48 ore. Per il colera non serve altro. Non servono
medicine costose, protette da brevetto, non servono cure complesse in
centri specialistici. Basta dell’acqua, del sale e dello zucchero per
salvare una vita. Non ci sono scuse per non intervenire in un’emergenza
colera.
La rapidità salva la vita. Ma il colera può uccidere da un momento all’altro, all’improvviso. Un
piccolo di sette anni è arrivato al centro in gravi condizioni, ma
piangeva, era cosciente. Non è stato facile per le infermiere trovare
le vene, ormai collassate per la perdita di liquidi, ma alla fine ce
l’avevano fatta. E’ stato necessario mettergli due flebo: una sul
piccolo piede e l’altra sull’avambraccio. Stava meglio, il respiro era
diventato regolare e aveva smesso di piangere, ma era gravemente
disidratato. A quel punto, il padre, più tranquillo vedendo il figlio
meno sofferente, è uscito per andare a comprare un lenzuolo per coprire
il figlio e dei biscotti. Passano pochi minuti e il bambino sbarra gli
occhi verso l’alto, irrigidendo il collo. Un’infermiera lo vede e si
precipita su di lui. Gli prende il polso e pochi secondi dopo inizia a
spingergli il petto per un massaggio cardiaco, a chiamare aiuto. Quando
il padre è tornato, il volto del figlio era coperto da un lenzuolo
bianco.
Per questi due bambini la differenza l’ha fatta il tempo, la rapidità
con cui hanno potuto ricevere le prime cure, la presenza di attori che
potessero curare la malattia. Probabilmente nelle prossime settimane
sentirete parlare dell’Angola non per questa drammatica emergenza, ma
per la sua partecipazione storica ai campionati del mondo di calcio in
Germania.