Scritto per noi da
Matteo Colombi
Memorial Day è passato da poco. Giorno di parate, giorno in cui si ricordano
i caduti ed i veterani americani di tutte le guerre Americane; quelle sporche,
quelle annunciate, quelle di cui l’America va fiera e quelle che ha dimenticato.

Mio suocero va in parata, con la sua chiesa, e tira caramelle ai bambini nella
sua piccola cittadina in riva al mare. Ha servito in Corea. La sua amica è il
Gran Maresciallo della parata, veterana anch’essa, e molto attiva nella loro chiesa.
Qui a Washington sono discesi migliaia di centauri motorizzati, con le Harley
Davidson e la bandiera Americana, la bandiera dei prigionieri di guerra e dispersi
del Vietnam, ed altre insegne. Al di là del fiume, nel cimitero militare di Arlington,
Virginia, vengono piantate centinaia di migliaia di bandierine. Lungo il monumento
ai caduti della guerra del Vietnam arrivano superstiti e famiglie a portare i
fiori sotto il nome del proprio caro, gli amici cercano il nome degli amici che
non hanno potuto invecchiare, e strofinano matite sulla carta sovrapposta al nome
inciso. Tanti, tanti nomi.
Tuttavia nel ricordare i caduti, nel ricordare chi ha servito, si mischia l’empatia
per chi tanto ha sofferto, tanto ha dovuto perdere in tranquillità e serenità,
con l’esaltazione della guerra come massima prova della virtù civica. Non si
discute né delle vittime altrui, né della validità o dell’utilità della guerra. Si
attinge al dolore privato, all’orgoglio, al senso di comunità e di famiglia per
fornire legittimità al grande business del militarismo americano.
Se il 4 luglio si celebra l’indipendenza dalla Gran Bretagna e la nascita di
questa grande nazione, a maggio, con Memorial Day si celebrano i caduti e il militarismo,
travestendolo da festa paesana. I negozi fanno i saldi, molti ricevono un giorno
di ferie, le famiglie si riuniscono, e i media mandano in onda ore ed ore di film
di guerra. La lotta contro la Germania Nazista ed il Giappone di Tojo vengono
frullate assieme ad altre battaglie; Rambo, il Vietnam, George Washington e le
guerre sporche degli anni ottanta in America Latina. Hollywood usa sempre la
stessa matrice, a parte i pochi film di critica che emergono negli anni: la guerra è
nobile per definizione, lo straniero perfido ed eliminabile, il macho Americano
deve provare la propria libertà tramite la violenza, chi critica è una ‘femminuccia’
liberal, un egoista o un traditore.
Non è vero che gli Americani sono contenti di essere in guerra, infatti se ne
stancano velocemente; ma è vero che sono abituati a pensarla, a prepararsi, ad
aspettarla, ad osannarla, a guardarla, a giocarla. Esiste una ideologia guerriera
che ci circonda, che pone sul piedistallo l’uomo in uniforme e le Forze Armate,
e le sue guerre.
Anche il reportage di Baghdad ER, mandato in onda dalla HBO per Memorial Day, pur seguendo con truce onestà
gli avvenimenti in un ospedale militare Americano in Iraq, non fa altro che fornire
nuovi spunti alla narrativa del grande sacrificio del milite, da rispettare con
la lealtà verso la missione e riverenza da parte del civile imbelle.

Il paradosso è che le strade di Washington sono piene di barboni, molti dei quali
ex-veterani. Se passaste presso il Veterans Hospital (o altrove) lo trovereste
ancora pieno di veterani del Vietnam, ora cinquantenni e sessantenni, in sedia
a rotelle, amputati e menomati mentali. Il veterano che torna oggi dall’Iraq rischia
una retrocessione sociale, e si trova dinanzi a strutture di supporto insufficienti. Anche
da questo nasce l’esaltazione del veterano, è una facile e veloce maniera di lavar
via i sensi di colpa, è il modo di dare in retorica quello che non si è disposti
a dare in pratica: solidarietà verso coloro che sono stati usati per fare qualcosa
di molto sporco.
Il rancore dei veterani verso una società che di fatto non vive la guerra sulla
propria pelle esiste. Un obbligo morale nei loro confronti esiste. Esiste dunque
anche questo lato nel ricordare i caduti ed i veterani, poichè sono in fondo delle
vittime. Carnefici e vittime, esseri umani storpiati che, senza la guerra, sarebbero
rimasti dove erano: a bere birra, a guardarsi una partita, andare al cinema.
Pensando a mio figlio, che sta per nascere, mi chiedo se esista un modo per questo
paese di onorare la memoria dei caduti e dei veterani, senza esaltare le logiche
che li hanno portati alla loro morte e ai loro destini. Riuscirò ad insegnare
a Luca la differenza? Confesso che mi sento molto solo.