06/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Una parata per ricordare i caduti e celebrare il militarismo
Scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Memorial Day è passato da poco. Giorno di parate, giorno in cui si ricordano i caduti ed i veterani americani di tutte le guerre Americane; quelle sporche, quelle annunciate, quelle di cui l’America va fiera e quelle che ha dimenticato.  
 
Mio suocero va in parata, con la sua chiesa, e tira caramelle ai bambini nella sua piccola cittadina in riva al mare. Ha servito in Corea. La sua amica è il Gran Maresciallo della parata, veterana anch’essa, e molto attiva nella loro chiesa.
Qui a Washington sono discesi migliaia di centauri motorizzati, con le Harley Davidson e la bandiera Americana, la bandiera dei prigionieri di guerra e dispersi del Vietnam, ed altre insegne. Al di là del fiume, nel cimitero militare di Arlington, Virginia, vengono piantate centinaia di migliaia di bandierine. Lungo il monumento ai caduti della guerra del Vietnam arrivano superstiti e famiglie a portare i fiori sotto il nome del proprio caro, gli amici cercano il nome degli amici che non hanno potuto invecchiare, e strofinano matite sulla carta sovrapposta al nome inciso. Tanti, tanti nomi.  
 
Tuttavia nel ricordare i caduti, nel ricordare chi ha servito, si mischia l’empatia per chi tanto ha sofferto, tanto ha dovuto perdere in tranquillità e serenità, con l’esaltazione della guerra come massima prova della virtù civica.  Non si discute né delle vittime altrui, né della validità o dell’utilità della guerra. Si attinge al dolore privato, all’orgoglio, al senso di comunità e di famiglia per fornire legittimità al grande business del militarismo americano.  
 
Se il 4 luglio si celebra l’indipendenza dalla Gran Bretagna e la nascita di questa grande nazione, a maggio, con Memorial Day si celebrano i caduti e il militarismo, travestendolo da festa paesana. I negozi fanno i saldi, molti ricevono un giorno di ferie, le famiglie si riuniscono, e i media mandano in onda ore ed ore di film di guerra. La lotta contro la Germania Nazista ed il Giappone di Tojo vengono frullate assieme ad altre battaglie; Rambo, il Vietnam, George Washington e le guerre sporche degli anni ottanta in America Latina. Hollywood usa sempre la stessa matrice, a parte i pochi film di critica che emergono negli anni: la guerra è nobile per definizione, lo straniero perfido ed eliminabile, il macho Americano deve provare la propria libertà tramite la violenza, chi critica è una ‘femminuccia’ liberal, un egoista o un traditore.
 
Non è vero che gli Americani sono contenti di essere in guerra, infatti se ne stancano velocemente; ma è vero che sono abituati a pensarla, a prepararsi, ad aspettarla, ad osannarla, a guardarla, a giocarla. Esiste una ideologia guerriera che ci circonda, che pone sul piedistallo l’uomo in uniforme e le Forze Armate, e le sue guerre.  
 
Anche il reportage di Baghdad ER, mandato in onda dalla HBO per Memorial Day, pur seguendo con truce onestà gli avvenimenti in un ospedale militare Americano in Iraq, non fa altro che fornire nuovi spunti alla narrativa del grande sacrificio del milite, da rispettare con la lealtà verso la missione e riverenza da parte del civile imbelle.  
 
Il paradosso è che le strade di Washington sono piene di barboni, molti dei quali ex-veterani. Se passaste presso il Veterans Hospital (o altrove) lo trovereste ancora pieno di veterani del Vietnam, ora cinquantenni e sessantenni, in sedia a rotelle, amputati e menomati mentali. Il veterano che torna oggi dall’Iraq rischia una retrocessione sociale, e si trova dinanzi a strutture di supporto insufficienti. Anche da questo nasce l’esaltazione del veterano, è una facile e veloce maniera di lavar via i sensi di colpa, è il modo di dare in retorica quello che non si è disposti a dare in pratica: solidarietà verso coloro che sono stati usati per fare qualcosa di molto sporco.
 
Il rancore dei veterani verso una società che di fatto non vive la guerra sulla propria pelle esiste. Un obbligo morale nei loro confronti esiste. Esiste dunque anche questo lato nel ricordare i caduti ed i veterani, poichè sono in fondo delle vittime. Carnefici e vittime, esseri umani storpiati che, senza la guerra, sarebbero rimasti dove erano: a bere birra, a guardarsi una partita, andare al cinema.
 
Pensando a mio figlio, che sta per nascere, mi chiedo se esista un modo per questo paese di onorare la memoria dei caduti e dei veterani, senza esaltare le logiche che li hanno portati alla loro morte e ai loro destini. Riuscirò ad insegnare a Luca la differenza? Confesso che mi sento molto solo.
Categoria: Diritti
Luogo: Stati Uniti