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Burundi. C’è voluto più di anno di trattative e abboccamenti, per
far sì che il nuovo governo burundese e i ribelli delle Forces Nationales de Liberation si incontrassero ancora. Lunedì, a
Dar es Salaam, in Tanzania, sono cominciati i colloqui di pace che potrebbero
mettere la parola fine alla guerra civile, che dal 1993 ha provocato più di 300
mila vittime. Le Fnl sono l’unico
gruppo ribelle ancora attivo, dopo la firma degli accordi di pace del 2003 che
permisero alle Forces democratiques de
Defence, l’allora principale gruppo armato del Paese, di entrare nelle
istituzioni di transizione. Da allora, il Burundi ha organizzato l’inserimento
dei ribelli nell’esercito e le prime elezioni del dopoguerra, stravinte dalle
Fdd. Il loro ex-leader, Pierre
Nkurunziza, è ora presidente.
Ottimismo. Iniziata come ribellione della maggioranza Hutu allo
strapotere dei Tutsi, che pur essendo solo il 15 percento della popolazione
controllavano la vita politica e militare del Paese, la guerra civile ha
portato se non altro un riequilibrio tra le due comunità: prova ne è la
vittoria degli ex-ribelli alle elezioni parlamentari e presidenziali. Una
garanzia che non basta alle Fnl, le
quali continuano a ritenere il governo burundese un pupazzo nelle mani della
comunità internazionale e chiedono di trattare con i vertici Tutsi. Non è però
chiaro quali siano le istanze portate avanti dalle Fnl, tanto che alla vigilia degli incontri tanzaniani non era stata
stilata alcuna agenda che anticipasse i termini delle trattative. Nonostante la
reciproca diffidenza, comunque, le parti sembrano più propense a intavolare
trattative serie rispetto all’anno scorso. Se non altro, si sono accordate sul
mediatore, che sarà il Ministro per la Sicurezza sudafricano Charles Ngqakula.
Il
fatto che ora, in Burundi, gli Hutu siano al potere, toglie molta legittimità
alla lotta dei ribelli, e questo le Fnl
lo sanno. Prematuro farsi illusioni sui risultati, ma un moderato ottimismo è
d’obbligo.
Uganda. Diversa la situazione dell’Uganda, dove ormai da 20 anni si
sta consumando una delle peggiori tragedie umanitarie del mondo: i morti
causati dalla guerra con i ribelli del Lord’s
Resistance Army sono “solo” 20 mila, ma l’80 percento della popolazione dei
distretti settentrionali del Paese vive nei campi profughi, e l’economia della
regione è al collasso. I ribelli, indeboliti dalle offensive dell’esercito, si
spostano in continuazione tra Uganda, Congo e Sudan meridionale, lanciando
attacchi contro la popolazione civile per rifornirsi di soldi e viveri. La
scorsa settimana, in un dvd registrato, il leader ribelle Kony ha però per la
prima volta offerto un ramoscello d’ulivo al governo, chiedendo l’apertura di
trattative.
Cautela. Anche qui, la cautela è d’obbligo: tutti i precedenti approcci tra
ribelli e governo sono puntualmente naufragati, tanto da far pensare che
fossero una tattica deliberata dei ribelli per riorganizzarsi, in occasione
delle offensive dell’esercito. Stavolta, però, Kony è sceso in campo
personalmente, cosa mai successa prima d’ora. Segno che potrebbe davvero essere
la volta buona. Il governo ha già fatto sapere che, pur di raggiungere un
accordo, garantirà un’amnistia ai ribelli, passando sopra alla denuncia
presentata dalle stesse autorità ugandesi contro Kony alla Corte Penale
Internazionale dell’Aia. Ora la palla ripassa ai ribelli, che dovranno dar
seguito alla loro offerta. Per evitare che i Grandi Laghi passino un’altra
estate di guerra. Matteo Fagotto