Boat people, attentati e trattative in stallo. Il conflitto irrisolto dello Sri Lanka
Scene di una guerra
già vista, anche se ormai alcuni decenni fa, ma sempre in acque asiatiche.
Persone che scappano con barche di fortuna sovraffollate e sotto ricatto di
trafficanti senza scrupoli. Questa volta i boat
people lasciano la costa settentrionale dello Sri Lanka per raggiungere lo
stato meridionale indiano del Tamil Nadu, il lembo di terra più vicino
all’isola, afflitta da un conflitto ultraventennale. Negli ultimi quattro mesi
i profughi sono stati 1.200, lo dice l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati,
che teme per il destino di molte donne e bambini, facili prede di violenze e
sfruttamento.

Strage di civili. I tentativi per far ripartire il processo di
pace e per rendere effettivo il cessate il fuoco (proclamato nel 2002 e mai
rispettato del tutto) fra ribelli delle Tigri tamil ed esercito singalese
continuano tra ostacoli che si moltiplicano. Secondo la Missione internazionale
di Monitoraggio della tregua guidata dalla Norvegia, da dicembre a oggi 600
persone sono morte in un’escalation di violenze che non ha risparmiato civili.
L’ultimo
tragico incidente è avvenuto proprio di recente, lunedì scorso, quando 12
muratori che lavoravano a un progetto pubblico sono stati rapiti nel villaggio
di Mhasenpura, vicino alla città nord-orientale di Batticaloa, e poi uccisi a
colpi d’arma da fuoco. A raccontarlo sono stati altri due lavoratori sopravvissuti,
riusciti a scappare dai sequestratori nonostante le ferite.
Bando Ue. La strage non è stata rivendicata, ma secondo l’esercito l’hanno
compiuta le Tigri, che sempre lunedì sono state inserite nella lista nera delle
organizzazioni terroriste dell’Unione Europea. I venticinque stati dell’Ue di
fatto congeleranno i fondi inviati alla guerriglia dai membri della diaspora tamil
in Europa. Una misura simile a quella presa in precedenza da Washington per
impedire alle Tigri l’accesso ad armi e soldi. Le conseguenze della decisione
Ue non sono chiare, anche se i ribelli avevano fatto sapere che un bando contro
di loro avrebbe potuto esacerbare il conflitto e allontanarli dal tavolo delle
trattative.
Decisioni contraddittorie. Nelle stesse ore i ribelli hanno però dichiarato
che parteciperanno in giugno ai colloqui di Oslo sulla sicurezza della Missione
di Monitoraggio, colpita di recente da un attacco. Tre settimane fa i
guerriglieri avevano assaltato un’imbarcazione della Marina cingalese con a
bordo alcuni monitors stranieri, provocando
la morte di 17 soldati. Un incontro che però, hanno tenuto a precisare i
ribelli, non costituirà un secondo round delle trattative iniziate a febbraio
a
Ginevra.

L’avvertimento dei donatori. Questa situazione di stallo non piace ai
principali donatori internazionali dello Sri Lanka, capeggiati dal Giappone,
che ieri alla conferenza di Tokyo hanno minacciato di togliere il loro sostegno
economico qualora le
violenze non si arresteranno. “Il nostro grande obiettivo è trovare misure per
fermare il deterioramento della situazione in breve tempo”, ha detto il
responsabile della divisione asiatica del ministero degli Esteri giapponese,
Shinsuke Shimizu, che per far tornare le Tigri al tavolo delle trattative userà
“il metodo del bastone e della carota: la carota è la discussione su come
dovremo continuare l’assistenza, il bastone sono i colloqui su cosa la comunità
internazionale può fare per aumentare la pressione sui ribelli, congelando
innanzitutto i suoi fondi e impedendo loro di contrabbandare armi”.