01/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



«Legittima difesa preventiva»: sembra una contraddizione, serve a fare affari
scritto per noi da
Paolo Busoni* 
 
veduta aerea del reattore di Al TuwaithaEra il 7 giugno del 1981, si combatteva la guerra Iran-Iraq destinata a durare 8 anni. Verso le 17.30, sedici tra caccia e bombardieri israeliani raggiunsero e distrussero i laboratori e il reattore nucleare iracheno di Al Tuwaitha a venti chilometri da Bagdad. Si trattava di un reattore sperimentale acquistato in Francia da Saddam Hussein, gestito con l’aperta collaborazione francese e italiana e la non ostilità degli statunitensi. Ai tempi il rais era l’unica barriera contro il pericolo rappresentato dall’Iran di Khomeini e dei suoi «pasdaran» e, per il vecchio principio «il nemico del mio nemico è mio amico», tanti davano una mano e molte armi al meno che affidabile capo iracheno.
 
In Francia la cessione di tecnologie alla sorgente potenza del Medio Oriente aprì, se non altro, un certo dibattito politico, in Italia – forse per il profondo coinvolgimento delle imprese private più importanti e di quelle che si chiamavano le «partecipazioni statali» – il fatto ricevette scarsissima attenzione.
In realtà il primo attacco al reattore «Osirak» – dalla contrazione del nome dell’impianto gemello «Osiris» (la morte per gli antichi egizi) costruito in Francia e del nome dell’acquirente – lo tentarono proprio gli iraniani: il 30 settembre 1980, ad appena nove giorni dall’inizio della guerra, due cacciabombardieri «Phantom» avevano lanciato razzi contro l’installazione. I danni furono limitati, ma tocca a loro il primato del primo attacco a una struttura nucleare della storia.
Nelle guerre del 1991 e del 2003, gli statunitensi sono tornati ad Al Tuwaitha, conferendole così anche il primato di installazione nucleare più bombardata della storia.
 
la bandiera delle Nazioni Unite Quando gli attacchi preventivi erano bocciati dalla comunità internazionale.
Il raid israeliano fu un esempio di perizia tecnica e di assoluto disprezzo delle regole internazionali. Il premier Menachem Begin, tutto il governo e lo staff militare erano convinti che dalla distruzione del potenziale nucleare in fieri degli iracheni dipendesse la sopravvivenza di Israele e non si fecero scrupoli. L’opposizione interna rappresentata dai laburisti, dapprima favorevole a una via negoziale, alla fine si limitò a prendere atto dei risultati dell’azione. 
A livello internazionale l’Onu e la diplomazia levarono le più alte proteste; il Consiglio di Sicurezza approvò, con l’aperto sostegno degli Usa, la risoluzione 487 che stigmatizzava l’azione. La Carta delle Nazioni Unite, infatti, non comprende in nessun caso l’azione di guerra come prima opzione e relega la reazione armata solo all’interno di un processo concordato con l’Onu stessa o come legittima difesa in presenza di aggressione militare diretta, reale e in corso. A quei tempi nessuno riteneva di poter considerare lecita alcuna «legittima difesa preventiva», come era stata definita dai diplomatici israeliani.
 
Dopo un quarto di secolo, la «legittima difesa preventiva» è diventata, almeno per molte diplomazie, un’opzione percorribile per raggiungere i propri scopi. E oggi interrompere con la forza il programma nucleare iraniano è considerato un atto legittimo.

Se la responsabilità e l’impegno per la pace cozzano con la possibilità di fare affari. L’escalation nucleare dell’intero Medio Oriente si deve a una mancata presa disposizione chiara a livello internazionale a proposito del deterrente nucleare posseduto da Israele e dell’affannosa e altrettanto sotterranea ricerca saudita di un proprio arsenale, almeno missilistico.
L’occidente è sempre pronto a fare affari sotto la guida del principio amico/nemico.
Così è successo nel caso dei nuovi sottomarini israeliani. Il governo rosso/verde di Gerhard Schroeder aveva bloccato la vendita dei battelli alla marina israeliana in attesa di chiarire tre punti chiave: dove sarebbero state dislocate le navi, chi le avrebbe pagate e soprattutto perché venivano richieste una serie di modifiche tecniche al progetto originale tedesco che facevano pensare alla possibilità che dai sottomarini potessero essere lanciati missili «cruise» a testata nucleare.
 
Nella peggiore delle ipotesi i battelli sarebbero stati schierati nel Golfo Persico – grazie alla collaborazione di qualche marina “amica” tra le tante che attualmente affollano quelle acque –, che il pagamento sarebbe stato solo parzialmente a carico di Tel Aviv e che le modifiche riguardassero proprio l’imbarco di missili «Popeye» in grado di trasportare una testata nucleare di media potenza.
È cambiato il governo a Berlino, la vendita è stata conclusa, le modifiche “sospette” verranno apportate in Germania e in parte in Israele, il pagamento avverrà grazie alla ripartizione in tre fette da 400 milioni di euro ciascuna: una a carico di Israele, una pagata dagli Stati Uniti e l’ultima dallo stesso governo tedesco. Resta da vedere se anche queste navi andranno ad affollare il Golfo Persico, a più di mille chilometri dalla madre patria.
 
Quando si sente parlare con disinvoltura di «legittima difesa preventiva», oltre che disquisire sulla legittimità o meno delle azioni, si dovrebbe meditare su chi ha “coltivato” l’escalation, portando a casa immense commesse, tangenti cospicue e partecipando a gettare nel buco nero della guerra risorse che servirebbero al mondo.
Categoria: Guerra, Armi
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