scritto per noi da
Paolo Busoni*

Era il 7 giugno del 1981,
si combatteva la guerra Iran-Iraq destinata a durare 8 anni. Verso le
17.30, sedici tra caccia e bombardieri israeliani raggiunsero e
distrussero i laboratori e il reattore nucleare iracheno di Al
Tuwaitha a venti chilometri da Bagdad. Si trattava
di un reattore sperimentale acquistato in Francia da Saddam Hussein,
gestito con l’aperta collaborazione francese e italiana e la non
ostilità degli statunitensi. Ai tempi il
rais era l’unica barriera contro il pericolo rappresentato
dall’Iran di Khomeini e dei suoi «pasdaran»
e, per il vecchio principio «il nemico del mio nemico è
mio amico», tanti davano una mano e molte armi al meno che
affidabile capo iracheno.
In Francia
la cessione di tecnologie alla sorgente potenza del Medio Oriente
aprì, se non altro, un certo dibattito politico, in Italia –
forse per il profondo coinvolgimento delle imprese private più
importanti e di quelle che si chiamavano le «partecipazioni
statali» – il fatto ricevette scarsissima attenzione.
In realtà
il primo attacco al reattore «Osirak» – dalla
contrazione del nome dell’impianto gemello «Osiris» (la
morte per gli antichi egizi) costruito in Francia e del nome
dell’acquirente – lo tentarono proprio gli iraniani: il 30
settembre 1980, ad appena nove giorni dall’inizio della guerra, due
cacciabombardieri «Phantom» avevano lanciato razzi contro
l’installazione. I danni furono limitati, ma tocca a loro il
primato del primo attacco a una struttura nucleare della storia.
Nelle guerre del 1991 e
del 2003, gli statunitensi sono tornati ad Al Tuwaitha, conferendole
così anche il primato di installazione nucleare più
bombardata della storia.
Quando
gli attacchi preventivi erano bocciati dalla comunità
internazionale.
Il raid israeliano fu un esempio di
perizia tecnica e di assoluto disprezzo delle regole internazionali. Il premier
Menachem Begin, tutto il governo e lo staff militare erano convinti
che dalla distruzione del potenziale nucleare in fieri degli iracheni
dipendesse la sopravvivenza di Israele e non si fecero
scrupoli. L’opposizione interna rappresentata dai laburisti,
dapprima favorevole a una via negoziale, alla fine si limitò a
prendere atto dei risultati dell’azione.
A livello
internazionale l’Onu e la diplomazia levarono le più alte
proteste; il Consiglio di Sicurezza approvò, con l’aperto
sostegno degli Usa, la risoluzione 487 che stigmatizzava l’azione. La Carta
delle Nazioni Unite, infatti, non comprende in nessun caso l’azione
di guerra come prima opzione e relega la reazione armata solo
all’interno di un processo concordato con l’Onu stessa o come
legittima difesa in presenza di aggressione militare diretta, reale e
in corso. A quei
tempi nessuno riteneva di poter considerare lecita alcuna «legittima
difesa preventiva», come era stata definita dai diplomatici
israeliani.
Dopo un
quarto di secolo, la «legittima difesa preventiva» è
diventata, almeno per molte diplomazie, un’opzione percorribile per
raggiungere i propri scopi. E oggi interrompere con la forza il
programma nucleare iraniano è considerato un atto legittimo.
Se la responsabilità e
l’impegno per la pace cozzano con la possibilità di fare
affari.
L’escalation nucleare
dell’intero Medio Oriente si deve a una mancata presa disposizione
chiara a livello internazionale a proposito del deterrente
nucleare posseduto da Israele e dell’affannosa e altrettanto
sotterranea ricerca saudita di un proprio arsenale, almeno
missilistico.
L’occidente
è sempre pronto a fare affari sotto la guida del principio
amico/nemico.
Così
è successo nel caso dei nuovi sottomarini israeliani. Il
governo rosso/verde di Gerhard Schroeder aveva bloccato la vendita
dei battelli alla marina israeliana in attesa di chiarire tre punti
chiave: dove sarebbero state dislocate le navi, chi le avrebbe pagate
e soprattutto perché venivano richieste una serie di modifiche
tecniche al progetto originale tedesco che facevano pensare alla
possibilità che dai sottomarini potessero essere lanciati
missili «cruise» a testata nucleare.
Nella peggiore delle
ipotesi i battelli sarebbero stati schierati nel Golfo Persico –
grazie alla collaborazione di qualche marina “amica” tra le tante
che attualmente affollano quelle acque –, che il pagamento sarebbe
stato solo parzialmente a carico di Tel Aviv e che le
modifiche riguardassero proprio l’imbarco di missili «Popeye»
in grado di trasportare una testata nucleare di media potenza.
È
cambiato il governo a Berlino, la vendita è stata conclusa, le
modifiche “sospette” verranno apportate in Germania e in parte in
Israele, il pagamento avverrà grazie alla ripartizione in tre
fette da 400 milioni di euro ciascuna: una a carico di Israele, una
pagata dagli Stati Uniti e l’ultima dallo stesso governo tedesco.
Resta da vedere se anche queste navi andranno ad affollare il Golfo
Persico, a più di mille chilometri dalla madre patria.
Quando si sente parlare
con disinvoltura di «legittima difesa preventiva», oltre
che disquisire sulla legittimità o meno delle azioni, si
dovrebbe meditare su chi ha “coltivato” l’escalation, portando
a casa immense commesse, tangenti cospicue e partecipando a gettare
nel buco nero della guerra risorse che servirebbero al mondo.