A quasi un anno dal disimpegno, l’esercito israeliano rientra nella Striscia e uccide
Sette palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano
nella notte tra lunedì e martedì: quattro a Gaza e tre in Cisgiordania. Due
militanti delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa e uno di Jihad islamica sono
morti durante scontri a fuoco con l’esercito israeliano impegnato in
altrettanti raid nei villaggi di Anabta, Kabatiya e nel campo profughi di
Balata, a Nablus, in Cisgiordania. Ma la vera novità sul campo è l’incursione
che ha visto le truppe dell’esercito di Tel Aviv rientrare per la prima volta
nei confini della Striscia di Gaza, a quasi un anno dal disimpegno dalle 21
colonie e dalle postazioni militari israeliane, avvenuto nell’agosto del 2005.
Riconquistare Gaza. L’esercito israeliano è penetrato
nella Striscia, a nord di Gaza, per impedire il lancio di razzi sul territorio
del Negev. Uno scontro a fuoco tra esercito e miliziani di Jihad islamica è
iniziato nei pressi del confine e si è concluso con un missile sparato da un elicottero
da combattimento, che ha ucciso i tre
miliziani e
un agente della guardia presidenziale accorso sul posto assieme ai sanitari.
Anche diversi civili sono rimasti feriti. Dalle elezioni di gennaio a oggi, il
nord della Striscia è stato oggetto di imponenti bombardamenti –si è parlato di
2/300 tra colpi di cannone e missili al giorno -, che sono costati la vita a
numerosi palestinesi, ma non sono stati efficaci nel dissuadere i militanti dal
lanciare i pressoché innocui razzi Qassam sui villaggi israeliani a ridosso del
confine. Anche Hamas, un tempo in prima linea nel lancio di razzi, oggi non
sembra in grado di mantenere l’ordine sul terreno impedendo che altri lo
facciano al posto suo. Oggi a sparare su Israele sono esponenti delle Brigate
dei Martiri di al Aqsa e della Jihad, il cui primo obiettivo è contendere ad
Hamas la gestione della sicurezza nella Striscia, anche creando ulteriore
attrito con Israele. Il gruppo di Jihad ha emesso un comunicato in cui conferma
le uccisioni dei suoi militanti e sostiene che loro intendevano attaccare
Israele in risposta alla politica israeliana degli omicidi mirati e, in
particolare, all’attentato che venerdì scorso ha ucciso Abu Hamza al Majzoub,
un loro alto esponente in Libano. Il governo di Tel Aviv, invece, teme che il
legame tra il gruppo militante libanese e iraniano Hezbollah sia la premessa di
un’escalation militare palestinese, intravista con la recente comparsa a Gaza
di
razzi Katyusha in luogo degli artigianali Qassam.
Dialogo a distanza. La scorsa settimana Abu Mazen ha
tentato di ricomporre la trama del dialogo con Israele, bloccata sul nodo del
non riconoscimento dello stato ebraico da parte di Hamas, conil rischio di un
referendum popolare se Hamas non rinuncerà
alla sua linea massimalista e non riconoscerà Israele e gli accordi siglati dai
precedenti governi dell’Anp. Mahmoud Zahhar, ministro degli Esteri di Hamas, ha
ribattuto che “un referendum sarebbe una perdita di soldi e tempo, nessuno
riconoscerà Israele”. La proposta di Abu Mazen però è rivolta anche a Israele,
cui si offre un accordo di pace in cambio del ritiro dai territori occupati
dopo il 1967, cioè tutta l’attuale Cisgiordania e Gerusalemme Est. Di fatto però
Israele sta stringendo sempre più la morsa sulla Cirsgiordania e l’annessione
di Gerusalemme è ormai a un livello molto avanzato. In conseguenza degli
scontri di ieri, le autorità israeliane hanno revocato la residenza a
Gerusalemme Est a quattro esponenti di Hamas: Mohammed Abu Teir, Ahmed Abu
Atoun e Mahmoud Totach, che non potranno entrare nella città Santa e in
territorio israeliano, a meno che non rinuncino alle loro cariche nel governo.
Proprio in questi giorni a Ramallah è stato organizzato un incontro tra
esponenti di Fatah e Hamas, per permettere alle due formazioni di riprendere il
dialogo e la collaborazione che si sono affievoliti a partire dalla vittoria
di Hamas nelle scorse elezioni. Abu Teir, Abu Atoum e Totach non hanno potuto
partecipare a causa delle restrizioni del movimento per i palestinesi privi
della Residenza a Gerusalemme, e anche Mushir al Masri, portavoce di
Hamas, è rimasto bloccato per due giorni dai check point israeliani. Ancora una
volta, la
sensazione è che il caos tra le fazioni palestinesi sia fomentato,
sia a livello economico che politico, da Israele. Il mancato riconoscimento
della legittimità della vittoria di Hamas e il sabotaggio economico ai danni
dell’Anp sono benzina gettata sul fuoco di una guerra civile che, se
esplodesse, andrebbe a tutto vantaggio di Israele e delle sue politiche
unilaterali.