20/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Viaggio nello scomodo passato di Pretoria. Tra mercenari e compagnie di sicurezza
Colpi di stato veri o presunti, partecipazioni a guerre civili, sfruttamento delle risorse naturali... Il panorama delle attività delle compagnie di sicurezza in Africa è vasto e poco chiaro: composte in gran parte da marcenari e ex-membri delle forze speciali sudafricane, le imprese private di sicurezza hanno allargato il loro raggio d'azione a tutto il mondo, dall'Iraq all'Estremo Oriente.
 
Il logo della Executive OutcomesLe origini. Il business delle compagnie ha origine a metà anni ’90, in Sudafrica. Con la fine del regime bianco, sono tempi duri per il Koevoet, il Vlakplaas, la Reaction Unit 9 e il 32 Buffalo Battalion, i corpi speciali che hanno contribuito a prolungare il dominio bianco per decenni grazie alle operazioni sporche condotte sia in patria che all’estero: dall’intervento nella guerra civile angolana, agli attacchi contro la Swapo (l’organizzazione indipendentista della Namibia), fino al rapimento e all’assassinio di attivisti anti-apartheid, condotti nei vicini Zimbabwe e Botswana. E’ a questo punto che il tenente-colonnello Eeben Barlow ha una brillante idea: costituire una compagnia privata di sicurezza, la Executive Outcomes, per sfruttare il know-how dei suoi uomini disoccupati e, perché no, guadagnare una caterva di quattrini intervenendo nelle guerre civili africane.
 
Tra guerre e colpi di stato. I primi banchi di prova della Eo confermano la “competenza” dei Sudafricani: intervento in Angola, a fianco del governo e contro i ribelli dell’Unita, e riconquista dei giacimenti di petrolio e diamanti che finanziano la ribellione; stesso scenario in Sierra Leone, con la Eo che salva il boccheggiante regime di Kabbah quando i ribelli del Ruf già marciano su Freetown. Gli uomini della Eo dimostrano una straordinaria bravura, ma costano caro: i due governi in questione si sdebitano dando a Barlow e compagni ricche concessioni petrolifere. Le attività della Eo proseguono su questa falsariga finché l’accusa di mercenariato, e il presunto coinvolgimento dei suoi uomini in alcuni colpi di stato, costringono Barlow a chiudere la compagnia e a fondare la Sandline International. Che si dimostra un’ottima erede, prima di finire vittima del famoso pasticcio guineano.
 
I mercenari processati davanti alla Corte di Harare, in ZimbabweL'affare Obiang. Nel 2003, un aereo zeppo di militari viene fermato in Zimbabwe. All’interno, 70 mercenari diretti in Guinea Equatoriale, con il compito di rovesciare il presidente Teodoro Obiang Nguema. Nell’affare vengono coinvolti numerosi uomini della Si, tra cui uno dei suoi capi, Simon Mann. Lo scandalo porta alla chiusura della compagnia, ma non del fiorente business: sebbene il Sudafrica abbia approvato, nel 1998, una legge che proibisce il mercenariato, la differenza tra quest’ultimo e le compagnie private non è molto chiara. La scarsa volontà di applicare la legge e le pene ridicole comminate (due mercenari bloccati in Costa d’Avorio furono condannati a pagare circa 15 mila dollari, recuperabili con pochi giorni di “lavoro”) hanno fatto anzi crescere il giro d’affari.
 
"Mercenari" in azione in IraqIl boom. L’esempio di Barlow è stato seguito da subito, tanto che le compagnie private spuntano come funghi. Dalla Gran Bretagna agli Usa, passando per la Norvegia, sono molti i Paesi che si sono lanciati nel business. Ma nonostante la serrata concorrenza, i Sudafricani sono ancora i più apprezzati: basti pensare che il Sudafrica è il terzo paese al mondo per numero di personale fornito alle compagnie di sicurezza in Iraq (almeno 5 mila uomini). La Aegis Defence Services, erede della Si, ha spuntato un contratto di 290 milioni di dollari per la protezione della Green Line, mentre la Erinys, una compagnia anglo-sudafricana attiva anche nella protezione dei pozzi petroliferi nigeriani, ha ottenuto 80 milioni di dollari per l’addestramento delle nuove forze di sicurezza irachene. E quando finirà la manna mediorientale, nessun problema. In Africa, il lavoro non manca di certo.

Matteo Fagotto

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