Molti dei decessi nella crisi umanitaria sudanese potrebbero essere evitati.
I morti in Darfur fra gli sfollati sono troppi, hanno superato la soglia dell'emergenza
umanitaria: da tre a sei volte oltre le previsioni. Queste le conclusioni dell'indagine
condotta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Ministero della Salute sudanese nelle regioni del Nord e dell'Ovest del
Darfur. Sono invece ancora incompleti i dati per le zone del Sud, dove la raccolta
delle informazioni è stata interrotta a seguito di assalti e furti subito fuori
Nyal (capitale della regione) all'inizio di settembre: quanto raccolto finora
mostra comunque la stessa drammatica situazione.
Sono ormai quasi un milione e mezzo le persone scappate dalle proprie case e
rifugiatesi nei numerosi campi sparsi nella zona del Darfur in Sudan (definite
internally displaced people, in quanto rimaste entro il confine del proprio Paese
e quindi prive dello status di profughi). "I campi profughi che seguiamo sono
più di 130 e il Darfur è grande come la Francia, quindi si tratta di un dispiegamento
logistico enorme. E il numero di rifugiati continua a salire". A parlare è Guido
Sabatinelli, rappresentante dell'OMS in Sudan e attualmente nella capitale Khartoum.
Negli ultimi giorni ci sono stati infatti nuovi afflussi e circa 200.000 persone
che si sono aggiunte alle cifre finora riportate (1.200.000). Oltre a queste non
bisogna poi dimenticare coloro che hanno oltrepassato il confine per rifugiarsi
nel vicino Ciad. I dati dello studio presentato in questi giorni sono stati raccolti
intervistando direttamente gli sfollati. E' stata condotta una ricerca scientifica
coordinata da un epidemiologo, scegliendo un campione rappresentativo della popolazione
degli Internally Displaced People in Darfur" precisa Guido Sabatinelli. Le domande
poste dai ricercatori riguardavano il numero di decessi, le cause principali di
morte (febbre, infezioni respiratorie, diarrea, ferite) e la disponibilità dei
servizi di base e di assistenza sanitaria e non (acqua, cibo, medicine e così
via). In tutto sono stati contattati 3.000 gruppi familiari (1.500 per il Nord
e 1.500 per l'Ovest del Darfur): la mortalità è stata poi calcolata sulla base
della popolazione residente in tali regioni, a partire dai dati forniti dal
World Food Programme.
Un morto al giorno su una popolazione di 10.000 persone è il valore soglia in
genere utilizzato per parlare di crisi umanitaria. In Darfur, secondo i dati presentati
dall'OMS il 14 settembre, siamo di fronte ogni giorno a 1,5 decessi per 10.000
nel Nord e addirittura 2,9 nell'Ovest. "Questa indagine conferma quello che si
sospettava da qualche settimana" afferma Lee Jong-wook, direttore generale dell'OMS.
"I risultati, insieme con altre informazioni raccolte dal nostro gruppo, dicono
che la popolazione del Darfur ha bisogno di maggiore assistenza. Migliaia di persone,
inclusi migliaia di bambini sotto i cinque anni, stanno morendo ogni mese per
malattie che potrebbero essere facilmente prevenute a curate. E' ora di vitale
importanza aumentare e focalizzare meglio la nostra azione".
"La causa principale dei decessi è la diarrea, soprattutto nei bambini, seguita
dalla febbre" continua Sabatinelli. "Sotto ai cinque anni, il 40 per cento delle
morti è per diarrea e il 20 per cento per febbre. Diciamo che l'evento finale
che provoca il decesso sono queste due condizioni, ma c'è sempre la malnutrizione
come causa di fondo. Sono già debilitati: in Darfur, e più in generale nel Sudan,
il 40 per cento dei bambini è malnutrito". Con l'aumento dell'età cambiano le
percentuali, e se la febbre è responsabile sempre del 20 per cento dei decessi,
la diarrea scende al 18 per cento mentre circa il 40 per cento dei morti fra i
15 e i 49 anni è attribuito a ferite e violenze. Nei morti per diarrea, oltre
alla scarsità di cure adeguate, gioca un ruolo fondamentale la mancanza di acqua
pulita. Gli sfollati, nelle loro sistemazioni provvisorie, ma in cui spesso sono
costretti a vivere a lungo, hanno bisogno di acqua sicura, di latrine e di un
sistema fognario adeguato, di banale sapone per garantire livelli minimi di igiene
e di pulizia: già questo potrebbe salvare molte vite umane. Per quanto riguarda
la febbre, probabilmente l'origine è la malaria, ma al momento ci si può basare
solo sul racconto delle famiglie, che riportano la febbre, la diarrea, le infezioni
respiratorie o una morte violenta. Non è dunque possibile una conferma scientifica
di tale origine.
Nella regione vi sono condizioni favorevoli (sovraffollamento, coabitazione in
piccoli spazi, norme igieniche scadenti, malnutrizione e cos" via) alla diffusione
di diverse malattie infettive potenzialmente mortali, ma prevenibili o curabili,
come la poliomielite, le meningiti, il colera, ma anche il morbillo: "Nel giugno
di quest'anno, una campagna di vaccinazione di massa nei confronti di due milioni
di bambini nel Darfur ha portato a una riduzione del numero di nuovi casi e di
morti per il morbillo" racconta Hussein Gezairy, Direttore Regionale dell'Eastern
Mediterranean Region dell'OMS. Un'altra campagna di vaccinazione con lo scopo
di proteggere altri 150.000 bambini tra i 9 mesi e i 15 anni è stata condotta
nelle aree isolate della Nord. Questa iniziativa, a quanto riportato dall'OMS,
è il risultato di una delicata negoziazione avvenuta questa estate fra le Nazioni
Unite e il Movimento di Liberazione Sudanese per poter raggiungere con i vaccini
contro il morbillo e contro la poliomielite i bambini che vivono nelle aree controllate
dal Movimento. Racconta Sabatinelli che anche questa seconda campagna di vaccinazione
contro è stata completata e ora c'è una buona protezione dal morbillo: ci sono
ancora casi, ma non epidemie. "Per la poliomielite invece, sono stati fatti interventi
di emergenza per coprire le zone dove si erano verificati casi di infezione, ma
il 10 ottobre è prevista la campagna nazionale in tutto il Sudan".
Secondo le cifre riportate dall'OMS, in agosto è stato fornito cibo a 900.000
sfollati interni e acqua pulita a 700.000, sono state costruite 30.000 latrine
e rese disponibili 127 strutture sanitarie a vantaggio di 950.000 persone: probabilmente
è questa la strada da continuare a percorrere, basandosi anche su questa indagine.
"Si continua a fare quello che si sta facendo "commenta Sabatinelli a proposito
dei programmi futuri, "a migliorare le condizioni igienico sanitarie, per cui
più acqua potabile, più latrine, più servizi sanitari sia di base sia ospedalieri.
Ci vogliono tempo e soldi. Forse lo studio ha dimostrato numericamente la gravità
del quadro, perché è a tutti chiara la situazione di emergenza, di crisi, una
crisi importante. L'indagine appena conclusa è utile come base per una successiva
valutazione degli interventi che si faranno e naturalmente anche per richiamare
l'attenzione sui donatori, perché la risposta in termini economici da parte dei
donatori è assolutamente insufficiente, nessuno paga. Siamo tutti pronti a criticare
quello che fanno le Nazioni Unite, ma sono in pochi a dare i soldi, a cominciare
dall'Italia".
Valeria Confalonieri