26/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Inflazione al 2000 percento, il Paese è in ginocchio
E’ stata accolta con sgomento, la scorsa settimana, la notizia che in Zimbabwe l’inflazione aveva toccato il 1000 percento. Stipendi polverizzati, una cronica mancanza di cibo, energia e valuta straniera, con lo stato costretto ad aumentare gli stipendi dei dipendenti pubblici del 200 percento per far fronte alla crisi. Ma al peggio non c’è mai limite: secondo gli analisti finanziari, già tra due settimane l’inflazione potrebbe raggiungere il 2000 percento, mentre lo stato è costretto a usare le maniere forti per bloccare le proteste sindacali.
 
Il presidente dello Zimbabwe Robert MugabeSciopero generale. Gli esperti di economia sono tutti d’accordo: la crisi che sta vivendo lo Zimbabwe è la più grave dal 1980, anno in cui salì al potere Robert Mugabe. Strangolata da una politica a dir poco miope portata avanti dalle autorità, e da un embargo (imposto da Unione Europea e Usa) che ha contribuito a peggiorare una situazione già disastrosa, l’economia dello Zimbabwe è ormai al collasso. A gettare benzina sul fuoco, il mancato accordo tra lo Zimbabwe Congress of Trade Unions (l’unione dei sindacati) e il governo per un aumento degli stipendi, di cui hanno beneficiato solo i dipendenti pubblici. Il Zctu è intenzionato a dichiarare lo sciopero generale, paralizzando di fatto il Paese. Ma le autorità di Harare vogliono impedirlo a tutti i costi.
 
Ipotesi Onu. Per prima cosa, è stato bloccato l’accesso al Paese dei leader sindacalisti di Sudafrica e Ghana, che avrebbero dovuto partecipare al congresso delle Trade Unions. Mugabe ha inoltre già fatto sapere che proclamare lo sciopero generale sarebbe come giocare con il fuoco. I periodici tagli di corrente e la penuria di benzina condizionano le attività economiche, e l’inflazione galoppante sta costringendo le autorità a stampare sempre più banconote che in due settimane, se non spese tempestivamente, diventano carta straccia. La situazione è talmente disperata che il presidente sudafricano Thabo Mbeki, nei giorni scorsi, ha ventilato la possibilità di un intervento delle Nazioni Unite per salvare il salvabile.
 
L'operazione MurambatsvinaL’anniversario. Un’ipotesi che ha messo in imbarazzo lo stesso Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, e comunque immediatamente rifiutata dalla presidenza zimbabwana. A peggiorare un quadro già fosco è arrivato, la scorsa settimana, il primo anniversario dell’operazione Murambatsvina, che portò alla demolizione delle baraccopoli attorno alle principali città del Paese. Un provvedimento che causò circa un milione di sfollati, che a dodici mesi di distanza vivono per la maggior parte nei campi provvisori allestiti in fretta e furia dalle autorità. I programmi per la costruzione di nuove abitazioni sono stati avviati, ma vanno a rilento, anche a causa della situazione economica generale. Il governo non ha trovato di meglio da fare che reprimere le manifestazioni di protesta organizzate per l’anniversario a Harare e Bulawayo. Risultato, più di 100 persone arrestate, mentre il livello di tensione nel Paese si alza pericolosamente.
 
Polizia in assetto antisommossa a HarareSenza prospettive. Il problema maggiore è però la mancanza di prospettive per il Paese: un tempo il granaio dell’Africa e ora costretto a importare due terzi del proprio fabbisogno alimentare, lo Zimbabwe ha un tasso di disoccupazione reale che si aggirerebbe attorno all’80 percento, anche se secondo le autorità di Harare sarebbe solo del 10 percento. Il regime di Mugabe continua ad addossare la responsabilità dei propri fallimenti a un complotto portato avanti dalle nazioni occidentali (beninteso, non esenti da colpe). La riforma agraria ha portato al crollo della produzione, tanto che nelle scorse settimane lo stesso Mugabe avrebbe ripreso i contatti con i farmers bianchi per convincerli a fare ritorno nel Paese. Ad Harare, il peggio potrebbe non esser passato.

Matteo Fagotto

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