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In un'affollatissima
aula del tribunale di Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord, il giudice
russo Tamerlan Aguzarov ha emesso questa mattina la sua sentenza conclusiva del
processo sulla strage di Beslan del settembre 2004. L’unico imputato, il
manovale ceceno venticinquenne Nurpashi Kulayev – il solo superstite del
commando terrorista di 32 uomini che prese in ostaggio un migliaio di persone
alla scuola n. 1 – è stato condannato alla pena di morte, convertita in
ergastolo per la moratoria in vigore nella Federazione Russa. Subito dopo la
proclamazione del verdetto, gli agenti hanno portato via Kulayev dalla gabbia
di vetro in cui il giovane ha assistito all’udienza finale, mentre i parenti
delle vittime presenti in aula si gettavano contro le pareti della gabbia,
tempestandola di pugni.
Un capro
espiatorio. Ma, al di là
dello sfogo momentaneo, i parenti delle 330 vittime, in maggioranza bambini,
della tragedia di Beslan sanno bene che Kulayev è solo il capro espiatorio in
una vicenda che, dopo la sentenza di oggi, sembra destinata a non vedere mai
puniti i veri responsabili di quel massacro, generato ovviamente dalla follia
terrorista,
ma perpetrato grazie alla connivenza della corrotta polizia locale, che
consentì al commando terrorista di arrivare indisturbato a Beslan, e grazie al
fondamentale contributo della follia militarista delle forze armate russe che,
su ordine diretto del Cremlino, compirono contro quella scuola stipata di
bambini non un blitz volto a salvare gli ostaggi ma una vera e propria azione
di guerra condotta all’unico scopo di annientare il nemico, senza badare agli
“effetti collaterali”.
Il primo colpo. Le testimonianze dei sopravvissuti, mai
prese in considerazione dalla autorità russe, hanno fatto emergere gran parte
di quella verità che il Cremlino ha sempre voluto nascondere: a sparare il
primo colpo non furono i terroristi ma qualcuno da fuori e, soprattutto, a
causare il crollo del tetto della palestra – in cui rimasero uccisi 300 bambini
– non fu una bomba dei terroristi ma le granate incendiarie e i razzi sparati
dalle forze armate russe.
Il crollo del tetto. “Lo scoppio di una delle bombe
piazzate dai terroristi – ci raccontava la piccola Inna Zamaieva, una bambina
sopravvissuta – non fece crollare il tetto della palestra ma scatenò un inferno
di spari”. “I primi colpi”, aveva detto alla Novaya Gazeta Marina
Karkuzashvili, una sopravvissuta, riferendosi alle cannonate sparate dai carri
armati russi T-72 appostati in via Komintern, “danneggiarono i muri e mandarono
in frantumi le vetrate della palestra, uccidendo molti ostaggi che stavano
lungo le pareti. Non si scatenò però nessun incendio e il soffitto rimase
intatto. Prese fuoco solo dopo, quando cominciarono a bombardarlo da fuori: in
un attimo i pannelli di plastica s’incendiarono cadendo sulla gente, che prese
fuoco all’istante. Bruciavano tutti come torce”.Enrico Piovesana