Il Giorno della Libertà di Pensiero e di Espressione nell’università di Teheran.
Scritto per noi da
Narghes Bajoghli
Teheran - Sono le 18,30 di un lunedì sera.
Sono appena tornata dal lavoro, ho preso un tè e sto fissando lo schermo luminoso del computer, mentre una candela al
profumo di miele e vaniglia si consuma di fronte a me. Un meraviglioso album di
musica folkloristica proveniente da Shirazi, acquistato in un recente viaggio
in quella poetica città, mi fa da sottofondo, nella speranza che quelle melodiche
voci femminili mi aiutino ad articolare i suoni, gli odori, le esperienze e le
emozioni di queste ultime settimane.
Sono felice che la mia vita quotidiana stia finalmente recuperando il suo ritmo,
e pian piano mi sento più a casa. I suoni e gli odori che segnano i miei giorni
continuano ad eccitarmi e rinvigorirmi. Man mano che rivolgo la mia attenzione
a ciò che mi circonda, riesco a discernere i singoli decibel che si fondono per
comporre l’armonia della musica di Teheran.
C’è il consolante rumore delle acque che scorrono nei parchi di Teheran, che
gli iraniani continuano a curare con rigore a dispetto del cemento che sta invadendo
la città. Lo smog soffoca il respiro, ma la città è determinata nel cercare di
conservare un po’ di ossigeno: negli alberi ai lati delle strade, nei suoi splendidi
parchi. Anche in questo ambiente urbano, la concezione del giardino persiano non
sembra affatto essere tramontata. Sebbene le strutture di cemento abbiano raggiunto
un’altezza tale da impedire la vista delle stupende montagne di Teheran, il paese
continua a investire febbrilmente nei parchi di ciascuna delle sue città. In questo
ambiente ostile, dove l’acqua è difficile a trovarsi, il parco è testamento dell’amore
iraniano per la natura.
Mentre alle due di notte cammino con i miei cugini nei viottoli, per raggiungere
la mia abitazione dopo una festa, un meraviglioso profumo risveglia il mio silenzio
e reclama la mia attenzione. Il camion dell’acqua è appena passato sulla strada
e ha innaffiato tutti gli alberi. Questi ‘creatori’ di essenze, travestiti da
lavoratori notturni, diffondono la loro benedizione sui residenti come un dolce
sonnifero, mix di albero e polvere, e l’aria notturna fa sognare le persone in
questo aroma magico, per risvegliarli al mattino con un vigore nuovo. E’ il profumo
di una città addormentata e serenamente preparata a sopportare il peso della notte,
la gestazione che darà alla luce il giorno. Mentre il profumo inebria i miei passi,
i ‘creatori’ di essenze salgono verso altri quartieri, regalando a tutti questo
dono, come tanti Babbo Natale.
La manifestazione. Un lunedì di due settimane fa, nell’università di Teheran, era il Giorno della
Libertà di Pensiero e di Espressione. Segnava l’anniversario dell’incarcerazione
del professor Hashem Aghajari, uno storico che due anni fa tenne un corso in cui
esortava gli iraniani a “non comportarsi come scimmie” nelle loro pratiche religiose
(ovvero a non seguire i dettami del governo), ma a cercare la religione in forma
individuale. Aghajari venne messo in prigione, e poco dopo condannato a morte,
una decisione che scatenò la protesta degli studenti, nel dicembre 2002. Successivamente,
grazie alla popolarità seguita al suo arresto, Aghajari venne rilasciato dal leader
supremo del paese.
Così in questa giornata l’Associazione degli studenti islamici, un prominente
gruppo studentesco universitario che sostiene il movimento riformista, ha invitato
Aghajari a fare lezione alla facoltà di Ingegneria. Non è stato solo il giorno
in cui Aghajari tornava a far lezione all’università per la prima volta dopo il
suo rilascio, ma tale data ha anche coinciso con il recente attacco, per mano
di alcuni irriducibili, contro il Rettore dell’Università di Scienze e Tecnologia.
Gli studenti, infuriati per il recente attacco all’università, erano pronti a
fare della lezione di Aghajari la manifestazione del loro rifiuto di piegarsi
alle pressioni dei conservatori.
C’era un grande dispiegamento di forze di sicurezza, e io mi stavo incamminando
verso un Auditorium rumoroso e affollato. L’energia nell’aula era soverchiante,
mentre gli studenti cantavano canzoni rivoluzionarie e tenevano il tempo battendo
le mani. L’aria era pervasa da un sentimento forte, un senso di urgenza, di paura,
di sfida. Ciascuno era a conoscenza della possibilità che gli irriducibili avrebbero
potuto sciogliere il meeting, ma questo aumentava la risolutezza degli studenti.
Quando ho raggiunto l’Auditorium, non c’era più un solo posto libero, così ho
dovuto stringermi sulle scale laterali, finché non ho trovato un piccolo spazio,
largo alcuni centimetri, in cui infilarmi a sedere, assieme a centinaia di altri
studenti che bloccavano le scale. Come al solito, l’evento cominciò molto più
tardi di quanto annunciato, ma gli studenti non davano tregua all’attesa, gli
altoparlanti diffondevano nuove canzoni rivoluzionarie che ciascuno subito seguiva
cantando e battendo le mani a tempo.
Prima che Aghajari arrivasse sul palco, numerosi leader delle varie fazioni dell’Associazione
degli studenti islamici si sono succeduti al microfono, con discorsi sorprendenti.
Tutti parlavano della necessità di riforme drastiche nel Paese, ma non era esattamente
ciò che dicevano ad essere sorprendente, quanto le parole usate, e la forma in
cui si esprimevano: tutto comunicava un’urgenza, un bisogno di gridare: “Quel
che è troppo è troppo”. A ciascun oratore, eccetto uno, mentre guadagnava il palco,
tremavano le mani e indugiava la voce, e sapeva che ogni discorso sarebbe stato
una mossa rischiosa, visto l’attuale clima che si respira durante il regime da
quando i conservatori hanno ripreso il potere. Ma non appena cominciava a parlare
e ad ammonire il governo, l’erompere di applausi da parte dei suoi compagni lo
rassicurava, e nel suo intervento l’incertezza scemava e cresceva la fiducia.
Questi giovani oratori gridavano al governo la bugia che era la Repubblica Islamica,
che non era né una repubblica, né tantomeno islamica. Ciascuno denunciava l’attacco
al Rettore dell’Università di Scienza e Tecnologia, e che il regime aveva trasformato
le università in prigioni e le prigioni in università. Mettevano in guardia contro
il ritorno al potere dei conservatori ed esortavano gli studenti a continuare
la loro battaglia.
Il professore. Poco dopo, Aghajari ha cominciato a parlare. Ha cercato di dare un’interpretazione
del Corano dimostrando che la lettura che ne dà il regime è sbagliata, e che l’Islam
riconosce la libertà di pensiero e di espressione.
Man mano che il suo discorso prendeva forma e si sviluppava, per poi terminare
due ore dopo, non potevo fare a meno di pensare che Aghajari è solo il tassello
di un mosaico, e sarà solo quando gli studenti di questo auditorium prenderanno
il potere, nell’inevitabile successione generazionale, sarà solo allora che la
politica iraniana verrà davvero riformata.
Gli interventi degli studenti non erano minimamente paragonabili a quello del
professore arrestato. Il discorso di Aghajari era stato cauto e limitato; i suoi
predecessori erano fieri e inflessibili. In parte ciò era forse dovuto alle energie
e all’idealismo dei giovani, ma per lo più è il contesto delle rivendicazioni,
diverso in questa generazione, nei figli della Repubblica Islamica, che alla fine
riformerà, se non addirittura spezzerà, questo sistema.
Mentre osservavo le scene che si susseguivano di fronte ai miei occhi, non potevo
evitare di pensare che chi batteva le mani con più forza, con più energia, erano
le ragazze che indossavano lo chador (e che erano in minoranza tra le studentesse, che solitamente vanno all’università
con i ‘maghnameh’ o, in misura sempre maggiore, con larghi ‘roosari’). Questo
fatto ha riconfermato la mia opinione circa il pericolo di osservare l’Iran con
gli occhi chiusi, o solo mezzi aperti, senza comprendere le complessità di questa
società. A molti, queste studentesse vestite col chador comunicano oppressione,
silenzio, arretratezza. Ma, una volta che cominciano a parlare, le loro richieste
di riforme si levano più potenti di quelle di ogni altro gruppo. Di rado le apparenze
sono uno specchio dell’anima, o della mente, in special modo in questa società.

Per questo motivo mi sono trovata a discutere con una troupe televisiva italiana che la scorsa settimana era venuta all’università
per registrare un documentario sull’Iran contemporaneo.
Hanno partecipato alla lezione sul ‘Pensiero politico islamico’ tenuta da un
religioso intelligente e riformista. L’operatore di ripresa si è messo la telecamera
sulla spalla e ha cominciato a riprendere in modo automatico. Mi sono chiesta se fosse a conoscenza
del peso e della responsabilità di quel potente strumento di comunicazione che
sembrava maneggiare con tanta sicurezza. Capiva la responsabilità di dover raccontare a un pubblico occidentale uno dei paesi peggio
rappresentati al mondo? Specialmente in questo clima politico, in questo particolare
momento?
No, secondo me no. Si muoveva agilmente per la classe, puntando il suo obiettivo
ovunque ritenesse opportuno, spezzando il ritmo della lezione. Più si muoveva,
più io mi agitavo. Inquadrava continuamente il professore, senza comprendere una
parola della sua complessa e intelligente lezione sulla filosofia islamica. Tutto
ciò che gli importava riprendere era che le lezioni all’università le tengono
i religiosi (una rappresentazione errata, perché questo professore è l’unico,
insieme a un altro, che insegna nella nostra facoltà). Continuava a muoversi nella
classe ma filmava solo ragazze con lo chador e giovani con la barba, entrambi
gruppi in minoranza nella nostra affollata aula. Non gli importava riprendere
gli altri studenti, che non avevano né barbe né chador. Non gli importava la maggioranza,
dato che il suo unico interesse era mostrare le immagini che il mondo occidentale
solitamente associa all’Iran: donne coperte dallo chador e uomini barbuti. Non
gli importava neppure parlare con uno degli studenti che, usati come marionette,
avrebbero appagato l’aspettativa del suo pubblico, equivoca e parziale. Non ho
potuto evitare una discussione con lui e gli altri della troupe, esprimendogli
quanto consideravo scorretto il suo essere così selettivo nella scelta di ignorare
la sfaccettata società iraniana, perpetuando invece stereotipi per un pubblico
disinformato.
Spero che queste persone scelgano di rappresentare lo staff del quotidiano ‘Sharq’,
per esempio (oggi una delle testate iraniane più popolari e riformiste), che ho
visitato oggi.
Questo giornale di larghe vedute è prodotto da una squadra di giovani giornalisti,
quasi tutti sotto i trentacinque anni, impegnati a fornire un giornalismo critico
e a camminare sul sottile filo della politica in Iran. Perché questo paese, a
dispetto delle sfide che propone la sua società, è in costante movimento, un movimento
consapevole, che proviene dal suo popolo. Non è la società statica e senza scampo
rappresentata dai media occidentali, o quella che gli espatriati iraniani, con
linguaggio condiscendente, propagandano sulle tv satellitari.
Questo paese non è fatto di individui deboli e inermi che aspettano che noi (gli
Usa, gli esuli iraniani che non hanno più il polso di questa società, il mondo
occidentale o qualsiasi altra entità o nazione che avanza tali protettive intenzioni)
arriviamo a liberarli e li conduciamo sulla retta via.
Questo è un paese in movimento, che lentamente va evolvendosi e definendosi,
venticinque anni dopo la sua Rivoluzione. Non ci sono linee di demarcazione nette
nell’Islam, nella cultura, nella tradizione, non c’è un ‘giusto’ e uno ‘sbagliato’:
è una società complessa, dove gli esseri umani abitano e vivono. Sta diventando
sempre più difficile far passare questo semplice concetto, quando i media occidentali
raffigurano il Medio Oriente o il mondo islamico (come se esistessero entità così
omogenee) come regioni prive di umanità e normalità.
E mentre penso alla vita e all’umanità di questa sorprendente società, dalla
mia finestra entra il suono di una musica spinta fuori a forza da vecchie fisarmoniche
e da violini scordati, suonati da vecchi e ragazzi che vengono dalle innumerevoli
province colorate dell’Iran. Questi musicisti improvvisati viaggiano nelle periferie
di Teheran con i loro concertini ambulanti, suonando musiche folkloristiche nella
speranza che le loro melodie rievochino i bei tempi andati dagli angoli polverosi
della memoria urbanizzata di Teheran, e inducano chi li ascolta alla generosità.
Mentre questa meravigliosa canzone continua, la mia convinzione che dobbiamo abbattere
i giudizi semplicistici imposti dai media e dai governi, specialmente oggi, si
va rafforzando sempre di più.