La polizia iraniana è riuscita a riportare la calma nelle
città a maggioranza azera, gruppo che in Iran rappresenta il 26 percento della
popolazione, dopo 5 giorni di scontri violenti tra migliaia di dimostranti e
agenti delle forze dell’ordine. A Tabriz gli agenti hanno fatto ricorso anche
all’uso di lacrimogeni e alcuni dimostranti sono rimasti feriti.
Ancora vignette. Tutto è cominciato il 19 maggio scorso,
per colpa di una vignetta, pubblicata dal giornale di proprietà statale
Iran.
Il disegno ritraeva un ragazzino che tenta di parlare con uno scarafaggio, ma
non si capiscono. Il giovane parla persiano e l’insetto parla azero.
“Quella vignetta è un insulto a tutto il popolo iraniano che noi non potevamo
tollerare”, ha risposto alle domande dei giornalisti Mustafà Pour Mohammadi, il
ministro degli Interni iraniano, spiegando quindi la decisione di chiudere a
tempo indeterminato la rivista come una punizione per una vignetta razzista che
offende una minoranza e che, secondo il ministro, “incita all’odio razziale e
mette a repentaglio la sicurezza nazionale del Paese, potendo essere foriera di
episodi di violenza”. Il governo iraniano ha sospeso le pubblicazioni del
giornale e il ministro della Cultura iraniano si è scusato pubblicamente in
televisione, annunciando che l’editore e il vignettista saranno puniti
duramente. La beffa è che l’autore della vignetta, Mana Neyestani, è di origine
azera.
Gli azeri, di etnia turca, pur rappresentando una minoranza
numerosa, soffrono per l’atteggiamento di superiorità che i persiani (cioè la
maggioranza degli iraniani) hanno verso la loro lingua e la loro cultura. Ma la
preoccupazione del governo nell’intervenire tempestivamente contro la testata
e
la furiosa reazione degli azeri nelle città dove sono la maggioranza fa
ritenere che non si tratti solo di orgoglio ferito.
Una polveriera. La composizione demografica dell’Iran
è caratterizzata da una accentuata ‘multiculturalità’.
I 70 milioni di cittadini sono di origine persiana solo per il 51 percento, mentre il resto della
popolazione è composto da azeri, curdi, arabi, baluci, turkmeni e altri ancora.
Il governo centrale, il potere politico ed economico e le
strutture militari sono state sempre appannaggio dei persiani, ma le
rivendicazioni delle minoranze erano tenute, più o meno, sotto controllo. La
situazione adesso è cambiata. Hanno cominciato gli arabi, che rappresentano la
maggioranza nella regione del Khuzestan: la tensione con il governo centrale è
andata via via aumentando negli ultimi due anni, e il governo si è trovato ad
affrontare una serie di violenze e attentati che non si erano mai verificati
prima. La regione del Khuzestan è quella più ricca di petrolio dell’intero
Iran. Poi è stato il turno dei curdi, che il 5 gennaio scorso si sono per la
prima volta costituiti in un fronte unito, che rappresenta i diritti di tutti
i
curdi in Iran. Una rappresentanza di un certo peso e che desta qualche
preoccupazione al governo di Teheran, anche perché la sostanziale indipendenza
ottenuta dai curdi iracheni potrebbe rappresentare un modello da imitare per
quelli iraniani. Adesso anche gli azeri scendono in piazza, contrapponendosi
con violenza alla polizia. La posizione del governo iraniano rispetto a questi
focolai di protesta da parte delle minoranze è nota da tempo: dietro le
rivendicazioni e le violenze ci sono gli Stati Uniti e, in seconda battuta, la
Gran Bretagna. Anche in questo caso, come era già successo per le bombe in
Khuzestan, il governo ha attaccato i paesi occidentali, “che seminano discordia
per rovesciare i governo iraniano”, come ha dichiarato Gholamali Haddad Adel,
presidente del Parlamento iraniano.
Quale che sia il motivo delle proteste, il governo di Teheran non può
permettersi altri problemi interni, proprio adesso che ha gli occhi di tutto il
mondo puntati addosso.