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Per un mese intero, Morgan Spurlock è stato il cliente più affezionato dei McDonald’s.
Ha mangiato nei fast food mattina, pranzo e sera: McColazione, McPranzo e McCena
ingurgitando hamburger, patatine, pollo fritto e tracannando milkshake e bevande
gassate a litri. Al ritmo di 5.000 calorie al giorno, ha messo su 12 chili di
peso, il suo colesterolo è salito da 165 a 230 e la pressione è andata alle stelle.
Da questa esperienza il 33enne regista newyorchese ha tratto il suo primo film
Super Size Me (“ingrassami”, un gioco di parole con il nome delle megaporzioni nei fast food)
che, dopo essersi aggiudicato il premio per la migliore regia all’ultimo festival
del cinema indipendente Sundance, è uscito ieri nelle sale statunitensi. E promette
di far parlare molto di sé, non solo nella patria del junk food.
Ed è quello che ha fatto per tutto il mese di febbraio 2003, girando venti città
negli Stati Uniti. Durante la sua discesa negli inferi del cibo-spazzatura, Spurlock
ha intervistato famosi nutrizionisti e alti rappresentanti dell’industria alimentare,
ha visitato scuole dove i fast food hanno soppiantato la mensa e ha cercato di
intervistare – senza successo, dato il loro rifiuto – i dirigenti della McDonald’s
Company. Ovviamente ha documentato anche il peggioramento della sua salute – eccellente
fino a qualche settimana prima – con delle ripetute visite mediche. Scoprendo
che, se per imbarcarsi in questa avventura ci voleva del fegato, dopo un mese
i grassi saturi glielo hanno ben che spappolato.
Nella scia del libro best-seller Fast Food Nation di Eric Schlosser – un j’accuse
tradotto anche in italiano –, le abitudini alimentari degli Stati Uniti tornano
a essere nel mirino, e di nuovo a causa della riflessione di un americano. Ma
c’è anche chi non ci sta a vedere un intero modo di vivere finire sotto accusa.
Come Soso Whaley, una donna statunitense che ha messo in pratica lo scorso mese
di aprile la McDieta provata da Spurlock, ma con l’obiettivo di dimostrare l’opposto:
cioè che il cibo dei fast food, se mangiato con moderazione e magari accompagnandolo
con un po’ di esercizio fisico, non fa assolutamente male. Ma il regista di Super
Size Me non crede che il metodo Whaley sia un buon esempio delle abitudini del
cliente-tipo dei fast food: “Uno che non è parco con le porzioni e soprattutto
non fa nessun tipo di attività fisica. Per di più, la Whaley fa parte del Competitive
Entreprise Institute (CEI), una lobby finanziata dalle corporation dell’alimentazione
e del tabacco. Insomma, ha le sue ragioni”.
L’imputato principale, la McDonald’s Company, ha già fiutato che il vento sta
cambiando. Dopo aver chiuso il bilancio in perdita per la prima volta nella sua
storia, recentemente la società ha rivoluzionato la sua strategia di marketing,
arricchendo l’offerta di insalate ed eliminando dai menu – poche settimane dopo
il successo del film di Spurlock al Sundance – le porzioni “super size”. Le vendite
della catena ne hanno subito beneficiato. Per quello che sembra un feroce scherzo
del destino, il dirigente che ha dato vita a questo nuovo corso, Jim Cantalupo,
è morto per un attacco di cuore a metà aprile.Alessandro Ursic