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Un pezzo da novanta. La strada verso la casa di
Hamad, nel cuore di quella che dovrebbe essere la capitale politica della
Palestina indipendente (essendo la battaglia per Gerusalemme ancora aperta), è
stata spianata da alcuni bulldozer, seguiti da jeep e mezzi dell’esercito. Il
grande dispiegamento di mezzi è giustificato dal fatto che Hamad non è un
nemico come gli altri, per Israele. L’esercito israeliano lo ritiene la mente
di
alcuni degli attentati più gravi degli ultimi anni: attacco al Moment Cafè a
Gerusalemme nel 2002, nel quale morirono 11 persone, quello in
un albergo a Rishion Letzion, nel quale lo stesso anno persero la vita 16 persone,
e, ancora
nel 2002, quello alla Hebrew University di Gerusalemme, nel quale persero la vita
7 persone. Infine Hamad è accusato del doppio attentato del 2003 a Gerusalemme,
uno al Cafè Hillel e uno alla base militare di Tzrifin, nei quali persero la
vita 15 persone. Per questi crimini, come è accaduto in altre occasioni,
l’Autorità Nazionale Palestinese aveva imprigionato Hamad nel 1998, con
l’accusa di attività anti – israeliane, ma durante la Seconda Intifada, nel
2002, era stato rilasciato. Adesso viveva a 200 metri dalla casa di Abu Mazen.
Scontri fratricidi. Questa circostanza fa riflettere.
Pare difficile che le forze armate israeliane si potessero spingere a tanto, in
una zona di Ramallah, senza anche solo minimamente informare Mazen di quello
che stavano per fare. Basti pensare all’omicidio mirato di Mohammed Dahduh, esponente
della Jihad
Islamica a Gaza City, il 21 maggio scorso: per colpire l’auto sulla quale
viaggiava il ricercato, l’esercito israeliano non si è fatto scrupolo di sparare
un missile in mezzo al traffico, uccidendo una famiglia intera di civili
innocenti. Questi sono i metodi tradizionali per colpire gli attivisti
palestinesi, ed è piuttosto strana un’azione nel cuore di Ramallah, per quanto
in forze. In realtà le cose potrebbero essere spiegate da un fattore sempre più
evidente in questi giorni: gli scontri tra i miliziani di Hamas e quelli del
Fatah, fedeli ad Abu Mazen, sono all’ordine del giorno. L’ultimo episodio,
costato la vita a un’autista del corpo diplomatico giordano e il ferimento di
11 persone, è stato lo scontro a fuoco per le vie di Gaza di ieri. La tensione
tra le milizie, ormai diventate due forze di sicurezza dell’Anp contrapposte,
è
sempre più duro e a Ramallah è più forte il Fatah. Se non ha avallato
l’operazione per arrestare Hamad, non l’ha certo impedita.
Resa dei conti.
La tensione tra Hamas e il
Fatah comincia a preoccupare molto anche l’Egitto. Il ritiro delle
truppe
israeliane dalla Striscia di Gaza ha lasciato un vuoto che il governo
del Cairo
vuole riempire il prima possibile, in particolare prima che ne risulti
destabilizzato a sua volta come paese confinante con Gaza. Ma in
particolare
l’Egitto preme per tornare ad avere quell’influenza che ha sempre avuto
sulla
Striscia. Ieri dal Cairo è partito un monito ai combattenti, che
invitava le
parti a un confronto per evitare una degenerazione irrimediabile della
situazione che avrebbe ‘costretto’ l’Egitto a intervenire con i suoi
militari.
Quasi nello stesso momento, dal ministero degli Interni egiziano
facevano
sapere che le indagini per gli attentati di Dahab dello scorso 24
aprile in
Egitto, nei quali persero la vita 20 persone, portano a ritenere che i
tre
attentatori suicidi egiziani furono addestrati a Gaza. Il nome di Hamas
non è
stato fatto direttamente, ma il destinatario del messaggio è chiaro.
Dopo la
vittoria delle elezioni del gennaio scorso, Hamas è sempre più isolata.
Il taglio degli aiuti umanitari da parte degli Stati Uniti e
dell’Unione
Europea, che continuano a ritenere solo Abu Mazen un interlocutore
credibile,
ha messo in crisi le finanze palestinesi e la rabbia e la disperazione
della
popolazione civile monta a vista d’occhio. Sembra che gli stessi uomini
del
Fatah, per le strade o nelle cancellerie delle potenze occidentali,
stiano
facendo di tutto per mettere Hamas in un angolo, anche perchè il tempo
stringe e il premier israeliano Olmert volerà a Washington per
presentare il ritiro unilaterale dalla Cisgiordania. Staremo a vedere,
ma certo per
i ragazzi palestinesi non è un bell’esempio di quella democrazia tanto
pubblicizzata, visto che, con tutte le riserve che ciascuno ha il diritto
di
avere, Hamas ha vinto le elezioni.Christian Elia