23/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Licenziata perché ha violato una regola: le foto dei caduti Usa devono restare invisibili
La foto che è costata il licenziamento a Tami SilicioPer oltre un anno, Tami Silicio ha lavorato 12 ore di notte all’aeroporto internazionale del Kuwait. Si occupava dei rifornimenti alle truppe statunitensi in Iraq, del carico-scarico. Ma dallo scalo del piccolo emirato partono anche gli aerei che riportano in patria i soldati Usa uccisi. Così, una sera di qualche settimana fa la donna ha scattato una foto della fila di bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce, e imbarcate su un cargo. Ha dato al Seattle Times il permesso di pubblicarla, senza chiedere nessun compenso. E ora, tre giorni dopo che l’immagine è apparsa sul quotidiano, Tami è stata licenziata dalla compagnia per cui lavorava. Il motivo: ha infranto le regole stabilite da Washington già in occasione della prima guerra del Golfo. Cioè, che le foto di statunitensi morti devono rimanere segrete.
 
“Mi sento come se mi avessero colpito al petto con una spranga, togliendomi il fiato – ha spiegato la Silicio, 50 anni, al Seattle Times –. Devo ammettere che mi piaceva il mio lavoro, mi piaceva quello che facevo”. Dice che non aveva la minima intenzione di finire al centro dell’attenzione, e sperava che far circolare la foto avrebbe aiutato le famiglie dei soldati caduti a capire la cura e la devozione che lei e altri dedicano al compito di spedire le salme a casa. Sarà anche servito, ma intanto lei ha perso il posto di lavoro. E con lei anche David Landry, un collega che recentemente è diventato suo marito.
 
Tami SilicioWilliam Silva, presidente della Maytag Aircraft – la compagnia cui l’amministrazione Usa ha dato l’appalto per le operazioni di terra all’aeroporto kuwaitiano – ha detto che la decisione di licenziare Tami e David è stata presa dai vertici aziendali. “Erano buoni lavoratori, ci è dispiaciuto lasciarli andare”. Ma ha anche aggiunto che il Pentagono ha espresso “preoccupazioni molto specifiche” riguardo le loro azioni.
 
Non si saprà mai se la scelta di licenziare due dipendenti potenzialmente scomodi sia stata davvero fatta esclusivamente dalla Maytag Aircraft. E anche se le cose sono andate veramente così, è un fatto che anche in questa guerra, come in quella del 1991, Washington fa di tutto per mettere il bavaglio alle immagini che possono scioccare il pubblico statunitense. Quelle riguardanti le bare dei propri soldati fanno parte di questa categoria.
 
Il motivo ufficiale è che la loro pubblicazione viola la privacy degli amici e delle famiglie dei caduti. “Non permettiamo nessuna copertura dei media finché le casse non raggiungono la loro destinazione finale”, dice Cynthia Colin, una portavoce del dipartimento della Difesa. Ma il ragionamento che sta dietro a questa logica è più ampio. I vertici militari statunitensi non dimenticano la lezione del Vietnam, quando la pubblicazione di cruente foto di civili feriti dalle bombe e di soldati morti influenzò profondamente l’opinione pubblica, rendendola sempre più contraria alla guerra.
 
La musica cambiò nella guerra del 1991: ai giornalisti presenti in Iraq veniva chiesto di sottoscrivere una dichiarazione nella quale si impegnavano a non pubblicare informazioni e immagini senza il controllo dei militari. Fotografie e filmati venivano filtrati dall’esercito, per dare al pubblico una versione anestetizzata del conflitto. E nel marzo 2003, pochi giorni prima che le bombe cominciassero a cadere su Baghdad, l’amministrazione di George W. Bush rinnovò il divieto.
 
Alcune bare dei caduti statunitensi in Iraq“L’immagine di un americano morto, specialmente quella di un soldato, è probabilmente la più potente immagine di guerra per gli americani”, dice David Perlmutter, un professore della Louisiana State University. “Ci colpisce subito, perché odiamo vederla ma ci rendiamo conto che forse abbiamo bisogno di vederla”.
 
In ogni guerra, il “fronte interno” è estremamente importante. La percezione del conflitto da parte dei cittadini cambia con le epoche storiche e con l’importanza di quello che c’è in gioco. Nella seconda guerra mondiale gli Stati Uniti persero oltre 291.000 uomini, nel Vietnam più di 50.000. Eppure la prima è stata considerata un trionfo, la seconda una sconfitta umiliante.
 
Nella guerra contro il nazifascismo, la censura delle fotografie funzionava pressappoco come oggi. “Si pensava che il pubblico non avrebbe voluto vedere, e che la pubblicazione di immagini cruente avrebbe minato lo sforzo militare – continua Perlmutter –. L’invasione della Normandia fu un successo, ma come l’avremmo considerata se avessimo visto le foto di tutti quei soldati americani morti sulle spiagge?”.
 
La risposta si può immaginare. Per Tami Silicio e suo marito, comunque, cambia poco. Hanno avuto la colpa di mostrare al mondo quello che loro vedono ogni giorno, decine di soldati caduti in una guerra ufficialmente data per finita.
 
Alessandro Ursic
Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Stati Uniti