Licenziata perché ha violato una regola: le foto dei caduti Usa devono restare invisibili

Per oltre un anno, Tami Silicio ha lavorato 12 ore di notte all’aeroporto internazionale
del Kuwait. Si occupava dei rifornimenti alle truppe statunitensi in Iraq, del
carico-scarico. Ma dallo scalo del piccolo emirato partono anche gli aerei che
riportano in patria i soldati Usa uccisi. Così, una sera di qualche settimana
fa la donna ha scattato una foto della fila di bare avvolte nella bandiera a stelle
e strisce, e imbarcate su un cargo. Ha dato al Seattle Times il permesso di pubblicarla,
senza chiedere nessun compenso. E ora, tre giorni dopo che l’immagine è apparsa
sul quotidiano, Tami è stata licenziata dalla compagnia per cui lavorava. Il motivo:
ha infranto le regole stabilite da Washington già in occasione della prima guerra
del Golfo. Cioè, che le foto di statunitensi morti devono rimanere segrete.
“Mi sento come se mi avessero colpito al petto con una spranga, togliendomi il
fiato – ha spiegato la Silicio, 50 anni, al Seattle Times –. Devo ammettere che
mi piaceva il mio lavoro, mi piaceva quello che facevo”. Dice che non aveva la
minima intenzione di finire al centro dell’attenzione, e sperava che far circolare
la foto avrebbe aiutato le famiglie dei soldati caduti a capire la cura e la devozione
che lei e altri dedicano al compito di spedire le salme a casa. Sarà anche servito,
ma intanto lei ha perso il posto di lavoro. E con lei anche David Landry, un collega
che recentemente è diventato suo marito.

William Silva, presidente della Maytag Aircraft – la compagnia cui l’amministrazione
Usa ha dato l’appalto per le operazioni di terra all’aeroporto kuwaitiano – ha
detto che la decisione di licenziare Tami e David è stata presa dai vertici aziendali.
“Erano buoni lavoratori, ci è dispiaciuto lasciarli andare”. Ma ha anche aggiunto
che il Pentagono ha espresso “preoccupazioni molto specifiche” riguardo le loro
azioni.
Non si saprà mai se la scelta di licenziare due dipendenti potenzialmente scomodi
sia stata davvero fatta esclusivamente dalla Maytag Aircraft. E anche se le cose
sono andate veramente così, è un fatto che anche in questa guerra, come in quella
del 1991, Washington fa di tutto per mettere il bavaglio alle immagini che possono
scioccare il pubblico statunitense. Quelle riguardanti le bare dei propri soldati
fanno parte di questa categoria.
Il motivo ufficiale è che la loro pubblicazione viola la privacy degli amici
e delle famiglie dei caduti. “Non permettiamo nessuna copertura dei media finché
le casse non raggiungono la loro destinazione finale”, dice Cynthia Colin, una
portavoce del dipartimento della Difesa. Ma il ragionamento che sta dietro a questa
logica è più ampio. I vertici militari statunitensi non dimenticano la lezione
del Vietnam, quando la pubblicazione di cruente foto di civili feriti dalle bombe
e di soldati morti influenzò profondamente l’opinione pubblica, rendendola sempre
più contraria alla guerra.
La musica cambiò nella guerra del 1991: ai giornalisti presenti in Iraq veniva
chiesto di sottoscrivere una dichiarazione nella quale si impegnavano a non pubblicare
informazioni e immagini senza il controllo dei militari. Fotografie e filmati
venivano filtrati dall’esercito, per dare al pubblico una versione anestetizzata
del conflitto. E nel marzo 2003, pochi giorni prima che le bombe cominciassero
a cadere su Baghdad, l’amministrazione di George W. Bush rinnovò il divieto.

“L’immagine di un americano morto, specialmente quella di un soldato, è probabilmente
la più potente immagine di guerra per gli americani”, dice David Perlmutter, un
professore della Louisiana State University. “Ci colpisce subito, perché odiamo
vederla ma ci rendiamo conto che forse abbiamo bisogno di vederla”.
In ogni guerra, il “fronte interno” è estremamente importante. La percezione
del conflitto da parte dei cittadini cambia con le epoche storiche e con l’importanza
di quello che c’è in gioco. Nella seconda guerra mondiale gli Stati Uniti persero
oltre 291.000 uomini, nel Vietnam più di 50.000. Eppure la prima è stata considerata
un trionfo, la seconda una sconfitta umiliante.
Nella guerra contro il nazifascismo, la censura delle fotografie funzionava pressappoco
come oggi. “Si pensava che il pubblico non avrebbe voluto vedere, e che la pubblicazione
di immagini cruente avrebbe minato lo sforzo militare – continua Perlmutter –.
L’invasione della Normandia fu un successo, ma come l’avremmo considerata se avessimo
visto le foto di tutti quei soldati americani morti sulle spiagge?”.
La risposta si può immaginare. Per Tami Silicio e suo marito, comunque, cambia
poco. Hanno avuto la colpa di mostrare al mondo quello che loro vedono ogni giorno,
decine di soldati caduti in una guerra ufficialmente data per finita.
Alessandro Ursic