Scritto per noi da
Paolo Pobbiati*
Se dovessimo cercare un’immagine
metaforica per sintetizzare i contenuti più importanti del Rapporto Annuale di
Amnesty International, sarebbe sicuramente quella di un bicchiere riempito a
metà. Nel corso del 2005 ci sono stati importanti sviluppi nel campo della
tutela dei diritti umani che lasciano ben sperare per il futuro, e questa è la
parte di bicchiere che è stato riempito. Tanto, tantissimo rimane da fare per
sanare situazioni inaccettabili, e questa è la parte di un bicchiere
scandalosamente mezzo vuoto.
Una strada a ritroso. Per la prima volta dall’11
settembre 2001 e dalla successiva offensiva nei confronti dei diritti umani, i
protagonisti della cosiddetta “guerra al terrore” si sono visti costretti a
restare sulla difensiva; in più casi, le istituzioni dei paesi i cui governi si
sono distinti nel palese tentativo di erosione del sistema di protezione dei
diritti umani, hanno preso posizioni forti nella direzione opposta; alcuni
organismi internazionali si sono pronunciati in maniera chiara e inequivocabile
così come l’opinione pubblica ha iniziato a mettere in dubbio l’efficacia e
l’impatto delle strategie antiterrorismo.
Nel corso del 2005 abbiamo
assistito a vere e proprie prove di forza fra i governi statunitense e
britannico da un lato e i rispettivi parlamenti e organi giudiziari dall’altro,
i quali si sono posti a difesa dello stato di diritto. Il governo Blair ha
conosciuto le sue prime sconfitte in Parlamento, dopo nove anni, proprio sulla
legislazione antiterrorismo. La Camera dei Lord ha bocciato il progetto di
legge del governo che avrebbe reso ammissibili le prove estorte con la tortura
e altri organi di giustizia britannici hanno dichiarato illegale la detenzione
senza accusa né processo di cittadini stranieri. Queste novità, se da un lato
mostrano quanta strada si sia percorsa a ritroso rispetto a quanto realizzato
nei decenni precedenti, danno anche una chiara indicazione su quanto
l’intervento delle istituzioni e la sensibilizzazione della società civile
possano essere determinanti nel fermare questo processo di smantellamento del
sistema internazionale di protezione dei diritti umani.
Speculare la situazione negli
Stati Uniti, dove il Congresso ha intrapreso un vero e proprio braccio di ferro
con l’amministrazione Bush sulla legittimità o meno dell’utilizzo, da parte del
personale americano, di trattamenti crudeli, inumani o degradanti nei confronti
di cittadini stranieri accusati o sospettati di attività terroristiche.
Assenza colpevole. I nomi che sono diventati i
simboli della cancellazione dello stato di diritto li conosciamo bene:
Guantanamo, Abu Ghraib, Bagram. Accanto a questi ve ne sono altri che non
conosciamo, sono quelli che rientrano nella denominazione di “buchi neri”, i
“black sites”, luoghi di detenzione segreta situati presumibilmente in alcuni
paesi dell’Asia Centrale e dell’Europa Orientale.
In questo quadro, l’Europa è stata
colpevolmente assente, rendendosi spesso anche complice di questi abusi. Nel
corso del 2005 è emerso il tema delle “rendition”, i trasferimenti illegali e
al di fuori di ogni controllo giudiziario di persone sospettate di terrorismo,
verso paesi terzi quali Yemen, Arabia Saudita, Egitto, Siria, noti per le
torture che si praticano nelle loro carceri. Difficile credere che a fronte di
ciascuno di questi trasferimenti siano state fornite garanzie riguardanti il
rispetto dei diritti umani da parte di chi ha preso in consegna i detenuti. Su
questo tema emergono omissioni e connivenze anche da parte di numerosi paesi
europei, tra cui l’Italia. Amnesty International ha documentato
più di 1.600
voli organizzati dalla CIA, molti dei quali hanno utilizzato lo spazio aereo e
scali europei, ricorrendo a compagnie aeree private, a volte esistenti solo
sulla carta, in modo da eludere eventuali richieste e controlli sulle
destinazioni e su chi si trovasse a bordo. Impossibile dare cifre precise su
quanti detenuti siano stati trasferiti con queste modalità, ma in base alle
ammissioni di alcuni governi e di funzionari statunitensi si tende a
quantificare il numero di prigionieri “consegnati” in diverse centinaia. Non si
tratta soltanto di trasferimenti illegali: contestualmente alle “rendition” si
apre una vasta gamma di violazioni, come gli arresti arbitrari, la detenzione
a
tempo indeterminato senza accusa né processo, la mancanza di assistenza legale,
la tortura e i maltrattamenti, le condizioni di detenzione inadeguate, la
possibilità di “scomparire” definitivamente.
Qualcosa si muove. Ma proprio la maggiore
consapevolezza che si sta affermando nella comunità internazionale sugli
attacchi ai diritti umani che la cosiddetta “guerra al terrore” sta provocando,
pregiudica sempre di più la credibilità e l’autorevolezza morale di chi questa
“guerra” la sta portando avanti. Qualcosa però si sta muovendo: le indagini del
Consiglio d’Europa e del Parlamento Europeo sul coinvolgimento dei paesi
europei nelle “rendition”, la condanna delle Nazioni Unite alle modalità di
detenzione nel carcere di Guantanamo, e la esplicita richiesta di chiuderlo,
l’emissione di 22 mandati di cattura nei confronti di agenti della CIA
coinvolti nel sequestro, avvenuto a Milano, e nella successiva sparizione di
Abu Omar, evidenziano i dubbi sempre più diffusi sull’impatto delle strategie
antiterrorismo.
Dubbi ci sono anche sulla loro
efficacia: secondo il
rapporto annuale del Dipartimento di Stato Usa sul terrorismo internazionale,
nel 2005 ci sono stati 11.000 attentati terroristici nel mondo, che hanno
causato oltre 14.600 vittime, delle quali 8.300 in Iraq. Oggi il mondo non è certamente
più sicuro dalle minacce di gruppi armati che colpiscono deliberatamente la
popolazione civile in una sequela di attentati che ha insanguinato diversi
paesi. Il fallimento di questa strategia
oggi è forse più evidente nei due paesi che avrebbero dovuto essere i
“laboratori” dell’esportazione della democrazia, l’Iraq, affogato in un vortice
di violenza settaria, e l’Afghanistan, dove povertà, illegalità e insicurezza
hanno continuato ad affliggere le vite di milioni di persone.
Un prezzo alto. I governi, da soli e
collettivamente, hanno paralizzato le istituzioni internazionali, dilapidato risorse pubbliche per perseguire
obiettivi di sicurezza limitati e di corto respiro, sacrificato valori in nome
della “guerra al terrore” e chiuso gli occhi di fronte a violazioni dei diritti
umani su scala massiccia. La conseguenza è che il mondo sta pagando un prezzo
elevato in termini di erosione dei principi fondamentali e di enormi danni
arrecati alla vita e al benessere della società civile; ne è diretta
conseguenza la perdita di autorevolezza della comunità internazionale che si
trova a essere sempre più inefficace nell’affrontare crisi umanitarie. Così
come è avvenuto nel Darfur, dove la flebile azione delle Nazioni Unite e
dell’Unione Africana si sono dimostrate pateticamente inadeguate rispetto a
quanto sarebbe occorso fare, consentendo la prosecuzione delle atrocità nei
confronti della popolazione civile, con altre migliaia di morti e milioni di
persone costrette ad abbandonare le proprie case e i propri villaggi, o in conflitti
sempre più dimenticati come quelli in
Costa D’Avorio,
Cecenia,
Uganda o
Colombia. Contemporaneamente, Israele e i
Territori Occupati sono scomparsi dall’agenda internazionale: un conflitto che
non sembra avere
vincitori, ma solo vittime. Da una parte un popolo che vive costantemente con
la minaccia di attentati indiscriminati, e vede ancora oggi la legittimità del
proprio stato messa in discussione da dichiarazioni vergognose come quelle del
presidente iraniano Ahmadinejad; sul fronte opposto un altro popolo che vede
negati i più elementari diritti, sottoposto ad abusi e umiliazioni, che sta
pagando un prezzo inaccettabile non solo in vite umane ma anche in termini di
qualità della vita e della possibilità di migliorare il proprio futuro. Persone
costrette a vivere nella povertà e nel degrado sociale, ambiente ideale per
coltivare i semi della violenza e dell’odio.
Storie di ordinaria repressione. Oltre a essere uno schiaffo per il
sistema di protezione dei diritti umani, le modalità di gestione della lotta al
terrorismo hanno un “effetto domino” su molti altri paesi, che trovano
legittimazione nella loro opera di “pulizia interna”. Il caso forse più
eclatante e drammatico è quello dell’Uzbekistan: nella notte del
13 maggio 2005
le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla che protestava contro
il governo del presidente Karimov nella città di Andijan, nella valle di
Fergana. Centinaia di persone sono state uccise, centinaia sono state arrestate
e molte altre sono state costrette a fuggire nel vicino Kirghizistan, con il rischio
di venire rimandate indietro. I pochi testimoni oculari che hanno osato sfidare
la “versione ufficiale” su quanto accaduto ad Andijan, sono stati condannati a
lunghe pene detentive.
Accanto a tutte queste ci sono poi
le storie di “ordinaria repressione”, della soppressione del dissenso, della
libertà di espressione, di associazione e di religione, delle minoranze etniche
o linguistiche, dei difensori dei diritti umani, di persone con orientamenti
sessuali non accettati. Nascondendosi dietro la foglia di
fico della lotta al terrorismo o completamente sganciati da essa, molti governi
non esitano a colpire duramente chi minaccia lo status quo, chi chiede
cambiamenti politici o chi semplicemente si colloca al di fuori di canoni
prestabiliti, concepiti dalla società o dallo stato. L’impunità della quale
spesso godono le forze di sicurezza favorisce il ripetersi di abusi e di
violenza, spesso motivati dal pregiudizio di tipo etnico. Sempre più spesso nel
mondo, una
persona viene presa di mira per la sua identità, per ciò che è e non per ciò
che ha fatto o si sospetta abbia fatto. Questo accade anche in Italia, come
dimostra la sequela di violazioni dei diritti umani ai danni di migranti e
richiedenti asilo nel nostro paese.
Colpiti i difesori dei diritti umani. Chi denuncia le violazioni dei
diritti umani e chi si batte per la loro tutela, come nel caso dell’
Uzbekistan
o della Colombia (che anche nel 2005 è risultato il paese col maggior numero di
sindacalisti assassinati), subisce la rappresaglia del governo. In Cina la
repressione si caratterizza sempre di più nel colpire i difensori dei diritti
umani: sindacalisti, contadini che protestano per l’esproprio delle loro terre,
per la corruzione o per le tasse troppo pesanti che vengono loro imposte e gli
avvocati che li difendono, diseredati che rimangono esclusi dal miracolo
economico cinese. Ma la vera nuova frontiera della repressione in Cina è
internet. Particolarmente inquietante è la collaborazione che le autorità
cinesi ricevono da aziende occidentali: Yahoo, Google e Microsoft hanno adattato
i loro prodotti al mercato cinese impedendo di accedere a siti non graditi alle
autorità attraverso i loro portali e ai loro motori di ricerca. Eclatante il
caso del giornalista Shi Tao, condannato a 10 anni di reclusione in aprile per
aver diffuso una direttiva del Partito Comunista via e-mail: stando agli atti
processuali, Yahoo avrebbe fornito alle autorità cinesi informazioni sul
possessore dell’account.
Il Rapporto Annuale 2006 presenta
uno scenario pressoché immutato di continue violazioni dei diritti umani
drammaticamente uguale a se stesso da anni. Nelle carceri della Siria,
dell’Iran, di Cuba, del Myanmar, dell’Eritrea, del Sudan, della Corea del Nord,
della Tunisia e di molti altri paesi, si trovano dissidenti, giornalisti,
difensori dei diritti umani, spesso incarcerati solo per aver pacificamente
espresso le loro opinioni, imprigionati con lo scopo di metterli a tacere. Sono
le tante persone alle quali Amnesty dà e continuerà a dare la propria voce, e
per le quali le attività dell’associazione continuano a rappresentare la
speranza.