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Botte da orbi. La scintilla che ha scatenato le
violenze è stata la visita a El Aaiun, la capitale del Sahara Occidentale, di
una commissione delle Nazioni Unite inviata da Kofi Annan per una verifica
della situazione sul territorio. Il corteo voleva sensibilizzare i membri della
commissione Onu al rispetto dei diritti umani dei saharawi e all’organizzazione
del referendum, atteso da 30 anni, per stabilire il destino del Sahara
Occidentale, ex colonia spagnola occupata dal Marocco nel 1975. Il corteo è
stato subito affrontato dalla polizia marocchina (anche se alcuni arresti
‘preventivi’ erano avvenuti il giorno prima), che ha trascinato via alcuni dei
leader saharawi. I dimostranti si sono dispersi in varie zone della città, ma
non sono tornati a casa, cercando di ottenere un incontro con la commissione
Onu che, vista la situazione, si era barricata in albergo. Alla fine alcuni
portavoce dei saharawi sono stati ricevuti, e hanno denunciato che molti agenti
marocchini erano infiltrati nel corteo, con abiti tradizionali saharawi e con
bandiere marocchine, per dare una visione distorta agli ispettori Onu della
situazione.
Clima
d’impunità. In
questo stesso clima è maturata la brutale aggressione della quale è stata
vittima Hayat El Khasmi, la figlia dell’attivista saharawi Aminetou Haidar, che
da anni si batte per la difesa dei diritti del suo popolo. Hayat, poco più di
una bambina, è stata accusata dai dirigenti della scuola Ennahj di El
Aaiun, quella che frequenta, di aver
imbrattato i muri dell’edificio con scritte a favore dell’autodeterminazione
del popolo saharawi. La piccola, accusata davanti a tutti i compagni, è stata
anche malmenata dai dirigenti scolastici. L’unica sua colpa, secondo i
saharawi, è quella di essere figlia di una donna che si batte da sempre contro
l’occupazione marocchina e che per la sua battaglia ha già scontato, in
condizioni disumane, 3 anni e 7 mesi in carcere. Due giorni prima della
punizione che ha colpito la figlia, l’attivista saharawi aveva rilasciato
un’intervista al quotidiano spagnolo El Periodico, nella quale
denunciava la situazione nel Sahara occupato.
Una storia infinita.
Teatro della battaglia tra
dimostranti e polizia e dell’aggressione alla figlia di Aminetou Haidar
è stata la città di El Aaiun, quella che sarebbe la capitale di un
futuro stato saharawi, ma che adesso ospita la famigerata ‘Càrcel
Negra’, il carcere
nero, il penitenziario dove la polizia marocchina rinchiude i
prigionieri
politici saharawi. E sempre a El Aaiun ha sede la Minurso, la missione
Onu per
il Sahara Occidentale, quella che doveva organizzare il referendum per
stabilire il futuro dell’ex colonia. Il progressivo disinteresse delle
Nazioni
Unite, che paiono intenzionate a non rinnovare il mandato della
Minurso, e
quello delle potenze occidentali sembra ormai significare che la
comunità
internazionale dia per acquisita l’annessione della terra dei saharawi
da parte
del Marocco, e tenda a lasciare la situazione così com’è. Allora la
protesta
dei saharawi è riesplosa forte come non mai negli ultimi anni. Ma allo
stesso
tempo si è inasprita sempre più la repressione della polizia
marocchina, che
può contare su una certa impunità, garantita dal disinteresse
dell’opinione
pubblica occidentale verso quello che accade in Sahara Occidentale.
Christian Elia