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“Voglio esprimere a nome mio e del Servicio Paz y Justicia in America Latina la solidarietà e l’appoggio a fronte della barbara aggressione del governo colombiano,
della polizia e dell’esercito contro i rappresentanti indigeni in La María Piendamó,
Territorio di Pace. Inviamo i comunicati in tutto il mondo e reclamiamo che il
governo colombiano ponga fine alla repressione e rispetti il diritto dei popoli
originari. Invio loro il fraterno abbraccio solidale che infonda forza e speranza.
Fraternamente, Pace e Bene”. E’ questo il messaggio che il premio Nobel per la
Pace, Adolfo Pérez Esquivel, ha indirizzato alla popolazione indigena Nasa, aggredita
dalle forze dell’ordine durante una manifestazione pacifica sulla Panamericana,
nei pressi di Popoyan, regione del Cauca.
La testimonianza. “Erano le 2.30 del pomeriggio del 17 maggio – racconta Ligna, una nasa dell’Associazione
Cabildos indigenas del Cauca – quando la polizia ha fatto irruzione nel gruppo
degli organizzatori, intenti a sistemare le ultime questioni organizzative dell’incontro
annuale che stavamo preparando avanti da giorni. Stavamo aspettando la commissione
governativa, era un’occasione importante. Sarebbe dovuta arrivare all'una, poi
hanno posticipato alle 3. Ma al posto loro sono arrivati mille poliziotti delle
forze speciali (Esmad), aggressivi e armati. Alcuni si sono diretti verso i leader
riuniti e molti altri sono entrati nella folla radunata sulla Panamericana. Insieme
agli insulti hanno iniziato a lanciare lacrimogeni da ogni lato. Poi botte, colpi
di manganello. Era il panico. Eravamo 19mila persone. Immaginate che caos. Gente
ferita e ammaccata caricata sulle camionette e portata via chissà dove. Solo a
pochi è toccata un’ambulanza. Poi la tragedia. A terra, senza vita, quattro corpi:
Pedro Escue, 25 anni, con un foro di pallottola nel polmone, un altro uomo adulto
di cui non si conoscono ancora le generalità e due bambini. Capite? Avevano meno
di cinque anni. Erano lì coi loro genitori, gli amici, altre centinaia di piccolini
festanti e sorridenti. Un attimo e la festa è finita. C’erano donne, bambini e
anziani che gridavano e fuggivano, nascondendosi dove capitava. Quasi tutti sono
stati colpiti dai lacrimogeni”, Ligna è arrabbiata. Incredula. Il suo popolo da
sempre lotta per essere rispettato, ma ha scelto di dire no ad armi e arroganza
per abbracciare non violenza e dialogo. Episodi del genere, dunque, lasciano disperazione
e incredulità. “Hanno distrutto l’ambulatorio medico di La María, rubando le medicine,
bruciando le valigette dei dottori. Hanno preso persino il denaro dalla cassa
e lo hanno bruciato”. Poi è toccato alle case del paese, appollaiato sulla Panamericana.
Materassi, tende, computer, dvd, televisori. E poi la cucina collettiva, i dormitori,
le sedie, i tavoli, gli utensili, i bagni , le motociclette e un camper. Tutto,
hanno fatto tutto in mille pezzi, “anche le proprietà della guardia indigena –
incalza Ligna – bruciate con accurata precisione. Hanno distrutto tutto quello
che incontravano nella loro folle incursione”.
La denuncia. “Per il momento si è tentato di stabilire una comunicazione con il governo del
Cauca e con la commissione capeggiata dal ministro Sabas Pretelt de la Vega –
spiegano dal Consiglio regionale indigeno del Cauca - che non sono venuti all’appuntamento,
hanno autorizzato questa aggressione e poi se ne sono lavate le mani dicendo di
aver obbedito a ordini dall’alto. Denunciamo che il governatore del Cauca, Juan
Jose Chaux Mosquera e il governo del presidente Uribe sono i diretti responsabili
della morte di quattro persone e del ferimento di altre 50. Vogliamo chiarire
che se continueremo a essere governati da gente che ha una tale capacità di violare
i diritti umani, non si potrà che aspettarci che i massacri continuino”.
Gli ultimi colpi. Tutto questo mentre il presidente Uribe è impegnato a chiudere la campagna elettorale
con feste, balli e whiskisito, organizzate in suo onore negli ultimi giorni di campagna elettorale. Niente
sembra turbare la sua convinzione di stravincere e restare per altri 4 anni a
Palazo Nariño, nonostante la sua vittoria non sembri così assoluta. Il candidato
più temuto è ora Carlos Gaviria. Ex magistrato della Corte Costituzionale, professore
universitario, intellettuale rispettato, sta riscuotendo la simpatia della parte
più umile e oppressa della società. Chi è stanco della guerra e della prepotenza,
della corruzione e delle bugie sembra che voterà Gaviria, il politico per il quale
si è espresso anche lo scrittore e premio Nobel per la Letteratura Josè Saramago,
sostenendolo in una lettera aperta: “Se fossi colombiano voteri Gaviria”. E domenica,
in plaza Bolivar, cuore di Bogotá, dopo aver pubblicamente condannato i fatti
di La Maria, il candidato del Polo Democratico ha imposto un minuto di silenzio
alla folla accorsa per ascoltarlo: un segno di lutto e solidarietà per le vittime
Nasa uccise dalla polizia. Stella Spinelli