24/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Quattro nazioni del centro America si uniscono alle proteste messicane contro l’ampliamento del muro.
 
La decisione del senato statunitense di ampliare in modo considerevole il muro fra Messico e Stati Uniti rischia di diventare un caso “continentale”.
Fino a ora, oltre al ministro degli Esteri messicano, Derbez, non si erano sentite voci di disappunto, o a favore, sulla bozza di legge migratoria Usa da altri stati del centro o del sud America, interessati da decenni a arginare l’emigrazione dei loro cittadini.
 
Border Patrol alla frontiera Usa-MessicoOltre la barriera. L’eco internazionale della risoluzione del senato Usa (comunque ancora non definitiva) ripresa da tutte le agenzie di stampa mondiali, unita alle proteste formali messicane, ha però di recente provocato un sobbalzo d’orgoglio ai cancellieri dei quattro stati centroamericani (Costa Rica, Honduras, Guatemala e Nicaragua) che si sono uniti alle proteste messicane.
Per primo, sul finire della settimana passata, ha abbozzato un cenno di protesta il cancelliere guatemalteco, Jorge Briz, che ha fatto sapere che tutti i Paesi dell’intesa Mesoamericana dovrebbero, secondo lui, unirsi alla protesta del Messico.
Anche Norman Caldera, cancelliere del Nicaragua, si è unito alle parole del collega guatemalteco, facendo sapere che prossimamente il suo Paese “invierà una lettera di protesta agli Usa simile a quella già mandata dal ministro messicano Derbez”.
Che le barriere non siano d’aiuto alla soluzione del problema dell’immigrazione è risaputo. Come è risaputo che il presidente messicano Fox sia molto vicino alla politica dell’amministrazione di George W. Bush. Forse proprio per questo si era fatta attendere la reazione presidenziale messicana alla decisione del Senato Usa, il silenzio di Fox sembrava alquanto imbarazzante. Ma non è stato così. Fox ha voluto, in una nota, trovare gli aspetti positivi di tutta questa vicenda (che appassionerà la politica dell’area ancora per lungo tempo), definendo “straordinario” l’emendamento del Senato Usa (i votanti favorevoli sono stati 56 e i contrari 43) che stabilisce che un immigrato clandestino da quattro anni in territorio statunitense possa regolarizzare la sua posizione.
 
La frontiera da parte messicanaDati. Valdete Wileman, direttrice del Comitè de Atencion del Migrante Retornado (con sede in Honduras) ha fatto sapere che “con questa militarizzazione delle frontiere arriveremo ad avere più violazioni dei diritti umani e in particolare di quelli degli emigranti. Ci saranno molti più morti. La situazione potrebbe presto degenerare e arrivare ad assomigliare in modo impressionante alla guerra in Iraq”. Infatti, molti dei seimila uomini che nei prossimi mesi andranno a pattugliare la frontiera meridionale Usa provengono dalle missioni in Iraq e Afghanistan, e sono abituati  a utilizzare metodi poco ortodossi. La preoccupazione di molti analisti dell’area è che la poca esperienza da parte dei soldati a trattare con i clandestini possa sfociare in atti di violenza gratuita.
 
Immigrati honduregni rimpatriati a casaAlcuni dati.  La situazione immigrazione è sempre tragica, soprattutto in centro e sud America. E' notizia di questi giorni che un camion su cui viaggiavano 138 clandestini centroamericani, provenienti da El Salvador, Nicaragua, Costa Rica e Honduras, è stato fermato in Chiapas (regione meridionale del Messico e passaggio obbligato per quelle persone che vogliono trasferirsi negli Stati Uniti) dove stava percorrendo la strada per arrivare al confine nord del Messico, quello con gli Usa. Dietro decine di casse di papaia gli agenti di frontiera hanno scoperto la presenza dei cittadini centroamericani. Nessuno di loro possedeva documenti. Tutti sono stati rimpatriati. Ma questo è solo uno dei tanti avvenimenti che quotidianamente mettono al centro dell'attenzione l'immigrazione. Un altro dato importante che arriva dall’Honduras è che quest’anno sono stati almeno 60 gli honduregni che hanno perso la vita sulla strada per gli Usa, inseguendo il sogno americano. Il bollettino, però, è molto più pesante. Sono stati almeno 15 i feriti gravi e a quattro persone sono stati amputati gli arti inferiori in seguito a ferite.  Nel 2005 il tragico bollettino di questa tristissima vicenda era stato molto più pesante: 160 morti.
Nel frattempo sono ripresi i lavori del Senato Usa sulla riforma dell’immigrazione. Secondo quanto si apprende, lo scopo è raggiungere entro la fine di questa settimana un accordo sulla bozza legislativa da presentare alla camera. Intanto il presidente Bush ha fatto sapere di ritenere di aver “fatto un buon lavoro” in tema di riforma migratoria.
 
 

Alessandro Grandi

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