23/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Sulle accuse all’ex-presidente ciadiano, l’Onu chiede al Senegal di agire. Entro 90 giorni
Dopo più di 15 anni, la vicenda di Hissène Habré potrebbe essere vicina a una svolta decisiva. Il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ha infatti chiesto al Senegal di pronunciarsi sulla richiesta di estradizione, presentata dal Belgio, contro l’ex-presidente ciadiano, residente a Dakar dal 1990. O, in alternativa, di giudicarlo per i crimini commessi durante i suoi otto anni di presidenza. Un giorno che milioni di Ciadiani attendevano da tempo.
 
Hissène Habré con François Mitterand, nel 1987Uno scomodo passato. “Per noi è una grande soddisfazione. Nessuno può capire il dolore che ci portiamo dietro dai tempi di Habré”. Parole rese a PeaceReporter da Lazare Djekourninga, vicepresidente della Association Tchadienne pour la Défense et la Promotion des Droits de l'Homme, una delle tante organizzazioni che da anni si battono perché Habré venga processato. Sul passato del Ciad pesano ancora le migliaia di torture, detenzioni e esecuzioni arbitrarie di oppositori politici e persone comuni che Habré, salito al potere nel 1982 grazie a un golpe, avrebbe perpetrato con il decisivo aiuto della Direction de la Documentation et de la Sécurité, il temuto servizio segreto ciadiano.
 
Gli archivi abbandonati della DdsSoap opera politica. E proprio dagli archivi della Dds, abbandonati in fretta e furia nel 1990 a séguito della caduta di Habré, è cominciato il lungo lavoro di ricostruzione dei fatti, portato avanti dalle associazioni locali in collaborazione con Human Rights Watch. Reed Brody, uno degli avvocati dell’associazione newyorkese, che assiste le famiglie delle vittime, è stato contattato da PeaceReporter. “E’ un passo avanti importante, che reintroduce la legge in un caso che stava diventando una soap opera politica. Nel 2000 il Senegal si rifiutò di giudicare Habré, ma ora dovrà attenersi a quanto stabilito dall’Onu, se vorrà mantenere intatta la sua reputazione internazionale”. La questione Habré sta diventando una grana di proporzioni notevoli per Dakar, che sabato ha dovuto incassare i reprimenda del Comitato per non aver processato Habré, come previsto dalla Convenzione contro la Tortura ratificata dal Senegal nel 1986.
 
Habré esce trionfante dalla corte di Dakar, dichiaratasi incompetente a giudicarloTattiche dilatorie. Cosa succederà ora? PeaceReporter ha più volte provato a contattare il Ministero della Giustizia senegalese per avere notizie, ma senza successo. L’anno scorso, il Senegal si era dichiarato incompetente a giudicare su una richiesta di estradizione formulata dal Belgio, in virtù della legge di “giurisdizione universale” che dà alla giustizia belga la possibilità di perseguire chiunque si macchi di crimini contro l’umanità, dovunque vengano commessi. Dakar ha demandato la questione all’Unione Africana, la quale ha finora seguito questa tattica pilatesca, incaricando un gruppo di giuristi di studiare la questione. “La decisione dell’Ua è una manovra dilatoria, che mira solo a guadagnare tempo” attacca Djekourninga. “I capi di stato africani hanno paura di creare un precedente che gli si potrebbe ritorcere contro, visto il passato poco limpido di molti presidenti. Il problema è vedere se il Senegal rispetterà il dettato dell’Onu, visto che le Nazioni Unite hanno pochi mezzi per costringere uno stato sovrano a obbedire”. In realtà, il Senegal potrebbe essere portato, in caso di inadempienza, davanti alla Corte Penale Internazionale. Danneggiando così la sua immagine e quella dell’Ua.
 
Scarsa maturità. Da tempo l’Ua sta tentando di conquistarsi una legittimità internazionale, soprattutto attraverso le missioni di pace che gestisce nel continente. L’affare Habré è un banco di prova decisivo per le ambizioni dell’organizzazione, che finora non ha fatto una gran figura nel palleggiarsi con il Senegal il dossier. Giudicare Habré in Africa sarebbe un segnale forte, che farebbe pendant con il processo in corso in Sierra Leone contro Charles Taylor. Il pensiero conclusivo di Brody riassume perfettamente la questione. “La vicenda Habré è l’occasione per valutare la maturità delle istituzioni africane. Se l’Ua vuole essere presa sul serio, deve rispettare la legge. E farla rispettare”. 

Matteo Fagotto

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