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Uno scomodo passato. “Per noi è una grande soddisfazione.
Nessuno può capire il dolore che ci portiamo dietro dai tempi di Habré”. Parole
rese a PeaceReporter da Lazare
Djekourninga, vicepresidente della Association Tchadienne pour la Défense et la Promotion
des Droits de l'Homme, una delle tante organizzazioni che da anni si battono
perché Habré venga processato. Sul passato del Ciad pesano ancora le migliaia
di torture, detenzioni e esecuzioni arbitrarie di oppositori politici e persone
comuni che Habré, salito al potere nel 1982 grazie a un golpe, avrebbe
perpetrato con il decisivo aiuto della Direction de la
Documentation et de la Sécurité,
il temuto servizio segreto ciadiano.
Soap
opera politica. E proprio dagli archivi della Dds, abbandonati in fretta e furia nel
1990 a séguito della caduta di Habré, è cominciato il lungo lavoro di
ricostruzione dei fatti, portato avanti dalle associazioni locali in
collaborazione con Human Rights Watch.
Reed Brody, uno degli avvocati dell’associazione newyorkese, che assiste le famiglie
delle vittime, è stato contattato da PeaceReporter.
“E’ un passo avanti importante, che reintroduce la legge in un caso che stava
diventando una soap opera politica. Nel
2000 il Senegal si rifiutò di giudicare Habré, ma ora dovrà attenersi a quanto
stabilito dall’Onu, se vorrà mantenere intatta la sua reputazione
internazionale”. La questione Habré sta diventando una grana di proporzioni
notevoli per Dakar, che sabato ha dovuto incassare i reprimenda del Comitato per non aver processato Habré, come
previsto dalla Convenzione contro la Tortura ratificata dal Senegal nel 1986.
Tattiche dilatorie. Cosa succederà ora? PeaceReporter ha più volte provato a
contattare il Ministero della Giustizia senegalese per avere notizie, ma senza
successo. L’anno scorso, il Senegal si era dichiarato incompetente a giudicare
su una richiesta di estradizione formulata dal Belgio, in virtù della legge di
“giurisdizione universale” che dà alla giustizia belga la possibilità di
perseguire chiunque si macchi di crimini contro l’umanità, dovunque vengano
commessi. Dakar ha demandato
la questione all’Unione Africana, la quale ha finora seguito questa tattica
pilatesca, incaricando un gruppo di giuristi di studiare la questione. “La
decisione dell’Ua è una manovra dilatoria, che mira solo a guadagnare tempo”
attacca Djekourninga. “I capi di stato africani hanno paura di creare un
precedente che gli si potrebbe ritorcere contro, visto il passato poco limpido
di molti presidenti. Il problema è vedere se il Senegal rispetterà il dettato
dell’Onu, visto che le Nazioni Unite hanno pochi mezzi per costringere uno
stato sovrano a obbedire”. In realtà, il Senegal potrebbe essere portato, in
caso di inadempienza, davanti alla Corte Penale Internazionale. Danneggiando
così la sua immagine e quella dell’Ua.Matteo Fagotto