L'ambiguo passato di John Negroponte, appena nominato 'zar' dell'intelligence Usa

Connivenza con i metodi repressivi della dittatura, insabbiamento delle accuse
di tortura della polizia segreta, appoggio militare ed economico ai guerriglieri
impegnati a rovesciare con la forza il governo di un Paese confinante. Sembra
il profilo di un narcotrafficante sudamericano, invece sono i sospetti che aleggiano
da anni intorno a John Dimitri Negroponte, appena scelto da George W. Bush per
essere il nuovo "zar", il super-capo dell'intelligence Usa. La decisione arriva
a sorpresa: per la nuova carica, creata dall'amministrazione Bush secondo le indicazioni
della Commissione che ha indagato sugli attentati dell'11 settembre 2001, il nome
dell'attuale ambasciatore statunitense a Baghdad non era stato menzionato nelle
previsioni. La sua designazione dovrà ora essere approvata dal Senato, dove i
repubblicani hanno una comoda maggioranza.
Ha alle spalle quaranta anni di carriera diplomatica, Negroponte. Una sfilza
di successi iniziata negli anni Sessanta in Vietnam, e culminata con le nomine ad
ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite nel 2001 e in Iraq nella primavera 2004.
Due promozioni, soprattutto la prima, discusse. Per quale motivo? Perché dal 1981
al 1985 Negroponte è stato capo della sede diplomatica Usa in Honduras. Proprio
al tempo della dittatura del generale Gustavo Alvarez Martinez, sotto la quale
gli aiuti militari degli Usa passarono da 4 a 77,4 milioni di dollari all’anno.
Proprio quando l’amministrazione Reagan, nell’ossessione anticomunista della guerra
fredda, finanziava i contras, i guerriglieri che combattevano la giunta rivoluzionaria sandinista (di orientamento
marxista) in Nicaragua, e che godevano dell’appoggio dell’esercito honduregno.
E mentre in Honduras centinaia di oppositori sparivano nel nulla e il famigerato
Battaglione 316 – addestrato dalla Cia e dai militari argentini – rapiva, torturava
e uccideva studenti, sindacalisti e giornalisti critici del regime, l’uomo di
Washington compilava rapporti sui diritti umani che facevano sembrare il Paese
centroamericano una specie di Svizzera.

La questione è: chiudeva volutamente un occhio o non vedeva in buona fede? Da
parte sua, Negroponte ha sempre negato di essere stato a conoscenza di qualsiasi
violazione dei diritti umani da parte dei militari di Tegucigalpa. Contro di lui
ci sono le testimonianze di diverse persone, tra cui l’ambasciatore che gli lasciò
l’incarico, Jack Binns. Nominato dal presidente Carter nel 1980, Binns riferì
più di una volta degli abusi dei militari della dittatura. L’amministrazione Reagan
lo sostituì con Negroponte, che l’ambasciatore uscente sostiene di aver messo
totalmente al corrente della situazione. Un ex funzionario statunitense che prestò
servizio in Honduras sotto Negroponte ha raccontato di essere stato costretto
a cancellare qualunque riferimento ai maltrattamenti e alle esecuzioni da un rapporto
del 1982. E nel 1994 lo stesso Negroponte fu accusato di violazioni dei diritti
umani da una commissione del governo honduregno, la quale ammise che 184 civili
risultavano ancora
desaparecidos.
Secondo un’inchiesta del Baltimore Sun del 1995, le squadracce del Battaglione
316 “torturavano con scosse elettriche ai genitali e soffocavano le persone sottoposte
ai loro interrogatori. Spesso i prigionieri venivano denudati e, quando non servivano
più, uccisi e sepolti in tombe nascoste”. Nessuno ha mai stabilito con certezza
il numero delle vittime degli abusi. Per anni, cadaveri irriconoscibili sono stati
ritrovati nelle campagne e lungo i fiumi. E nel 2001, intorno alla base militare
di El Aguacate – dove la Cia addestrava i contras, nonché centro di detenzione e di tortura secondo diverse testimonianze – furono
scoperti i resti di 185 persone.
Nel 1982 una suora che aveva vissuto per dieci anni in El Salvador, Laetitia
Bordes, andò in Honduras per cercare di scoprire dove si trovassero trenta sorelle
e donne di fede salvadoregne che erano scappate in Honduras dopo l’assassinio
di Oscar Romero, un arcivescovo che si batteva per il rispetto dei diritti umani.
La Bordes parlò anche con Negroponte, che le disse di non sapere nulla al riguardo.
Quattordici anni dopo, in un’intervista al Baltimore Sun, il predecessore di Negroponte
rivelò che decine di salvadoregni, tra cui le donne ricercate dalla Bordes, erano
stati catturati il 22 aprile 1981, torturati dalla polizia segreta honduregna
e poi gettati vivi dagli elicotteri.

Le ombre intorno a Negroponte riguardano anche il traffico illegale di armi.
L’ambasciatore fu contattato nel 1984 da due mercenari statunitensi che volevano
fornire armi ai
contras aggirando il divieto del Congresso. Alcuni documenti provano che Negroponte
mise segretamente i due in contatto con le forze armate honduregne. Nove mesi
dopo, quando l’intera operazione venne alla luce, l’amministrazione Reagan negò
qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti. Altri documenti portarono allo scoperto
un piano di Negroponte e dell’allora vicepresidente George Bush per far passare
i finanziamenti ai
contras attraverso il governo di Tegucigalpa.
Da diversi anni ormai questi fatti sono di dominio pubblico, e per questo la
nomina di Negroponte ad ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite fu contestata
da molti attivisti per i diritti umani. Le loro proteste furono in parte ascoltate,
dato che la Commissione esteri del Senato di Washington raccolse un’ampia documentazione
sul diplomatico. Ma tutto si fermo lì, perché alla fine il Senato non si oppose
alla nomina fatta dal presidente, e nel settembre 2001 Negroponte cominciò il
suo lavoro al Palazzo di Vetro.
Anche intorno a quella nomina non mancano i misteri. Secondo il Los Angeles Times,
nei giorni successivi alla designazione di Negroponte furono improvvisamente espulsi
dagli Stati Uniti alcuni ex membri delle squadre della morte honduregne, che avrebbero
potuto testimoniare contro l’ambasciatore nelle udienze della Commissione esteri.
Uno di questi era il generale Luis Alonso Discua, il fondatore del Battaglione
316 e vice-ambasciatore all’Onu al tempo della nomina di Negroponte. Aveva pubblicamente
dichiarato di essere in possesso di informazioni che avrebbero inchiodato il diplomatico
statunitense. Washington gli revocò il visto.
Che il diplomatico abbia una certa esperienza nel rappresentare gli interessi
degli Usa è innegabile. Che lo faccia senza cercare inutili protagonismi anche,
dato che negli ambienti delle feluche è conosciuto come uno “che parla cinque
lingue, ma sa quando rimanere in silenzio”: anche in Iraq ha mantenuto un profilo
basso, lavorando dietro le quinte. Che sia lui l’uomo più adatto per mostrare
al mondo e a chi lotta per difendere i diritti umani che gli Usa intendono iniziare
un nuovo corso, questo si vedrà nelle prossime settimane.