20/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Le nuove rotte del traffico di stupefacenti passano per il Golfo di Guinea
Da due anni a questa parte, i Paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea sono diventati il crocevia del traffico mondiale di stupefacenti. Merito dei controlli più stretti operati dalle autorità spagnole e olandesi in Europa, che hanno costretto i trafficanti a cercare rotte alternative. Meno sorvegliate e piene di “muli” disperati, che ben volentieri accettano di fare i corrieri per qualche migliaio di euro di ricompensa.
 
Paradiso della droga. “Nel business africano si sono buttati tutti, dai cartelli colombiani alla mafia italiana, alle organizzazioni criminali spagnole e portoghesi” riferisce a PeaceReporter Antonio Mazzitelli, direttore dello United Nations Office for Drug Control and Crime Prevention a Dakar, in Senegal. Il traffico coinvolge tutti i Paesi del Golfo, ma in particolare la Guinea-Bissau, definito dallo stesso Mazzitelli un caso esemplare. “Basti pensare che a Bissau le forze di sicurezza non hanno mezzi, non esiste nemmeno una prigione. La polizia ha 4 radio per comunicare e mancano le auto. L’unica cosa che abbonda sono le armi, retaggio della guerra civile”. Non stupisce che le organizzazioni sudamericane l’avessero scelta come base di appoggio, travestendo come una fabbrica di pesce un laboratorio per lo stoccaggio e il trasporto della droga, provvisto addirittura di una pista di atterraggio.
 
Un carico di droga bruciato in un inceneritoreCommercio e consumo. A essere trattati e smerciati sono tutti i tipi di stupefacenti: “Cocaina, eroina, crack, cannabis. In Africa passa di tutto”, conferma a PeaceReporter Fabrice Pothier, capo del think-tank Senlis Council, specializzato in studi sul commercio di droga. “Il business maggiore riguarda la cocaina, proveniente dal Sudamerica e destinata all’Europa. I quantitativi di eroina, che vengono dall’Afghanistan e finiscono quasi tutti in Usa, sono molto minori. E il traffico sta facendo aumentare anche il consumo tra gli Africani”. Un dato confermato anche da Mazzitelli, secondo cui “i prezzi degli stupefacenti sono diventati competitivi anche per il mercato africano. Il crack è prodotto localmente e ha un grande successo. Bastano un forno a microonde e qualche reagente chimico e il gioco è fatto”.
 
Business africano. L’affare ha attirato anche i gruppi criminali locali. “Il traffico di droga in alcuni casi è organizzato dai network esteri, ma ci sono numerosi esempi di collaborazione con criminali africani”, continua Pothier. Sono pochi, per esempio, a sapere che sono stati i Nigeriani, e non i Colombiani, a inventare il sistema dei “muli”, i famosi corrieri che ingurgitano capsule di droga per sfuggire ai controlli. Non a caso, il numero dei “muli” africani arrestati alle frontiere europee aumenta costantemente: solo nel 2004, in Austria furono fermati più di mille Nigeriani. “Per dare l’idea delle quantità, circa il 40 percento del traffico mondiale di cannabis passa per l’Africa”, secondo Pothier. “Per la cocaina e l’eroina, il fenomeno è troppo recente per avere numeri affidabili”.
 
Gocce nel mare. La comunità internazionale sta lentamente prendendo coscienza del problema. Qualcosa si muove, soprattutto a livello di cooperazione regionale e di operazioni congiunte. “Nel 2004, gli Stati Uniti lanciarono la West Africa Joint Operation, che portò al sequestro di più di 1.300 kg di cocaina in Benin, Ghana, Togo e Capo Verde”, conclude Mazzitelli. “Ma sono gocce nel mare, mentre sarebbe necessaria una collaborazione continua, per la quale mancano le condizioni basilari. In Paesi del genere non è facile organizzare reti di controllo efficienti”. Il Grand Hotel sembra destinato a prosperare. I clienti, in patria e all’estero, non mancano di certo.

Matteo Fagotto

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità