Nell'Ulster il 12 luglio è la ricorrenza principale per i protestanti. E la tensione è alle stelle

Il gran giorno per i protestanti dell’Irlanda del Nord sta arrivando, con gli
stessi prevedibili rituali di sempre. A Belfast e in tutte le altre città dell’Ulster
sono quasi pronte le enormi pire che nella notte tra domenica e lunedì verranno
date alle fiamme per ricordare la vigilia della vittoriosa battaglia del re protestante
Guglielmo III d’Orange contro il re cattolico inglese Giacomo II nella battaglia
del Boyne del 12 luglio 1690, che sancì il predominio dei coloni scozzesi e inglesi
(protestanti) sui nativi irlandesi (cattolici). La notte dei falò e la grande
parata del “glorioso giorno 12” rappresentano il momento clou della stagione delle
marce, il momento in cui il passato torna puntuale ogni anno, lasciando ad un
futuro diverso solo lo spazio riservato ai sogni.
La memoria, in Irlanda del Nord, ha un peso enorme. Le cerimonie per onorarla
sono sacre, considerate intoccabili da chi le sente sue, e ovviamente vituperate
dall’altra parte. La bonfire night, la notte dei falò, è l’esempio più clamoroso di questo atteggiamento. Ogni
quartiere protestante di ogni città nordirlandese innalza enormi cataste di legno,
pneumatici e qualunque cosa che non serve più e si può bruciare. Fanno così perché
così fecero i coloni di Belfast quando re Guglielmo entrò trionfante in città,
così – come con le marce delle logge orangiste – rendono grazie a Dio perché l’Ulster
è ancora in maggioranza protestante. Ma, per quanto sia pittoresco lo spettacolo
di Belfast illuminata dai tanti fuochi notturni, quelle pire emanano anche un
puzzo tremendo e rilasciano una quantità pazzesca di sostanze tossiche e cancerogene.
Le statistiche dicono che c’è più inquinamento a Belfast nella notte dei falò
che in tutti gli altri giorni dell’anno messi assieme.

Per non parlare del problema della sicurezza. Vicino a quelle cataste brucianti
alte decine di metri giocano i bambini, a volte le fiamme si espandono danneggiando
edifici vicini, e una settimana dopo sotto la pila di rovine fumanti il fuoco
è ancora vivo. Eppure, di abolire l’insana usanza non si parla proprio. E’ una
battaglia persa in partenza, la comunità protestante è costantemente sulla difensiva
ogni qual volta si parla di modificare anche aspetti minori delle sue cerimonie,
figurarsi di questa. La vittoria del passato sulle leggi di oggi è stata riconosciuta
recentemente anche da Hugh Orde, il capo della polizia nordirlandese (in passato
un rigido feudo protestante, ora aperto anche ai cattolici ma comunque da molti
di loro tuttora odiata): “Non c’è una soluzione legale a questo problema, è impossibile
fare rispettare la legge”, ha detto.
Non si tocca la notte dei falò perché è impossibile non rimanere scottati, insomma.
Se a qualche tutore della legge saltasse in testa di vietare i fuochi, si ritroverebbe
contro tutti i gruppi paramilitari protestanti, nessuno escluso. E lo stesso discorso
vale per la marcia del 12 luglio, che come per i falò si svolgono in tutte le
città dell’Ulster. Qui non c’è niente di dannoso per la salute, a parte gli svariati
litri di birra che ogni buon protestante ingurgita per fare baldoria con i suoi
amici. Ma come per tutte le parate nordirlandesi è controversa, perché i cattolici
la vedono come il trionfo della retorica dei dominatori, che fanno di tutto per
ribadire chi comanda in Irlanda del Nord.
Il 12 luglio è la festa per eccellenza della comunità protestante: intere famiglie
aspettano questo giorno per il suo valore simbolico e per divertirsi in compagnia,
anche qui seguendo un rituale prestabilito. Già nelle prime ore della mattina
le strade lungo cui passerà la parata vengono occupate con sedie portatili da
chi non vuole perdersi neanche un minuto della marcia. L’Orange Order, l’istituzione
nata a fine Settecento e che nel corso degli anni ha formato generazioni di protestanti,
sfila in tutta la sua potenza: 1.500 logge, più di 80mila uomini, tutti vestiti
in giacca, tutti con una bombetta in testa, tutti con una fascia rigorosamente
arancione a tracolla, accompagnati dalla musica delle bande scandita dagli immancabili
tamburi Lambeg, il cui cupo suono aumenta ancor più il tono militaresco della
parata.

La più grande di queste marce si svolge ovviamente a Belfast. Dura per tutta
la mattinata, e all’ora di pranzo confluisce nell’enorme spiazzo di Edenderry,
un prato in mezzo a un bosco a sud della città. Lì la festa prosegue, perdendo
il carattere solenne e diventando un gigantesco picnic. Su un palco si alternano
i grandi capi dell’Orange Order, i cui discorsi sono talmente ripetitivi che persino
le migliaia di persone che non si sono perse un momento della marcia si fermano
ad ascoltarli. Sono tutti troppo impegnati a bere birra o a comprarsi alle bancarelle
i vari simboli dell’identità protestante: cappelli bianco-rosso-blu come la bandiera
del Regno Unito, banderuole con l’effigie di re Guglielmo, magliette dei Glasgow
Rangers. La sbronza collettiva prosegue fino a sera, quando la marcia riprende
in direzione del centro città. E’ questo il momento più delicato, perché ai compassati
orangisti della mattina si aggregano bande di protestanti duri e puri tra cui
si infilano i paramilitari. Appena la marcia passa vicino a un quartiere cattolico,
i cui abitanti disprezzano l’intera cerimonia, la violenza può scoppiare da un
momento all’altro, espandendosi poi all’intera Irlanda del Nord.
Negli ultimi dieci anni è successo varie volte. La peggiore è stata nel 2000,
quando per qualche giorno l’Ulster sembrava essere ripiombata nella guerra civile.
Per fortuna, però, l’anno scorso l’intera stagione delle marce si è svolta pacificamente.
“E’ una marching season proprio noiosa”, spiegavano ridacchiando i giornalisti nordirlandesi. E anche
quest’estate non ha ancora dato problemi particolari alla polizia e ai tanti nordirlandesi
che non ne possono più. C’è da sperare che, tra gli stessi rituali di sempre,
in questa notte dei falò e nelle parate del giorno dopo non ci sia più la violenza.
Alessandro Ursic