stampa
invia
Il corteo della rabbia. “Fuori gli assassini”,
gridava la folla all’indirizzo di alcuni dei ministri del governo turco che si
erano recati a rendere omaggio alla salma del giudice Ozbilgin. I manifestanti,
a gran voce, hanno chiesto le dimissioni dell’esecutivo guidato da Tayyip
Erdogan, leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, formazione della
destra islamista. Secondo gli oppositori di Erdogan, il quale si è tenuto
lontano da Ankara per evitare contestazioni, la destra religiosa al potere in
Turchia è il mandante morale dell’omicidio. Il giornale Vakit, vicino
alle posizioni del governo, aveva pubblicato qualche giorno fa in prima pagina
le foto dei giudici del Consiglio di Stato che avevano approvato la legge che
proibiva l’utilizzo del velo islamico nelle scuole e nelle università
pubbliche. Da questo a sentirsi autorizzati a uccidere qualcuno c’è una bella
differenza, ma molti considerano corresponsabili quei politici che non hanno
mai preso nettamente le distanze dall’integralismo religioso. Così Alpascan
Aslan, avvocato del foro di Istanbul di 29 anni, quindi non un reietto della
società, né tanto meno un soggetto ritenuto a rischio, è entrato nell’aula dove
si teneva il Consiglio di Stato e, urlando frasi farneticanti a sfondo
religioso, ha scaricato il caricatore della sua pistola sui giudici, uccidendo
Ozbilgin e ferendo altri 5 togati, tra i quali 2 donne. Il governo ha tentato
di prendere le distanze dall’episodio, ma il corteo dei manifestanti si è
diretto verso il mausoleo di Ataturk, l’uomo che ha fatto della laicità un
pilastro della Turchia moderna.
Messaggio per Erdogan. La repubblica turca, con la
sua Costituzione, ha sposato il laicismo e, per quanto i movimenti
dell’ultradestra e quelli religiosi continuino ad avere un peso influente nel
Paese, il processo è ormai irreversibile. Non a caso l’unica autorità
applaudita è stata Ahmet Necdet Sezer, il Presidente della Repubblica, del
quale sono note le posizioni secolariste. “Non permetteremo che quanto è
accaduto possa intimidirci”, ha dichiarato Sumru Cortoglu, la donna che proprio
nei giorni scorsi è stata eletta presidente del Consiglio di Stato. Ma il coraggio
dei giudici, degli intellettuali, dei
giornalisti e della gente comune potrebbe non bastare a controllare il fenomeno
del rigurgito fondamentalista turco, in particolare la rinascita dei Lupi
Grigi, storica formazione integralista di destra. Soprattutto se
l’atteggiamento del governo resta equivoco. Nei mesi scorsi, con una grande
mobilitazione dell’opinione pubblica, sono state evitate le condanne allo
scrittore Orhan Pamuk, ai docenti universitari Oran Baskin e Ibrahim Kaboglu,
al giornalista Hrant Dink, tutti accusati in base all’articolo 301 del codice
penale turco di offesa all’identità turca. Tutto perché questi intellettuali,
in riferimento al genocidio degli armeni o alla violazione dei diritti delle
minoranze, avevano criticato lo stato turco. Il problema, che si tratti di fondamentalismo
o di nazionalismo, è che
la Turchia è a un bivio: o sceglie la strada di una moderna democrazia laica e
rispettosa dei diritti umani, capace di ammettere i propri errori, oppure
questo genere di episodi, come dimostra anche l’omicidio di padre Santoro il 5
maggio scorso a Trebisonda, non potranno essere esclusivo patrimonio di pochi
fanatici. L’Unione Europea, dopo un certo ottimismo iniziale, ha raffreddato la
procedura d’inizio dei negoziati per l’adesione della Turchia, ma se Erdogan
non riuscirà a chiarire le ambiguità della sua linea politica, la situazione
può solo peggiorare, anche se, come dimostrano i 25mila in piazza ieri, sempre
di più il popolo turco vuole guardare al futuro. Christian Elia