San Paolo a ferro e fuoco. Lo Stato risponde con la violenza. Ma le cause sono nella povertà e nella miseria
Centoquarantasei morti, 281 attacchi, 80 carceri in rivolta. Questo il bilancio
della guerriglia urbana che ha devastato San Paolo e dintorni. Scoppiata venerdì
scorso, nonostante sia stata dichiarata ufficialmente domata lunedì, ha continuato
a seminare morte e panico anche nelle ultime ore. Nella notte tra mercoledì e giovedì, si sono verificati nuovi attacchi dinamitardi
contro autobus e forze di sicurezza, e non solo a San Paolo, ma anche a Osasco
e Valinhos. Da domenica, sono 55 gli autobus incendiati. La reazione delle forze
di sicurezza è stata durissima e non è diminuita nemmeno nei giorni seguenti al
picco di violenza. Un atteggiamento che ha sollevato le critiche di alcune organizzazioni
non governative schierate in difesa dei diritti umani.
scritto per noi da
Emerson Fontinelle

E' triste molto dover parlare di guerra in un paese benedetto dalle ricchezze
più disparate e con un popolo meraviglioso come quello brasiliano.
Eppure il Brasile sta entrando in una guerra che potrebbe non aver fine, e quel
che è peggio è che si tratta di una guerra già prevista da tutti noi. Negli ultimi
giorni, nella città di San Paolo, sono morte più persone che in Iraq, dove si
vive una situazione visibilmente peggiore di quella brasiliana.
Il Paese sta investendo in un rafforzamento delle forze di polizia, pensando
di combattere così la violenza nelle grandi città. Sta anche pensando di convocare
le forze armate, progetta la costruzione di nuove postazioni di massima sicurezza
e pensa di aumentare il budget e gli investimenti nelle aree protette dei centri
cittadini.
Ma le cause di questa grande ondata di violenza che sta devastando il Brasile
non sono dovute alla mancanza di repressione poliziesca, di caserme, di posti
di blocco. Le ragioni vanno ricercate nella mancanza di investimenti nell’educazione,
in un politica del lavoro e degli stipendi che faccia sì che tutti i cittadini
brasiliani possano avere una vita dignitosa, in una politica di lotta alla miseria
e alla fame, grazie alla quale i capi del crimine organizzato non abbiano lo spazio
nelle favelas per sostituirsi allo Stato, come avviene da sempre. La gente oggi
chiede proprio a quei capi l'aiuto che non riceve dal governo.
Sotto la sabbia. Dunque, era già più che prevista la guerra urbana che sta vivendo il Brasile.
I bambini continuano a soffrire la fame e a crescere senza educazione, senza una
base familiare che possa dar loro condizioni di vita migliori, in modo da non
farli entrare nel mondo della criminalità, che li trasforma prima in piccoli corrieri
della droga, poi in gestore del traffico e infine capo della fazioni.
Questa gerarchia del crimine organizzato attrae oggi migliaia di giovani che
non hanno avuto la possibilità di andare a scuola o di intraprendere un cammino
per una vita decorosa. A loro è stato messo davanti il successo facile, che passa
per la mortei, la prigione e la formazione di veri e propri regni nelle favelas
e nelle comunità povere del Brasile.
Non è solamente una questione di narcotraffico da combattere, di nuove prigioni
da creare o di armi da comprare. L’investimento che deve essere fatto per combattere
la violenza, consiste nel raddoppiare le azioni educative, nel combattere la fame
e la miseria e nel creare politiche serie che generino lavoro e retribuzioni per
i giovani.
E' così che si potranno distruggere le muraglie dei regni della droga e del crimine
organizzato. E questa volta saranno le “truppe sociali”, e non quelle militari,
a dover essere equipaggiate con le armi dell’opportunità: opportunità di impiego,
di educazione, di alimentazione. Con questo tipo di armi e con la dignità della
persona umana rispettata nei suoi diritti e doveri, il cittadino brasiliano avrà
la condizione necessaria per cominciare a intraprendere un nuovo cammino, verso
una crescita personale, sociale ed economica.
Armi giuste. Col supporto di questo tipo di politica, improntata alla crescita sociale, si
potrà affrontare anche la riforma della politica carceraria, del codice penale
e dell’apparato poliziesco. Solo con queste premesse si riuscirà a creare istituzioni
carcerarie decenti, che rieduchino il prigioniero alla vita sociale, dandogli
l’opportunità di un recupero sociale, lontana da quella che vediamo adesso: depositi
di esseri umani, covi di ulteriore violenza.
I poteri, le chiese, la società civile devono partecipare nella creazione di
un paese che possa continuare a essere definito da tutti allegro, pieno di gioia
di vivere, di lavorare e di far festa.