12/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Per Nurjaha Begum, direttrice della Grameen Bank, il microcredito ha cambiato la vita di molti bengalesi
Quando una terribile carestia colpì il Bangladesh nel 1974, facendo migliaia di vittime, Nurjaha Begum aveva solo 22 anni, ma da lì a poco sarebbe divenuta la direttrice generale della Grameen Bank, la prima banca per i poveri fondata dal professore di economia Muhammad Yunus. E' diventata un’esperta delle condizioni in cui vivono le popolazioni rurali del suo Paese e oggi organizza programmi di formazione per dirigenti, clienti e organizzazioni che replicano i modelli della Grameen Bank in altre nazioni. I principi sono quelli a cui le banche tradizionali non credono: dare credito a chi non ha nulla, le persone senza terra e proprietà, donne nel 96 percento dei casi. In trent’anni i passi compiuti sono incredibili e hanno scosso la società bengalese dalle fondamenta.

Nurjaha BegumDal 1976, quando la Grameen Bank è nata, cos’è cambiato nel suo Paese?
Rispetto a trent’anni fa la povertà è diminuita. Il reddito annuo è cresciuto a 420 dollari. Le famiglie hanno una maggiore capacità di pianificazione della loro vita e più bambini vanno a scuola. Grazie al microcredito la partecipazione delle donne nelle attività economiche è la più alta dell’Asia meridionale.

Una piccola rivoluzione, insomma…
Direi una rivoluzione silenziosa. Trent’anni fa le donne avevano una mobilità sociale molto ridotta. In pubblico non potevano guardare gli uomini negli occhi e mostrare loro il volto. Quando gli uomini entravano in casa loro, subito scomparivano. Oggi il microcredito permette alle donne di essere coinvolte in diverse attività e di prendere decisioni insieme con il marito all’interno della famiglia. Ora guadagnano soldi e non dipendono più da nessuno. Anche i divorzi sono diminuiti, perché prima gli uomini lasciavano facilmente le donne e i figli quando non erano in grado di mantenerli. Ora, grazie alle entrate delle donne, la famiglia è più stabile. Attualmente abbiamo 6 milioni di persone che usufruiscono del microcredito, per lo più donne. Loro ricevono anche un prestito sulla casa e diventano quindi proprietarie del terreno dove essa sorge. I mariti sono obbligati a lasciare che la loro proprietà immobiliare sia a nome della moglie. Se divorziassero, non avrebbero scelta, se ne dovrebbero andare.

Si riducono quindi anche le discriminazioni?

Sì. Più bambini e ragazzi vanno a scuola e proseguono fino all’università. Alcuni cominciano anche ad andare all’estero per delle specializzazioni. Il microcredito riesce indirettamente a valorizzare ogni talento e potenzia i diritti umani per i poveri, in particolare quelli delle campagne. La Grameen Bank, infatti, lavora solo nei villaggi con i più indigenti, dove abbiamo 2mila filiali. Qui stiamo lottando contro la tradizione della dote, che costringe i genitori a spendere molti soldi o a indebitarsi per far sposare le figlie. Insomma, ci sono ancora molte discriminazioni fra maschi e femmine, ma non come un tempo.  Prima solo i bambini andavano a scuola, ora ci vanno sempre più bambine.

Il Bangladesh può essere un modello per gli altri Paesi poveri?

La Grameen Bank ha raggiunto 80 milioni di persone in Asia e molte altre in America Latina. In Bangladesh diciassette milioni ne fanno uso. Le donne lavorano, più bimbi vanno a scuola, ma resta il problema dell’instabilità politica.

Recentemente, infatti, ci sono stati scioperi e scontri tra manifestanti dell’opposizione e polizia.

C’è un forte conflitto fra il partito di maggioranza e quello di opposizione. E’ come uno scontro fra due persone che non si amano. Abbiamo bisogno di un cambiamento, di una buona leadership che porti benessere nella popolazione.

Perché il suo Paese è così dimenticato dal resto del mondo? Quando ci furono grandi carestie e alluvioni pochi vi aiutarono.

Meglio così. Nel 1998 abbiamo avuto alluvioni per tre mesi, ma anche attraverso il microcredito siamo riusciti a cavarcela. Nessuno allora è morto di fame. Possiamo uscire da soli da queste situazioni. Non dobbiamo dipendere da altri, ma imparare a cavarcela con le nostre mani.

 

Francesca Lancini

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