Da due anni centinaia di presunti talebani e membri di al Qaida sono prigionieri senza diritti

Sono due anni ormai. Abbondanti: era l’11 gennaio 2002 quando i primi prigionieri
rastrellati in Afghanistan e in Pakistan fecero il loro ingresso in quello che
allora si chiamava Camp X-ray e ora è invece Camp Delta, nella base militare statunitense
di Guantanamo, Cuba. Centosedici chilometri quadrati che gli Stati Uniti hanno
ricavato sull’isola caraibica dopo la vittoriosa guerra contro la Spagna del 1898.
In tempi normali, Guantanamo sarebbe solo una delle tante basi dove l’unica superpotenza
rimasta mantiene proprie truppe. Ma da due anni è invece considerata da gran parte
dell’opinione pubblica mondiale la forma più eclatante dell’arroganza dell’amministrazione
Bush, la macchia più vistosa sulla rispettabilità della democrazia americana,
un pericoloso precedente verso la deriva autoritaria della società occidentale.
Camp Delta ospita oggi circa 660 detenuti, tutti maschi, che provengono da 42
Paesi e parlano 17 lingue e 23 dialetti. La maggior parte di loro vive in gabbie
metalliche singole di circa 2 metri per 3, il minimo indispensabile per contenere
una cuccetta metallica dove dormire, un rubinetto e un gabinetto. Questo è il
trattamento standard, ma a seconda della condotta tenuta e dalla disponibilità
a collaborare con i militari americani il livello di decenza della prigionia sale
fino all’alloggio in una specie di dormitorio, dove si è liberi di incontrarsi
con gli altri detenuti. C’è poi una sezione speciale riservata ai tre minorenni
prigionieri nella base – il più giovane ha 13 anni -, una casetta a parte con
vista sull’oceano. I reclusi nella base militare sono praticamente isolati dal
resto del mondo: possono parlare solo con i militari americani e con i membri
della Croce Rossa Internazionale – l’unica organizzazione a cui è concesso visitarli.
All’entrata della prigione c’è un cartello con scritto “Camp Delta. Onore alla
difesa della libertà”.
In questi due anni, a Guantanamo si sono contati 32 tentativi di suicidio, da
parte di 21 detenuti: alcuni ci hanno provato più di una volta. Ci si chiede:
come vengono trattati i detenuti? Non gli viene torto un capello, dispongono di
tutte le cure necessarie e hanno pure messo su qualche chilo, dicono gli Usa.
Macché, vengono torturati, sostengono altri – tra cui l’australiano Terry Hicks,
il cui figlio David fu catturato in Afghanistan ed è tuttora rinchiuso nel Camp
Delta. Con le accuse di maltrattamenti ancora da dimostrare, il punto su cui organizzazioni
per i diritti umani, avvocati e non solo criticano ferocemente gli Usa non è comunque
questo. E’ piuttosto il fatto che quei 660 uomini – e ragazzi – sono rinchiusi
da due anni in quelle gabbie senza un capo d’imputazione, senza avere idea di
se e quando potranno uscire. E i processi militari annunciati da Bush la scorsa
estate per alcune decine di loro, quando cominceranno (appunto, quando?), saranno
la cosa più lontana dall’uguaglianza tra accusa e difesa. Persino i rappresentanti
della Croce Rossa – che in cambio dell’accesso a Camp Delta si sono impegnati
a esporre inizialmente soltanto a Washington le proprie critiche, riservandosi
di renderle pubbliche se esse rimangono inascoltate – hanno dichiarato che “non
si può tenere dei detenuti in questa situazione per un tempo indefinito”.

La questione ruota intorno al riconoscimento dello status di “prigionieri di
guerra” garantito dalla terza Convenzione di Ginevra. L’amministrazione Usa non
si ritiene obbligata a concederlo, perché considera i detenuti “nemici combattenti
fuorilegge”, una definizione non contemplata dal diritto internazionale. Al che
le organizzazioni umanitarie come Amnesty International e Human Rights Watch rispondono:
se non sono prigionieri di guerra, che siano almeno loro concessi i diritti degli
altri detenuti nelle carceri americane. Ma Washington ribatte sostenendo che Guantanamo
– pur essendo una sua base militare – non si trova sul territorio statunitense.
E quindi non è tenuta ad applicare nessuna delle leggi che valgono nei 50 Stati
dell’Unione.
Insomma, il disaccordo è totale. Ma è la stessa Convenzione – all’articolo 5
- a prevedere una soluzione chiara per una situazione del genere: chiunque sia
catturato durante un conflitto, ma sul cui status vi sia incertezza, deve essere
considerato prigioniero di guerra finché la sua posizione non è determinata da
un “tribunale competente”. Di cui al momento non si vede l’ombra. E il problema
è che, se anche gli Stati Uniti decidessero di ritenere prigionieri di guerra
i 660 di Guantanamo, la domanda successiva sarebbe: di quale guerra? Perché qui
non si sta parlando di un conflitto tradizionale, con un casus belli all’inizio e un armistizio alla fine. Quella in corso è una “guerra al terrorismo”
contro un nemico multiforme, che lo stesso Bush ha previsto “lunga e difficile”.
Soprattutto: saranno gli Usa da soli a decidere quando sarà conclusa, e niente
fa pensare che la fine sia vicina. Quindi, dato che la Convenzione di Ginevra
consente la detenzione di prigionieri fino alla fine delle ostilità, i reclusi
di Guantanamo potrebbero passare ancora molti anni in quelle gabbie.
Sono passati nove mesi da quando il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld firmò
le sette “Military commission instructions” che mettevano in pratica gli ordini di Bush sulla “detenzione, trattamento
e giudizio dei cittadini non americani nella guerra contro il terrorismo”. Con
un tratto di penna, entrarono in vigore una serie di norme che fanno il possibile
per abbattere con l’accetta i pilastri dello stato di diritto. In breve: il giudizio
spetta a dei tribunali militari speciali, la Casa Bianca e lei sola esercita l’azione
penale, esegue la pena e ha facoltà di rivedere le sentenze, e non esiste un giudizio
d’appello. Sbloccatosi – anche se non nel modo auspicato dai garantisti – il
limbo giuridico nel quale versavano i dannati di Guantanamo, Washington si è trovata
di fronte all’ostacolo che non aveva calcolato: la resistenza dei custodi del
diritto statunitensi.

Molti avvocati militari americani contattati dalla Casa Bianca per prendere le
difese dei detenuti di Camp Delta si sono rifiutati di prestare servizio a quelle
condizioni. E lo scorso dicembre due Corti federali – a San Francisco e a New
York – hanno preso posizione contro il giro di vite dell’amministrazione, decretando
che
a) I sospetti terroristi detenuti sul territorio americano hanno diritto a un
avvocato
b) Imprigionare 660 stranieri privandoli delle protezioni legali statunitensi
è incostituzionale e viola il diritto internazionale.
Le due sentenze sono in contrasto con una precedente, di una Corte federale di
Washington, che aveva invece dichiarato legittimo il presupposto della Casa Bianca
in materia – e cioè che Guantanamo è una sorta di “terra di nessuno”, dove le
leggi Usa non valgono. A mettere ordine in questo groviglio legale sarà la Corte
Suprema, il cui giudizio sulla questione è atteso a breve.
Nel frattempo, dei timidi passi verso il processo per sei detenuti di Camp Delta
sono stati comunque fatti: pur in assenza di scadenze certe, il Pentagono ha concesso
un difensore d’ufficio a uno di loro, e un legale civile a un altro. Ma per tutti
gli altri permane il vuoto giuridico, e si moltiplicano le voci di protesta. Come
quella di Clive Stafford-Smith, un avvocato inglese che da vent’anni si batte
contro la pena di morte negli Stati Uniti. Intervistato recentemente dal Guardian,
ha così parlato di Guantanamo: “Sequestri gente che potrebbe essere completamente
innocente, la porti in giro per il mondo incappucciata e in catene, la tieni in
isolamento per due anni, non le dai un avvocato e non le dici di cosa è accusata.
Non è una questione di cosa ci sia di sbagliato, è una questione di cosa ci sia
di giusto. E non serve a niente”. Forse a una cosa sola: a erodere ancor più il
credito di “solidarietà” di cui gli Stati Uniti godevano subito dopo gli attacchi
dell’11 settembre. Se non è già stato dilapidato del tutto.