
“Le popolazioni indigene del Brasile subiscono aggressioni, omicidi, sfollamenti
forzati dalle proprie terre e il governo federale non ha ancora portato a
termine l’obiettivo dichiarato di demarcazione di tutte le terre ancestrali”.
È
così che Amnesty Internacional, nel suo Report 2006, punta il dito anche contro
Brasile. “I maltrattamenti delle minoranze e dei settori esclusi continuano e
gli indios soffrono di gravi violazioni dei diritti umani”.
Quello che sta accadendo ai Kayapò, infatti, è solo
uno delle migliaia di casi denunciati dalla ong britannica.
No
alle cinque dighe sul
Rio Xingu in Amazzonia. E' quello che vanno ripetendo chiaro e forte da
mesi. Hanno anche indetto un’assemblea con i rappresentanti di tutte le
tribù per decidere il
da farsi. Il progetto voluto dall’impresa Eletronorte, una
concessionaria di
servizio pubblico di
energia elettrica sussidiaria della statale Eletrobras (Centrali
elettriche
brasiliane), è visto dagli abitanti della foresta come pericolo per
l’ambiente,
qualcosa di devastante. Inondazioni e distruzione, questi i timori.
A peggiorare la
situazione è stata la mancanza di comunicazione. Nessuno,
né il governo né l’impresa, si è preso la briga di mettere al corrente gli
indigeni, violando così la Costituzione brasiliana che protegge a tutti gli
effetti le terre ataviche.
Una storia che si ripete.
Già nel 1989 i Kayapò si trovarono a dover affrontare una situazione simile.
Anche allora si tentò di costruire una diga e anche allora gli indigeni si
ribellarono. Organizzarono un grande incontro ad Altamira e riuscirono a
sensibilizzare la stampa, locale e internazionale ricevendo un appoggio
generalizzato. Adesso, dunque, sanno come muoversi.
Strategie. Trovare alleanze vicine e
lontane è il primo passo. La prima cosa da fare era una riunione, e così è stato.
Luogo: l’ormai
simbolica Altamira. “Convochiamo tutti gli abitanti
della Valle Xingu, in modo che si uniscano a noi in una grande manifestazione
contro la diga del Monte Belo e le altre che l’Eletronorte intende costruire
nella nostra valle, e per proteggere e sviluppare la nostra forza produttiva,
le nostre culture e comunità”. Queste le parole usate per lanciare la protesta.
In difesa dell'Amazzonia. “Quelle dighe potrebbero
provocare effetti catastrofici sull’ecosistema e inondare grandi aree
del
territorio indigeno”, spiegano i portavoce indigeni. E qualcuno ha
anche detto
che se il Governo continuerà su queste posizioni, solleverà una vera e
propria
guerra con i Kayapò. “Siamo stati ingannati”, aggiungono, dato che
l’impresa e
il presidente Lula non hanno rivelato le loro vere intenzioni, bensì
hanno
presentato il progetto come un’unica barriera, senza dire che invece
sarebbero
state cinque gigantesche dighe. Per questo violano la legge nazionale,
che
stabilisce che tutti i progetti di sviluppo con possibili effetti
dannosi per i territori indigeni devono essere discussi con le comunità
che vi abitano. E loro hanno la possibilità di portare la discussione
al
Congresso Nazionale.
Chi fa da sé... Le proteste indios non
terminano qui. Con l’occasione, sono stati messi sul piatto della bilancia
tutti i problemi derivanti dalla noncuranza governativa. L’inquinamento del
fiume Xingu, per esempio, dovuto alla coltivazione massiccia della soia e alle
attività collegate all’allevamento del bestiame. “Esigiamo che lo Stato regoli
queste attività per impedire la distruzione dell’ecosistema del fiume”,
esordiscono, aggiungendo anche lo spinoso problema del confine della riserva,
che non sembra venir rispettato dai coltivatori di terre. E la Funai, organo
federale preposto a salvaguardare i loro interessi, non muove un dito per
aiutarli. Così i Kayapó sono stati costretti a collocare più di sessanta posti
di guardia in punti strategici delle frontiere, con uomini di fiducia che
pattugliano. E infine una denuncia sulle attività non ecologicamente
sostenibili, da sostituire subito, pena un degrado ambientale senza ritorno.
In cerca di soluzioni. “Noi Kayapò siamo coscienti che i problemi che minacciano la vita delle
nostre comunità minacciano anche molta altra gente, anche non indigena, che
vive nella valle – spiegano - La soluzione è lottare insieme, un fronte unico
con i coloni del Bajo Xingù e della Transamazzonics, in nome dell’alternativa
economica, basata sulla forza produttiva dei locali, solo grazie a risorse
sostenibili”. Quindi l’invito a unirsi ad Altamira, in nome della vita della
valle e dei suoi abitanti.