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Una bara a cielo aperto. E’ il golfo di Aden, che nel
punto più stretto, chiamato Bab el Mandeb, tra il Gibuti e lo Yemen, misura
solo 16 chilometri. Quella zona di mare è diventata, in alternativa alle rotte
della disperazione verso l’Europa (sempre più militarizzate), la porta
d’accesso di una vita migliore per migliaia di somali, eritrei ed etiopi. In
fuga dalla fame, dalle malattie e dalle guerre. Ma sempre più spesso la
traversata, che per quanto breve è caratterizzata da forti correnti, diventa un
viaggio di sola andata. Alcuni esempi, solo restando ai dati impressionanti del
2006: il 16 gennaio, un barcone carico di persone si rovescia e 20 di loro
annegano nelle acque del golfo di Aden. La notte tra il 21 e il 22 gennaio, 91
migranti perdono la vita dopo essere stati costretti a saltare in acqua dagli
scafisti che avevano avvistato una motovedetta della Guardia Costiera yemenita.
Stessa sorte, il 25 febbraio, per 60 persone, per di più donne e bambini. Si
potrebbe continuare, visto che secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite
per i Rifugiati (Acnur), che ha una base nella cittadina di Mayfa’a, nello
Yemen meridionale, sono in media 100 al giorno i migranti che tentano la
traversata, in particolare nel periodo più favorevole, quello tra settembre e
marzo. Una stima delle vittime è impossibile, per l’assenza di qualunque forma
di verifica e per l’alto numero dei dispersi, ma si parla di migliaia di
persone in pochi anni.
Un carico di speranza. “E' incredibile che tanta gente
continui a morire solo perché cerca di raggiungere una vita migliore”, ha
dichiarato Astrid Van Genderen Stort, portavoce dell’Acnur a Ginevra. “Troppa
gente è morta inutilmente nel tentativo di attraversare quel tratto di mare”.
Posto di passaggio. Una rete
criminale ben organizzata, e che conta su salde collusioni negli ambienti della
polizia yemenita, dopo il riconoscimento dello status di rifugiato si occupa di
‘piazzare’ i migranti all’estero. L’obiettivo reale è quello di proseguire il
viaggio verso i paesi ricchi del Golfo Persico, in particolare l’Arabia
Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, oppure raggiungere Israele o
ancora il Libano, in modo da, in un secondo momento, tentare di proseguire il
viaggio della speranza verso l’Europa. Molti si fermano nei cantieri edili del
Golfo, sfruttati come schiavi, in particolare le donne, che diventano vittime
di abusi sessuali di ogni genere da parte dei signori del petrolio. L’Acnur
collabora con le autorità in Somalia ed Etiopia a una campagna di
sensibilizzazione sui pericoli del viaggio nelle mani dei trafficanti
attraverso il Golfo di Aden. L’organizzazione Onu, a gennaio, ha prodotto un
video a questo scopo e sta lavorando a un programma radiofonico nelle lingue
locali, nel tentativo di raggiungere un maggior numero di persone, visto che la
radio rappresenta il mezzo di comunicazione più diffuso in quella zona.Christian Elia