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Anwar al Bunni. I servizi di sicurezza siriani hanno arrestato ieri un altro
dissidente, l’avvocato per i diritti umani Anwar al Bunni. Al Bunni, tra i più
noti
protagonisti dell’opposizione al regime di Bashar Assad, aveva aperto pochi
mesi fa un centro per la tutela dei diritti civili a Damasco con fondi
dell’Unione Europea. Ma le autorità lo avevano subito chiuso. La
famiglia ha denunciato l’arresto, e ha raccontato che al Bunni è stato portato
via nella notte de uomini dei servizi segreti: “Anwar ha chiesto loro di mostrare
il mandato
di arresto –ha dichiarato la figlia -, ma loro lo hanno spinto a forza nell’auto
e l’hanno portato via”. Anche al Bunni era tra i firmatari della petizione
Beirut-Damasco, costata l’arresto anche a diversi altri intellettuali e oppositori
politici del regime, tra cui Michel Kilo.
Michel Kilo. Michel Kilo, un attivista per i diritti
umani di 66 anni, è stato arrestato domenica dalle forze di sicurezza siriane
e
incarcerato senza esplicite accuse a suo carico. Il suo arresto ha colpito
molto gli analisti e la gente comune: “Kilo non aveva mai espresso posizioni
radicali sul regime di Bashar Assad – ha dichiarato Ammar Korabi,
dell’organizzazione Siriana per i Diritti Umani – e nemmeno chiesto la sua
rimozione. Desiderava solo vedere il regime riformarsi in modo da consentire
alla popolazione una reale libertà di istruzione”. Non si tratta di un caso
isolato: in Siria l’arresto di esponenti dell’opposizione, islamica e curda in
particolare, è una cosa piuttosto frequente, nelle scorse settimane la
stessa sorte è toccata anche ad altri oppositori meno famosi di lui. Secondo la
maggior parte degli osservatori, Kilo è stato arrestato per essere stato il
primo firmatario di una dichiarazione, firmata anche da altri 130 intellettuali
siriani e 138 libanesi, in cui si chiedeva un riequilibrio delle relazioni tra
Siria e Libano, decisamente peggiorate dall’omicidio dell’ex Premier libanese
Rafiq Hariri, nel febbraio 2005, e dal conseguente ritiro delle truppe siriane
dal libano. Altri sostengono che l’arresto sia da mettere in relazione con
l’ultimo articolo da lui pubblicato, intitolato “Necrologio per la Siria”, in
cui criticava l’atteggiamento schizofrenico del presidente Assad, sempre
conciliante nelle dichiarazioni pubbliche e inflessibile nel dare la caccia ai
dissidenti. Amnesty International ha criticato duramente gli arresti
indiscriminati del regime. Kilo era già stato detenuto per diciotto mesi negli
anni ’80, e dopo la liberazione era fuggito a Parigi. Con l’avvento di Bashar
Assad, nel 2000, era tornato in Siria, sperando di assistere a una stagione di
riforme, ma è stato presto deluso dai proclami mai attuati. Il suo arresto,
sostiene un altro dei firmatari della dichiarazione Damasco-Beirut, “dimostra
che il regime è ormai trincerato sulla difensiva”. Anche Ayman Abdul Noor, un
Baathista moderato, sostiene che “le forze di sicurezza sono molto preoccupate
per la stabilità del regime, e annientando un gruppo di 200 dissidenti, credono
di essersi liberati dell’opposizione interna”.
L’asse Iran-Siria. Gli arresti del regime di
Damasco confermano anche che si sta rinsaldando il legame strategico tra Siria
e Iran. Le due potenze regionali sono accomunate dall’essere nel mirino degli
Stati Uniti, che le accusano di ingerenze nel conflitto iracheno, ma anche
dall’essere guidate da un potere legato alla componente sciita (la Siria è un
Paese a maggiornza sunnita, ma il gruppo al governo in Siria è alawita, una
setta dello sciismo). Questo legame passa anche per il sostegno che il gruppo
islamico
Hizbollah, con base in Libano, trova sul territorio siriano e iraniano: secondo
le accuse degli Stati Uniti, Iran e Siria stanno usando le milizie Hizbollah
anche per inserirsi nel vuoto di potere in Palestina. Siria e Iran sono inoltre
accomunate dal comune riferimento alla Russia in materia di forniture militari.
Contemporaneamente all’annuncio della detenzione di Kilo, l’organizzazione
Siriana per i Diritti Umani ha anche denunciato l’arresto di Said Faki, un
dissidente iraniano. Faki, che fa parte dell’Organizzazione per la liberazione
di Ahvatz, la regione abitata dalla minoranza sunnita nel sud dell’Iran, è stato
consegnato insieme a un numero imprecisato di dissidenti nelle mani dei servizi
segreti iraniani. Faki e gli altri rischiano il carcere a vita, torture e forse
la forca, ma questo per il regime di Damasco è secondario. Oggi, per Assad e il
presidente iraniano Ahmadinejad, le
priorità essenziali sono restare al potere ed evitare l’isolamento internazionale,
anche al prezzo della vita di tanti cittadini, colpevoli solo di aver sognato
un Paese diverso. Naoki Tomasini